Up-Down-spettacolo-ruffini

“Non sapete cosa vi perdete ad essere normali”.

Diversità. Che parola intrigante. Se ci soffermassimo un secondo a pensare osserveremmo che è l’unica che riesce davvero a descrivere ciò che noi umani siamo. Ma la cosa più bella sta nel fatto che si racconta da sola e non partendo da cose complesse come etnie o religioni, che sono la massima espressione della diversità umana. Riesce a raccontarsi partendo dal basso, dalle cose elementari, quotidiane. La colazione della mattina, che ognuno preferisce fare in modo diverso, chi ama il dolce e chi il salato, dai libri o dai film che guardiamo prima di andare a letto o dal fatto che usiamo macchina o bicicletta per andare a lavoro la mattina. Dalle scarpe o dai pantaloni che indossiamo, dall’avere un cane o un gatto, dalla decisione di mettere o meno lo zucchero nel caffè. Dal fatto che di fronte a un piatto di pasta in bianco qualcuno possa anche dire “Boia, è buonissima!”. 

A questo punto due sono le domande alle quali dobbiamo provare a dare una risposta. In questo enorme e infinito ventaglio di differenze cosa significa essere normali? E quali sono le caratteristiche che ci dovrebbero definire tali?

A prendersi questa responsabilità sono i ragazzi de la “Mayor Von Frinzius”, compagnia teatrale livornese nata nel 1997 diretta da Lamberto Giannini in collaborazione con l’associazione “Haccompagnami”. La compagnia è composta da 97 attori metà dei quali sono persone con disabilità. L’idea si chiama “Up&Down” e nasce dall’incontro del gruppo con Paolo Ruffini, attore, conduttore e personaggio televisivo. I protagonisti sono i “supereroi sbagliati” Federico, Andrea, Erika, Giacomo, Simone e David con il potere inconsapevole di compiere l’impossibile. Un vero e proprio happening comico e al tempo stesso emozionante che parla di relazioni con ironia e irriverenza che accompagnano gli spettatori. Un viaggio tra normalità e diversità, tra pregiudizio e comprensione, nel quale si affronta il tema della disabilità fino a dimostrare che in realtà, lo loro, dovrebbe chiamarsi “Sindrome di Up!”. 

Un paio di ore prima dello spettacolo, organizzato grazie alla Festa del volontariato di San Casciano Val di Pesa, mi siedo sugli scalini dietro al palco del Parco il Poggione e, accanto a Paolo, comincio a porre le mie domande. La curiosità è tanta e le sue risposte molto sentite. 

Nella presentazione c’è scritto “questo spettacolo parla anche di te solo che ancora tu non lo sai”, perché?

«È uno spettacolo che parla della nostra abilità a vivere e a stare al mondo. Ci sono varie tematiche. Inevitabilmente ognuno di noi quando va a teatro ha la necessità di entrare in empatia con quello che vede. L’empatia di questo spettacolo è molto forte dato che ti pone davanti a domande che sono, non dico necessarie, ma indispensabili. Chi è il disabile oggi, chi è il normale oggi, chi è il diverso oggi? Esiste un sogno, un’emozione o una persona normale? Cosa deve avere una persona per essere normale o per essere accettata? È una ricerca della felicità e queste persone con la trisomia 21 riescono a portare sul palco una felicità feroce. In fondo anche la vita a volte lo è, però è anche ferocemente meravigliosa». 

E invece per te cos’è la felicità?

«Per me la felicità è pensare a cose belle senza farlo apposta».

Da prima a dopo la preparazione dello spettacolo in te è cambiata la visione della sindrome di down? 

«Sì, è cambiata notevolmente. Io ero uno tra quelli che a scuola dava del down a qualcuno che magari capiva poco. Crescendo, tra le tante cose di cui mi sono accorto, c’è anche il fatto che il giudizio su una persona è sempre inutile e tremendo. Il commento è bruttissimo. Qui si potrebbe fare riferimento anche al mondo dei social network. Cioè a me, a volte, non frega nulla di cosa pensa Pino da Velletri o Gigi da Belluno. Una volta leggevo i commenti di Umberto Eco, quelle erano persone preparate a farlo. Oggi commentano persone che non sono qualificate, magari alzando anche la voce. I social sono un luogo spesso maleducato, dove si dice la propria senza aver alzato la mano. Scarsa educazione. Credo sia necessario imparare ad alzarla prima. Noi tutti da domani mattina non dico che dobbiamo per forza metterci a fare cultura… ma anche sì invece! Un po’ come voi che siete cosi romantici nel vostro essere analogici. Io da ragazzo ho avuto chi mi insegnava l’Infinito di Leopardi, ma non il perché avrei dovuto studiarlo». 

La cosa più bella che hai provato nel lavorare coi ragazzi allo spettacolo, e la più difficile.

«Ti dirò che è molto più difficile lavorare in altri ambiti. Con colleghi meno disciplinati e meno puntuali. I punti deboli sono tantissimi, ma sono punti deboli umani e questa cosa mi tutela molto. Non ho negatività, solo valori positivi. La parte difficile è la gestione dei momenti di imbarazzo, di blocco, tempi lunghi e non teatrali oppure cogliere sfumature per improvvisare qualcosa, ma questo è il mio compito. Hanno molto più senso gli spettacoli con persone, diciamo così, “non normali” che quelli con le persone “normali” che però sono noiosi. Disabile non è qualcuno che pensa di essere “incapace di…” ma è quello che per strada viene indicato da qualcuno che gli dice “tu non sei abile a…” in questo senso siamo tutti disabili nella nostra non sensibilità alla leggerezza. Chi ha la possibilità di frequentare persone down sa che hanno la confidenza e la felicità che a noi “normali” adesso manca».

Secondo te, la quotidianità può essere incredibile come uno spettacolo teatrale o come un film al cinema?

«Se te ne accorgi sì. Credo che la quotidianità possa essere un’avventura meravigliosa. Rischiamo di non percepirla. Una volta a pranzo avevo preso la pasta in bianco. Uno dei ragazzi l’ha assaggiata e mi ha detto “boia, è buonissima!”. Io in realtà la trovavo anche un po’ scotta. Ecco trovare buonissima una pasta in bianco è sintomatico. Per me è stato importante riconoscere quella semplicità lì. Che è la semplicità quotidiana. Tutto può essere incredibilmente straordinario. Se c’è qualcosa che davvero ci accomuna tutti è la diversità. Noi ci diamo troppa importanza, ma poco valore. Dovremmo dare più valore alla nostra sensibilità che alla nostra apparenza. Allora sì che tutto diventa straordinario, a partire da quello che facciamo domani mattina». 

di Lorenzo Chiaro

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Il nuovo modo di fare turismo

di Tommaso Nuti

Il mio cellulare suona: è Pietro, salvato come WikiPedro perché è un nome ganzo (parlando con lui mi lascio trasportare in modo naturale dalla fiorentinità) che rimane in testa. Naturalmente come quel sito da cui copiamo le varie tesine, articoli o dove cerchiamo i significati delle parole. È esattamente quello che fa Pietro, girando per le strade di Firenze e provincia. Quando la registrazione parte, ecco che i racconti prendono vita, corpo e l’immaginazione ci riporta al Medioevo, al Rinascimento o al Novecento. Non ci si accorge mai a pieno di quello che ci circonda quando si passeggia per le strade del centro di Firenze. Vasari, Cosimo de’ Medici o Brunelleschi ci passano accanto e noi, probabilmente incollati al telefono, scrolliamo su e giù la nostra home con il pollice senza invece alzare lo sguardo e capire quello che c’è intorno a noi. Mi è capitato di stare a sentire lezioni di Storia dell’Arte a scuola qualche anno fa, condotte da un insegnante fermo su una sedia con una voce lontana e dal timbro vocale sempre uguale. Non mi ero mai accorto di quello che c’era scritto fra quelle righe dei libri. Ecco che arriva Pietro Resta (sembra un nome di un film, invece è andata proprio così): WikiPedro, attraverso una serie di video visibili sulla sua omonima pagina Facebook (e in maniera ridotta anche su Instagram), ti parla come se fosse vicino, ti spiega cos’era il mercato delle Pulci richiamando battute di Amici Miei, perché c’è sempre vento in piazza del Duomo litigando con il Diavolo o perché piazza della Passera si chiama così, scopritelo perché ci si fanno delle idee sbagliate, come sempre. Prima di leggere l’articolo, vi consiglio veramente di andare a vedere cosa fa, e come lo fa, che è la cosa più importante. Ma ritorniamo a noi.

«Ci troviamo alla Loggia del Pesce ok?» mi scrive. «Certo! A dopo!» rispondo io. La cosa pazzesca è che mi sono accorto che non so dove si trovi la Loggia del Pesce. Lo so, potete offendermi soprattutto perché a Firenze ci abito, ma vi chiedo: quanti di voi sanno veramente le curiosità o i nomi delle piazze che ci circondano? Senza usare Google Maps, è ovvio.

«Ti aspetto qui davanti all’università, che non so dove sia la Loggia» gli scrivo, con molta vergogna. «Va bene tranquillo, vengo io e ti ci porto». 

Così ha inizio il mio viaggio con Pietro dentro Firenze, quella vera, quella meno conosciuta, quella circondata da dettagli nascosti che la rendono una delle città più belle del mondo. Seduti sui muretti del vecchio mercato delle pulci, ci perdiamo nei discorsi che ci appassionano: film, social network, turismo, ma soprattutto Firenze.

Quando nasce la passione per raccontare Firenze?

«Innanzitutto lo dico a te perché mi sei simpatico e la rivista mi piace particolarmente: non è passione, mi piace fare video ma non ho vocazione per storia dell’arte. Volevo creare un blog di info per i turisti italiani che arrivavano a Firenze perché ho un appartamento che affitto. Quindi volevo associare all’annuncio dell’appartamento qualcosa per differenziarlo, dare qualcosa in più ai turisti».

Quindi non è la solita informazione che puoi trovare online…

«Esatto, è andare agli eventi, far vedere cosa c’è di nuovo, registrare i locali dove andare a mangiare».
I primi video dove sono stati pubblicati?

«Su una vecchia pagina Facebook, di nome LiveFlorence, però piano piano mi sono accorto che stavo sbagliando perché montavo dei buoni video che però non erano come l’idea che avevo in testa. Mi sentivo un po’ un giocatore fuori ruolo, un attaccante che gioca in difesa». 

La cosa che ti piace di più dei tuoi video cos’è?

«Mi piace raccontare qualcosa di artistico in maniera simpatica cercando anche di prendere in giro l’artista che lo ha fatto o la situazione in cui si trovava a lavorare, ovviamente sempre con rispetto. Mi piace raccontare qualcosa di serio, magari di bello e importante ma in maniera diversa. Per esempio: il Perseo di Benvenuto Cellini che sta nella Loggia dei Lanzi e qualche curiosità che sta dietro e che può far sorridere, non come fa la normale guida turistica che si limita al significato, al perché e al quando è stato fatto».

Si può dire che ti metti al pari dello spettatore?

«Certo! Anzi… tra lo spettatore e me che faccio il video non c’è alcuna differenza. Cioè io non sono più bravo di te, io sono molto peggio!». 

Adesso siamo qui alla Loggia del Pesce, dove hai anche fatto un video vero?

«Sì c’è un mio video dove racconto come è stata rivalutata la piazza, che significato abbia per i fiorentini e qualche curiosità legata a una scena di Amici miei 2. Ma mi piace puntualizzare soprattutto il valore che ha questa Loggia perché è contestualizzata in modo non appropriato – secondo me -, ma è la Loggia del Vasari! È bellissima, originale e storica: qui vendevano il pesce molti anni fa». 

Questi personaggi, vedi Vasari, Cosimo de Medici o Ferdinando I di cui parli nei video, sono praticamente tuoi amici?

«È proprio questo, siamo amici. Anche Benvenuto Cellini direi: glielo dicevo che con la febbre a 40 doveva riposarsi e stare a casa. Poi però ha voluto fare di testa sua, gli è preso fuoco la bottega e manca poco il Perseo non viene neanche realizzato. Oppure con il Brunelleschi ho un rapporto particolare, come quella volta che mi prendeva in giro e mi faceva gli scherzi…».

O come il diavolo che soffia in piazza del Duomo!

«Esatto, voleva prendere quel parroco a tutti i costi… ma Diavolo stai calmo e non ti innervosire!».

Ritorniamo a noi, che forse è meglio… Come ti vedi in un futuro?

«Ho difficoltà a vedermi domani… non ho progetti, non perché non te li voglia dire, come fanno i calciatori che pensano sempre al presente ma che poi mentono su quasi tutto. Veramente non so che farci, perché è un vero divertimento e voglio che rimanga tale. Già l’idea di poterci guadagnare sopra mi fa prendere l’influenza. Chi mi segue mi sgamerebbe subito e la cosa a cui tengo di più è l’affetto delle persone e credimi non è una frase fatta, ci credo davvero».

Hai mai pensato quindi a commercializzare ciò che fai?

«A dirti la verità stento a credere che abbia questo grosso successo. Non mi sembra una cosa innovativa: ho preso un telefonino e ho cominciato a raccontare Firenze a modo mio. Non ho inventato nulla, l’hanno fatto loro. Io l’ho solo detto in modo diverso. Le persone hanno interpretato i miei video in una certa maniera e io sono contentissimo, ma non ho inventato – come si dice a Firenze – “il” Coca-Cola (ride ndr)». 

Hai mai fatto teatro? Sembra di sì…

«No, ma sono un grande appassionato di cinema». 

Film preferito? 

«Difficilissimo scegliere. Forse… no è impossibile. In ambiente fiorentino ti direi Amici Miei 2, ma poi ripenso a I Laureati, Fuochi D’Artificio… quando faccio le battute nei video, la mia scuola è questa qui. Mi lavo denti e ho i film sotto di Pieraccioni o di Nuti e cerco di rubare a loro». 

Riesci a far convergere generazioni diverse nello stesso tempo, per esempio oggi ho visto il video con mia nonna e si è messa a ridere.

«Tua nonna è una grande… fra l’altro io facevo i video con mia nonna… Si chiamavano “Nonna Lasagna”, poi abbiamo smesso ma facevano paura… più di trentamila visualizzazioni… assurdo».

È simbolo di una formula semplice ed efficace, come i più famosi lavori…

«È possibile farlo diventare un lavoro sì, ma non so come e non ho voglia di pensarci. Però poi rifletto e credo che alla fine le persone capirebbero. Mi dispiacerebbe tanto, te l’ho detto, ma credo che qualcuno ci potrebbe guadagnare su».

Come prepari i video?

«Lo preparo il giorno prima. Se mi preparo tutto il giorno stesso mi prende l’ansia, così mi do un po’ di tempo. Me lo lavoro in macchina, in doccia, mentre lavoro. Il giorno dopo metto giù qualcosa per uno schema mentale e poi parto. Mi baso su tre fasi: inizio, svolgimento e fine».

E date scritte sulle mani!

«Obbligatorie!».

Da chi trai ispirazione per i contenuti? Con chi parli?

«Ho comprato tanti libri, ho fatto tante amicizie con guide turistiche e gironzolando per Firenze avendo tempo guardo e prendo spunto dagli scorci e dai suggerimenti che mi danno le persone che mi seguono. Poi magari a giro qualche artigiano (ho una ditta di mobili), marmisti ecc. Se mi piace e mi scatta la molla lo faccio».

Cosa risponderesti a chi dice che Firenze è abitata solo da turisti e non da fiorentini?

«Ti dico che può essere vero solo se ti limiti a stare in piazza del Duomo o in piazza della Signoria. Però se ti allarghi un po’ nell’Oltrarno, in piazza San Marco o in via San Gallo non è così. Il centro ormai si è allargato notevolmente, non è più solo il Campanile di Giotto o Ponte Vecchio. È molto di più. In queste zone trovi anche i fiorentini, molti meno rispetto a cinquant’anni fa, ma ti garantisco che ci sono perché ci vivo nella zona: il fiorentino ama il suo centro storico nonostante le difficoltà che puoi incontrare se ci abiti». 

Visto che sei seguito da più di 40mila persone e che il tuo pubblico cresce esponenzialmente tuttora, cosa consiglieresti a chi vuole inseguire ciò che ama e che rappresenta il suo sogno?

«Di farlo, non stare a pensare. Ci sei te e basta, chiuditi gli occhi e vai a diritto, non ascoltare amici parenti o fidanzate. Se senti che la cosa è buona – perché tanto te lo senti se è buona – allora falla e subito, perché se rimandi poi non la fai più. Falla senza aver paura di cosa pensano le persone, chiudi gli occhi, tappati le orecchie e fai la tua strada. Diritto come un cavallo, cerca di farti influenzare da meno persone possibili».  

Grazie Pietro, spero di rivedere un Nonna Lasagna e altri tantissimi video di WikiPedro, così magari la prossima volta faccio una gaffe in meno non sapendo dove ci dobbiamo incontrare.

«Grazie a voi ragazzi, davvero!».