Raccontare il diritto al parto sicuro attraverso la fotografia
Testo e foto di Paolo Patruno
Ogni due minuti, nel mondo, una donna muore per cause legate alla gravidanza o al parto. La maggior parte di queste morti avviene in Africa, spesso lontano da ospedali attrezzati, in contesti dove l’accesso alle cure è limitato e le disuguaglianze sociali segnano profondamente il destino delle madri.
Ogni giorno, in Africa, migliaia di donne entrano in una sala parto con un misto di speranza e paura. Per molte di loro dare alla luce un figlio non è solo un momento di gioia, ma un passaggio fragile, sospeso tra la possibilità della vita e il rischio concreto della morte.

Secondo le stime più recenti del 2025, la mortalità materna nel continente africano è pari a circa 442 morti ogni 100mila nati vivi: nonostante progressi parziali negli ultimi decenni, secondo stime delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Africa è responsabile di circa il 70% di tutti i decessi materni su scala globale. Ogni anno, oltre 170mila donne africane muoiono per complicazioni legate alla gravidanza o al parto: emorragie postpartum, infezioni, ipertensione, aborti non sicuri e complicazioni del travaglio, cause che nella maggior parte dei casi sarebbero prevenibili con cure adeguate e tempestive.

Parlare di salute materna in Africa non significa, però, raccontare soltanto una carenza di ospedali, farmaci o personale sanitario. Significa entrare in un universo fatto di distanze impossibili, tradizioni radicate, povertà strutturale e relazioni di potere che spesso relegano le donne ai margini delle decisioni sulla propria salute. In molte aree rurali, l’ospedale più vicino può trovarsi a decine o centinaia di chilometri di distanza. Per raggiungerlo, occorre affrontare strade sterrate, trasporti improvvisati, ore – a volte giorni – di viaggio. Per questo motivo, milioni di donne continuano a partorire in casa, assistite da parenti o da levatrici tradizionali (Tba, Traditional birth attendants), spesso senza strumenti adeguati per fronteggiare emergenze ostetriche, ma che svolgono ancora un ruolo centrale nelle comunità, offrendo ascolto e accompagnamento emotivo.

Questo paradosso – strutture sanitarie teoricamente più sicure, ma percepite come ostili, parto domestico più rischioso, ma vissuto come più umano – rivela quanto la maternità sia un fatto culturale prima ancora che clinico.
Dietro questi numeri, però, non ci sono solo statistiche: ci sono volti, corpi, gesti quotidiani, attese e speranze che meritano di essere raccontate. Nella società africana, le donne sono il fulcro invisibile della famiglia: coltivano la terra, gestiscono la casa, si prendono cura dei figli, sostengono economicamente interi nuclei familiari. Quando una madre muore, non scompare soltanto una persona, ma viene meno l’equilibrio stesso di una comunità. I neonati hanno minori probabilità di sopravvivere, i figli più grandi spesso abbandonano la scuola, la famiglia sprofonda in una spirale di povertà da cui è difficile risollevarsi.

Ciò nonostante, accanto a queste fragilità, esistono reti di resilienza: ostetriche, infermiere, comunità locali e famiglie che lottano ogni giorno per proteggere la vita.
Nel silenzio che circonda questa crisi globale, la fotografia diventa uno strumento potente di testimonianza. Non documenta soltanto l’emergenza, ma restituisce dignità alle storie individuali, amplifica le voci di chi spesso resta inascoltato, mostrando ciò che resta invisibile, un legame profondo tra vita e morte che si gioca in pochi istanti.
Ogni donna dovrebbe poter attraversare la gravidanza con fiducia, accompagnata da cure competenti, rispetto e ascolto; eppure, per milioni di donne africane, questa resta ancora un sogno. Ed è proprio con lo scopo di documentare questo tema, che è nato il mio progetto “Birth is a Dream” – “La nascita è un sogno”.
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