Ho imparato a volare

Andrea Pacini e il Disability Projet

 

di Tommaso Nuti

 

C’erano un tedesco, un greco, un americano e un paio di svizzeri… sembra una barzelletta, vero? No, no, è molto di più, fidatevi.

Andrea Pacini è uno dei 6 ragazzi con disabilità in tutto il mondo ad avere una licenza da paracadutista. Vi abbiamo già parlato di lui qualche tempo fa, quindi faccio un breve passo indietro: era il lontano maggio 2017 e incontrai Andrea all’inizio del suo percorso, quando insieme all’associazione Obiettivo Volare si era prefissato come scopo quello di creare un percorso per il conseguimento della licenza di paracadutista per chi ha disabilità. Un obbiettivo che si era dato quando, nel 2008, proprio lui, ex parà della Folgore e paracadutista militare, ebbe incidente in moto che gli procurò una lesione al midollo spinale, costringendolo a una carrozzina. Poi nel 2009 il primo lancio tandem col paracadute fino alla licenza da paracadutista civile. Un fuoco dentro che non si è mai spento.

Insieme a Obiettivo Volare, la finalità era lasciare, ad altri ragazzi con lo stesso sogno, una traccia percorribile, non un salto nel buio. Ne è passata di acqua sotto i ponti.

Andrea è un grande amico, ha preso la licenza a ottobre 2018 e ha eseguito a oggi circa sessanta salti. Mi parla delle sue esperienze come un bambino che ha realizzato il suo sogno e lo sta vivendo a pieno, senza fatica, con una leggerezza tale da farmi volare alto, ma non in un tunnel di simulazione di volo. Nel cielo. Quello vero. Lo ascolto in silenzio, come quando ti raccontano una favola. Stavolta però non sto dormendo perché Andrea mi sta portando con sé, a quattromila metri da terra.

Cosa sta combinando però, ce lo siamo fatti spiegare meglio da lui, circa due anni dopo la prima volta.

 

Andrea, ormai ti sei trasferito a Milano, sei scappato o cosa?

«Ciao ragazzi, a Milano sta andando bene. E no, non sono scappato (ride, ndr). Stiamo costruendo qualcosa di fantastico. Da dicembre 2017 sono stato assunto da Aero Gravity (il centro che ha a disposizione il tunnel di simulazione di volo più grande nel mondo, a Milano) e ad oggi abbiamo fatto volare più di 300 ragazzi con disabilità».

Grazie al Disability Project, giusto?

«Sì, esattamente. Un riungraziamento va prima di tutto allo sponsor Kaesere Compressori, con cui abbiamo addirittura fissato tre appuntamenti quest’anno. Il primo è stato il 21 marzo ed è stato molto bello: sono venuti cinque ragazzi e abbiamo iniziato il percorso insieme. Mezz’ora di volo a testa divisa in tre sessioni. È tanto lavoro, ma gratificante a livelli esponenziali.

Questi ragazzi li abbiamo selezionati fra quelli che avevano almeno fatto una prova da noi nel corso di questi mesi di apertura di Aero Gravity. Sono tutti sportivi, da chi gioca a basket in serie B a chi ha creato una gara internazionale di Moto GP per ragazzi disabili (addirittura hanno istituito un gran premio per persone con disabilità, che è stato corso prima del circuito del Mugello e di Le Mans della MotoGP). Ogni volta compiliamo una scheda in modo da ricordare con chi il soggetto ha effettuato il volo, che tipo di disabilità ha, quali ausilio sono necessari e quant’altro. Ci piacerebbe un giorno mettere insieme i dati raccolti da questo report e farci uno studio: volano tutti, da chi ha disabilità – passami il termine – minime, a chi ha disabilità importanti intellettive e motorie.

Conta che quando ti butti da 4000 metri, hai circa 60 secondi di volo. La simulazione base consiste in 120 secondi, ma prima è necessario un training di 15 minuti dove uno riesca più o meno a controllare il proprio corpo all’interno del tunnel e a capire come scendere, alzarsi o fare figure base. Con i ragazzi disabili c’è più difficoltà per capire come insegnare questi aspetti».

E gli altri due eventi?

«Uno è dedicato ai ragazzi con disabilità che praticano paracadutismo (siamo 5-6 in giro per il mondo), fra i quali ci sono anche io. Il più incredibile è Jarret, un ragazzo americano. Il terzo evento invece sarà fra ottobre e novembre in Aero Gravity, dedicato a TMA Terapia Multisistemica in Acqua, un gruppo di educatori che trattano l’autismo con attività in acqua. Loro porteranno una decina di ragazzi selezionati da loro e li faremo volare».

Come si sviluppa una giornata tipo di Aero Gravity?

«Siamo aperti dalle 9 alle 23 tutti i giorni. Ogni 30 minuti parte una classe di volo composta da massimo 14 persone che provano il tunnel. La cosa che più mi piace è che il corso (se così si può chiamare) è diviso fra first timers e coloro che lo fanno come sport».

Apro e chiudo parentesi: il volo indoor è uno sport professionistico, giusto? O sono soltanto ignorante?

«No no, è giusto! L’indoor è una disciplina sportiva, professionistica e forse sarà olimpica. In Aero Gravity ci sono addirittura due campioni del mondo francesi e un istruttore (anch’egli francese)».

Alla grande! Torniamo a noi: il tunnel, dicevamo, è diviso fra sportivi e first timer

«Esatto, un ragazzo che approda la prima volta può diventare uno sportivo tramite un percoso di 15 minuti che lo rende uno sport flyer. A quel punto decide lui quando venire e quanto volare. Ben 150mila persone hanno volato come first timer».

C’è un lato umano importante quindi…

«Sì, prima di tutto sì. Quando si tratta di disabilità dobbiamo renderci conto con chi stiamo facendo esperienza e chi ci troviamo davanti. Dobbiamo prima di tutto trovare una dropzone in Italia dove lanciarci, ne stiamo valutando alcune. Faremo quindi con gli altri 5 ragazzi un meeting per conoscerci e per migliorarci, per capire il tutore con cui voliamo o le tecniche da utilizzare. Tra loro, fra l’altro, sono quello che ha meno esperienze: 60 lanci non sono così tanti, in media un paracadutista per praticare quest’attività si lancia almeno cento volte in un anno. Comunque, per portarti un esempio, loro utilizzano protezioni per le ginocchia e non un tutore come me per scivolare sul sedere nella fase di atterraggio. Possiamo passarci le esperienze e costriuire qualcosa insieme con questo evento».

Mi parlavi di Jarret, chi è?

«Jarret, americano, lavora a Skydive Dubai, uno dei centri più famosi per il paracadutismo, ma fa anche basejump. Non è paracadutismo vero e proprio: si salta da ponti, torri o palazzi (a Dubai si divertono…). È figlio d’arte – suo padre era paracadutista- e sarà al centro dell’evento, per capire le sue tecniche e raccogliere qualsiasi forma di consiglio. Vi suggerisco di cercare qualche vidoe su YouTube di Jarret Martin, brividi puri».

E Obiettivo Volare?

«Con la licenza abbiamo finito da poco di assemblare il nostro primo tutore. Il mio primo paracadute! Siamo partiti da “proviamo a volare in tunnel..” e siamo arrivati fino a qui. Sono passati due anni e guardandomi indietro non l’avrei mai detto. Sembra ieri quando ho fatto la presentazione in Palazzo Vecchio con voi ragazzi di Edera».

Adesso quindi puoi presentarti nelle varie drop zone.

«Sì, ci sono parecchie zone in Italia dove possiamo volare, fra cui Fano, Vercelli e così via. Ci sono dei lupghi veramente belli dove poter saltare sul mare, volare su una distesa blu. Prima di prendere la licenza ero, come dire, limitato a Reggio Emilia a Campovolo perché lì potevo noleggiare il tutore. Adesso ho il mio, quindi prendo e vado. Mi lancio. Vieni anche te?».

Ti prometto che verrò. È una promesso che rimane su carta, vale molto di più!

 

di Enrico Tongiani

Quanto è affascinante e coinvolgente andare al cinema. Me lo ripeto ogni volta che metto piede in sala con i popcorn maxi e il mio bicchiere di Cola. Ovviamente, maxi pure quella. Sedersi e lasciarsi trascinare dalle luci, dai suoni e dalle scene sorprendenti. Ed ogni volta mi sono chiesto: ma quanto lavoro ci deve essere dietro un film? Soprattutto nei film con scene surreali, nei film d’animazione o fantasy. Lì la parte tecnica diventa fondamentale. Dal giugno 2014 William Petruccelli lavora a Vancouver, Canada, esattamente alla Sony. Ha lavorato alla produzione di film come “The Angry Birds Movie 2”, “The Mitchells vs. the Machines”, “The Emoji Movie”, “Storks”, “Ghostbusters”, “Hotel Transylvania 2” e “Spider-Man: Into the Spider-Verse” che ha vinto nel 2019 Oscar e Golden Globe per il miglio film d’animazione. Adesso lavora ad un’altra pellicola. Gli ultimi mesi di produzione sono i più intensi. Riunioni su riunioni e continue modifiche prima del lancio. Incastrare un’intervista sulla linea Firenze-Vancouver non è semplice, ma ci riusciamo.

 

Ciao William, questa chiacchierata ti costerà una pausa pranzo in meno!

«Non preoccuparti (ride ndr). Siamo all’ultimo mese di produzione di “Men in Black – International” che uscirà quest’ estate. Siamo super impegnati. Scusami se ho continuato a cambiare l’ora dell’intervista».

 

Nessun problema. E poi da vincitore di Oscar e Golden Globe è giusto farsi desiderare un po’. A proposito è la prima volta che vinci dei premi così importanti?

«Sì è stata la prima volta. Il primo Happy Feet vinse l’Oscar ma io evidentemente arrivai tardi e lavorai al secondo (ride ndr). È bello far parte di un team che ce l’ha messa tutta per ottenere i traguardi più grandi».

 

Ho letto che sei Senior Character Technical Director alla Sony Pictures Imageworks. Ci spieghi esattamente di cosa ti occupi?

«Ci provo. Tecnicamente sono specializzato nel “character rigging”. In pratica all’interno di uno studio di animazione ciascuno è specializzato su una parte del film. C’è il team che lavora sugli asset, e quindi sui modelli, come i personaggi oppure i props della scena, come una bici o un coltello. E poi c’è un team che lavora alla produzione, ad esempio gli animatori o i lighter che illuminano la scena. Io sto tra i modellatori e gli animatori. Il mio lavoro consiste nel prendere un modello in 3D che non si muove e fare in modo che possa essere animato dagli animatori. Acquisito il modello, metto dentro le ossa, i muscoli, attacco il modello allo scheletro e aggiungo i controlli che consentono all’animazione di muovere il personaggio. A volte capita che si formino dei loop: il team animazione può richiedermi delle modifiche e quindi il personaggio torna indietro in rigging per aggiungere controlli».

 

Come si arriva dall’idea al lancio di un film d’animazione?

«Nei primi mesi c’è la pre-produzione. Viene deciso il design del personaggio, rifinita la storia e si cerca il look del film. In questo periodo al dipartimento di rigging siamo tranquilli. Successivamente c’è la fase di produzione. Qui lavoriamo full time in parallelo all’animazione. Gli ultimi mesi sono i più impegnativi per i team in fondo alla catena. Molte cose vengono decise all’ultimo per contenere anche il budget. Perciò in questo periodo animazione, illuminazione, compositi, editing, soprattutto nei film di visual effects, lavorano sette giorni su sette anche dodici ore al giorno».

 

Hai lavorato a molti film di successo. Quale ti sei divertito di più a produrre?

«Ti dico “Storks I”. Sia la storia che la parte tecnica sono belle. Purtroppo è stato sottovalutato. Forse non c’è stato un buon marketing e non è stato venduto bene il film. Però l’animazione è fatta veramente bene. E poi ti dico anche “Spider-man: un nuovo universo”».

 

In quest’ultimo a quali personaggi hai lavorato?

«Mi sono occupato di Doc Ock, Prowler e Spidernoir».

 

Fortissimo!

«E non dovevo nemmeno essere nel team, pensa te. Quando uscirono le prime immagini sui primi look di “Spider-man” tutti erano eccitati. Era effettivamente figo. All’inizio lo studio mi mise a lavorare su “Hotel Transylvania 3”. Poi mi chiesero la preferenza e ho domandai di essere spostato su “Spider-man”. Così sono finito nel team. Diciamo che ho scommesso bene, sono stato fortunato!».

 

Cosa ha funzionato del film per fargli vincere i due prestigiosi premi?

«Credo sia dovuto a diversi fattori. La storia è scritta molto bene, ma soprattutto il look del film è completamente differente da ciò che si è visto fino ad oggi. È qualcosa di nuovo, originale. Visivamente e tecnicamente ben fatto».

 

E in generale cosa c’è dietro il successo di una pellicola?

«Sicuramente tanto lavoro. Se, ad esempio, il film non è bello ma c’è un buon marketing, allora la gente va a vederlo, anche se poi non lo consiglia ad altri oppure non compra il dvd. Perciò marketing accurato e un prodotto che deve rispettare le aspettative della gente».

 

Parlando della tua carriera, dopo aver girato tante aziende sei approdato alla Sony. Hai realizzato un sogno?

«In un certo senso sì. Desideravo arrivare in uno studio internazionale, specialmente quando ho iniziato l’università di Disegno Industriale a Calenzano. Negli anni di università nonostante ci fossero diversi esami, come web design o comunicazione visiva, ero molto più concentrato sul 3D. Ho studiato molto da autodidatta e ho cecato di aggiungere il tridimensionale a tutti i design che realizzavo. Ho dovuto anche muovermi molto. Purtroppo sono stato quasi obbligato visto che a Firenze non ci sono studi, a Roma forse uno. In America ci sono alcune città dove si concentrano molti studi di produzione. Adesso sono felice di essere dove sono».  

 

Dai primi incarichi romani come stagista fino al Canada, te lo aspettavi?

«No ma l’importante è avere chiaro l’obiettivo. Ti racconto questa. L’ultima volta che sono tornato in Italia, due anni fa, ho dato una ripulita a camera mia. Ho ritrovato un oggetto particolare. Ai tempi dell’università, quando studiavo 3D, mi stampavo i report che le aziende rilasciano e spiegano come è andata la produzione del film, le difficoltà della parte tecnica e gli obiettivi raggiunti. Li leggevo per imparare. Li sfogliavo e sognavo un giorno di poter essere anche io parte di quei progetti. L’oggetto che ho ritrovato è uno di questi libri. Si chiama “Surf’s Up – I re delle onde” prodotto qui in Sony, dove, a distanza di dieci anni dal cartone animato, lavoro».