Speranze e paure degli iraniani
Testo di Pushpanjali Dallari e foto di Manoocher Deghati
«Ieri (il 1 marzo ndr) ci siamo svegliati con la notizia che gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato un attacco contro l’Iran. Una guerra che per così tanto tempo è sembrata inevitabile, tanto che il suo arrivo è stato allo stesso tempo scioccante e prevedibile. Le forze americane e alleate hanno colpito siti missilistici e sistemi di difesa aerea. Gli attacchi si sono estesi anche alle aree portuali e alle infrastrutture energetiche. C’è stato un devastante bombardamento su una scuola elementare femminile a Minab, che avrebbe causato oltre cento vittime civili. Anche nelle guerre descritte come strategiche, i bambini sono i primi a morire. In molte città, tra cui Teheran, sono state udite esplosioni vicino a importanti siti governativi e militari, comprese alcune parti del complesso della Guida Suprema. Successivamente è arrivata la notizia della morte dell’Ayatollah Ali Khamenei […]. Per più di 20 anni, molti iraniani hanno vissuto in uno stato di attesa sospesa: “Sta arrivando. L’aiuto sta arrivando. La guerra sta arrivando”. Quell’attesa è diventata parte della nostra identità. Ha modellato il modo in cui le persone sono emigrate, hanno protestato, risparmiato denaro e cresciuto i figli. Abbiamo imparato a vivere sotto l’ombra di un’esplosione annunciata – dove paura e speranza si incontravano».

A young boy wearing a combat volunteers uniform holds a gun during a parade of female basijis (“volunteers”) in Tehran, December 2, 1983. The white band around his head is an invocation of the Ayatollah Khomeini.
Mitra Vand è una scrittrice iraniano-americana che vive a Teheran. Ha una newsletter su Substack che pubblica sotto pseudonimo. Ha iniziato a scriverla durante la guerra tra Iran e Israele del giugno 2025, ribattezzata, “Guerra dei dodici giorni” dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Gli stessi Stati Uniti dal nono giorno hanno partecipato attivamente al conflitto attraverso l’operazione Midnight Hammer, grazie alla quale Trump ha annunciato trionfalmente di aver annientato il programma nucleare iraniano, salvo richiederne nuovamente lo smantellamento a fine gennaio 2026.
Fin dal suo primo articolo, Vand delinea abilmente l’atteggiamento dicotomico, adottato non solo da parte degli iraniani, ma anche da parte della comunità globale, verso la guerra tra Iran e Israele. Non esistono mezzi termini: c’è chi è contrario e chi è favorevole al punto da rallegrarsi della notizia. Il primo gruppo raduna molte voci occidentali, compresi numerosi social warrior che paragonano Gaza alla Repubblica Islamica, ragionando esclusivamente in una prospettiva anti-americana (e anti-israeliana). Del secondo gruppo fanno invece parte coloro che dentro e fuori l’Iran sostengono questa guerra perché credono che eliminerà una volta per tutte la Repubblica Islamica. Un’ingenuità, secondo Vand: «Credono ingenuamente che, una volta che il regime sarà abbastanza indebolito, il popolo si ribellerà e si unirà per eleggere un leader democratico, e tutto andrà per il meglio».
Per quanto irriducibili siano le posizioni politiche di ogni cittadino, questa dicotomia si può senza dubbio applicare all’attuale conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, e più in generale all’approccio adottato dagli iraniani verso gli Stati Uniti. Sull’odio ideologico per gli Stati Uniti (e l’Occidente) e gli atti ostili nei suoi confronti (direttamente o tramite proxy), la Repubblica Islamica ha fondato e definito se stessa fin dalla rivoluzione del 1979, con l’ayatollah Khomeini che definì gli Stati Uniti «il Grande Satana» ponendosi in ulteriore antitesi alla monarchia Pahlavi, decisamente filo-occidentale.
Prima attraverso la crisi degli ostaggi (1979-81), poi con la guerra di otto anni contro l’Iraq sunnita di Saddam Hussein (1980-88) sostenuta dagli Stati Uniti (e da paesi arabi come l’Arabia Saudita) la Repubblica Islamica ha rafforzato la propria immagine interna e si è consolidata come regime in funzione anti-statunitense. Emblematica in questo senso è la foto premiata con il primo posto al World Press Photo del 1984, scattata dal fotografo di origine iraniana naturalizzato francese Manoocher Deghati, classe 1954. Deghati ha immortalato una marcia dei pasdaran, il corpo militare dei Guardiani della Rivoluzione, nato nel 1979 per volere di Khomeini (che diffidava dell’esercito ufficiale) e che oggi conta circa 200mila membri, intenti a celebrare l’anniversario della Rivoluzione calpestando una bandiera statunitense. Lo slogan Marg bar Amrika (morte all’America), che ha scandito la rivoluzione del 1979, viene ancora recitato in occasione di eventi pubblici, come gli anniversari che commemorano le vittorie della Repubblica Islamica contro il nemico americano (la presa dell’ambasciata il 4 novembre su tutte), e nelle preghiere del venerdì. Dopo la morte dell’ayatollah Ali Khamenei, il 28 febbraio, migliaia di sostenitori della Repubblica Islamica si sono radunati per invocare la fine dell’America e di Israele. Questo slogan viene anche recitato nelle scuole, per instillare l’avversione nei confronti degli Stati Uniti fin dalla più tenera età. Ricorda bene questo rituale quotidiano la giornalista iraniano-britannica Rana Rahimpour che nel 2021 raccontò: «Quando ero una bambina, gli Usa erano rappresentati come il nemico, a scuola, alla tv […]. Ogni mattina ci mettevamo in fila prima di andare in classe e dovevamo recitare lo slogan “morte all’America”».
Sarebbe tuttavia un errore pensare che le posizioni della Repubblica Islamica equivalgano a quelle dei suoi cittadini. Gli iraniani, è la prima cosa che mi ha detto il giornalista Jacopo Mocchi quando gli ho chiesto che cos’è che capiamo meno dell’Iran, sono un popolo altamente nazionalista. Questo non significa però che siano necessariamente ostili agli Stati Uniti.
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