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SPACCIAVO PER ESSERE QUALCUNO

«Non ho iniziato per soldi, quelli sono arrivati dopo»

Testo di Andrea Tognini

«Non ho iniziato a spacciare per soldi, quelli sono arrivati dopo», dice Alessio. Siamo seduti sulla panchina di una piazza lontana dal centro. Tira vento, fa freddo. Alessio è un ragazzo all’ultimo anno delle superiori, ma sta iniziando a ragionare come un uomo che di sfide ne ha superate tante.
Ha iniziato a fumare erba quando aveva quindici anni. Per trovare degli amici, dice lui. «La prima canna è stata per divertimento. All’inizio è sempre così. Pensi di poterla controllare, non vedi il pericolo e credi di essere figo. Cinque anni fa io non avevo molti amici, e l’erba è stata la prima via che ho trovato per entrare in contatto con gli altri ragazzi. Fare qualcosa di illegale, a quell’età, era un modo per dimostrare di essere qualcuno».
Spesso la narrazione generale si limita a parlare di ragazzi svogliati, che preferiscono spacciare invece di mettersi la testa sulle spalle e lavorare. Ma si tratta di una narrazione stereotipata e lontana dalla realtà. Il racconto di Alessio nasconde qualcosa di più, e anche per questo ho deciso di incontrarlo. Per farmi raccontare da quali mattoni sia costruito il mondo fragile che porta così tanti ragazzi ad anestetizzarsi o a spacciare per le strade.

La sua storia non è un’eccezione. Secondo i dati più recenti della Relazione annuale al Parlamento, in Italia la cannabis resta la sostanza psicoattiva illegale più diffusa. A livello europeo, il rapporto Espad 2025 conferma che la cannabis è la droga illecita più usata tra i 15-16enni.

«Dopo la prima canna è arrivata la seconda. Poi la terza… – continua Alessio -. All’inizio non sapevo nemmeno rollare, e guardavo quelli più grandi per imparare. Ero ancora un po’ preso in giro, dovevo guadagnarmi il rispetto».

Piano piano, da una canna in compagnia con gli amici, Alessio ha iniziato a fumare anche da solo. Ogni giorno, più volte al giorno. A scuola andava male, anzi, spesso non ci andava proprio. Ha iniziato a spacciare. Prima pochi grammi, poi di più. E senza rendersene conto è entrato in un circolo vizioso: girava per le strade con tanto fumo nel borsello, e questo lo stressava. Per calmare lo stress fumava sempre di più. E più fumava, più aveva bisogno di spacciare per fare soldi e comprare nuovo fumo. Così il consumo alimentava lo spaccio e lo spaccio alimentava il consumo, in una spirale che dall’esterno può sembrare una scelta, ma dall’interno assomiglia molto di più a una prigione.

Per anni, Alessio ha vissuto intrappolato in questa strada, convinto di essere libero di scegliere, quando la realtà era diversa. Si raccontava di essere libero, ma dentro sapeva di non esserlo. Con gli anni sono aumentati i soldi, i contatti, il “rispetto” della strada. Ma sono aumentate anche le assenze a scuola, i brutti voti, l’irrequietezza. 

Alessio non stava più bene, e anche i soldi erano diventati una droga. Sebbene non avesse un bisogno urgente di guadagnare, avere così tanti contanti gli dava la sensazione di essere qualcuno. Di aver realizzato qualcosa.

«Con i soldi compravo cose inutili, alla fine. Catene d’oro, vestiti di marca. Cercavo sempre un modo per rafforzare la mia immagine. Ma non trovavo un senso, non capivo cosa volessi fare nella vita – dice – altri ragazzi spacciano perché non hanno una famiglia dietro, e hanno davvero bisogno di soldi. Io invece cercavo qualcos’altro».

Alessio oggi ha smesso di fumare e spacciare. Parla in modo lucido di tutto quello che è stato, e riesce a comprendere le ragioni che lo hanno portato a fare tutto quello che ha fatto. La sua storia resta lì a ricordare che la dipendenza non nasce dalla pigrizia. Dietro il consumo, dietro lo spaccio, dietro l’ossessione per i soldi e per l’immagine, spesso si nasconde un disagio profondo che molti ragazzi non riescono a nominare. 

E finché quel disagio non troverà parole, per molti ragazzi la strada rimarrà l’unica lingua possibile. 

Il nome dell’intervistato è di fantasia. 
Alcuni dettagli identificativi sono stati omessi o modificati per tutelarne l’identità.

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