Millecento giorni dopo, siamo ancora qua. Tre anni di Edera.

 

Di Tommaso Nuti

 

Circa millecento giorni pubblichiamo il nostro trentunesimo numero e questa volta scrivo riguardo a Edera perché effettivamente è un’occasione speciale per farlo.

Sono passati tre anni, festeggiati il 12 dicembre, lo stesso giorno in cui nel freddo dicembre 2016 abbiamo acceso i motorini e abbiamo girato per la prima volta nelle edicole di Firenze e dintorni, per consegnare la nostra rivista: inesperti, felici, ignari delle risposte degli edicolanti, speranzosi nel poter vendere qualche numero e inconsapevoli di tutto quello che sarebbe successo dopo. Eppure da quell’esclamazione “ragazzi e se facciamo una rivista cartacea?” buttata al vento in piazza San Marco dopo una soporifera lezione universitaria, di tempo ne sembra passato veramente poco. Trentuno numeri usciti in edicola, senza mai saltarne uno, cinque edizioni di EderaNight, poi Edera Racconta con Bisio e Fresi, due edizioni di Edera Day, qualche lezine all’Università e la proiezione del nostro primo cortometraggio “Il silenzio dove batte il sole”. È tempo di bilanci perché a ripensarci, di cose ne abbiamo fatte e circa millecento giorni dopo, siamo ancora qua: 31 numeri, più di 300 articoli pubblicati, più di 100 ragazzi che hanno scritto con noi. Tutto autofinanziato e senza scopo di lucro. Siamo veramente orgogliosi di tutto questo e non smetteremo mai di ringraziarvi.

Di solito sono due le considerazioni che ci vengono fatte: qualcuno sostiene che tre anni per una rivista siano pochi, altri pensano che siano tanti senza mai far notare un cenno di difficoltà, economica o logistica. Ai primi rispondiamo che sono pochissimi, perché se dovessimo quantificare i giorni di vita di Edera in base a tutte le idee che ci vengono in mente e il modo di metterle in atto, la nostra ribista avrebbe già almeno dieci anni. Ai secondi rispondiamo che siamo sommersi da difficoltà di tutti i tipi, da sempre. Siamo sempre riusciti ad autofinanziarci grazie a chi si abbona, a chi compra la rivista o gadget vari, a chi partecipa attivamente ad un progetto che ha come obiettivo riportare i ragazzi a scoprire il piacere di leggere, di condividere momenti culturali che tanto sono etichettati come “da adulti”, ma che in realtà riempiono le location di ragazzi e ragazze. Ad ogni evento in cui viene presentato il nostro progetto ci piace sottolineare che nella nostra esperienza “l’importante è andare, non importa dove”: insomma, stiamo viaggiando sopra una nave che ha quindici piloti fissi, tantissimi collaboratori esterni e centinaia di lettori che crescono ogni mese di più e siamo in mare aperto, non vogliamo fermarci mai.

 

Intervista a Gianluca Orazi, ideatore del progetto #AreaZ di Zanichelli

di Margherita Barzagli

Ghiribizzo. Aura. Diamine. No, non sto facendo lo spelling della targa di un’auto a qualcuno. Sto elencando le tre parole che ho deciso di adottare, in un pomeriggio di ottobre, grazie all’iniziativa di Zanichelli #AreaZ. Per tutto il mese passato infatti, la famosa casa editrice bolognese ha promosso un’iniziativa speciale, curiosa e interattiva: per una settimana, a turno in una piazza delle principali città italiane, è apparsa un’enorme installazione a forma di dizionario. Da un lato le pagine aperte, dall’altro uno schermo digitale che faceva scorrere a gruppi di cinque, le parole meno utilizzate che rischiano di scomparire dal nostro linguaggio quotidiano. A completare il tutto, delle cartoline con le illustrazioni delle parole che comparivano sullo schermo. Io che ho addirittura una lista di parole preferite, che cerco di rendere il mio lessico sempre più vario, che come la metà degli studenti bolognesi ho sospirato più volte davanti all’imponente palazzo di via Irnerio, non mi sono certo potuta esimere dal cercare di contattare in qualche modo l’ideatore di questa iniziativa davvero speciale, che ha visto coinvolta anche Firenze, e piazza Santa Croce in particolare. Così, in un pomeriggio di pioggia, ho parlato con Gianluca Orazi, direttore marketing di Zanichelli stessa. 

Ciao Gianluca! Come nasce il progetto #AreaZ?

«Ciao! Il progetto nasce dal fatto che abbiamo un grandissimo patrimonio delle parole e della lingua italiana e c’è bisogno di riscoprirle. Ci voleva un progetto che abbracciasse tanti lati differenti: installazione gradevole alla vista, qualcosa che incuriosisse e con un monitor che permettesse il lato social, oltre che le cartoline per il lato romantico. Unendo questi punti, si fa riscoprire il gusto di parlare meglio e riscoprire le parole da salvare, patrimonio che abbiamo, mostrandolo nella sua potenza».

Finito il tour vedremo l’installazione da qualche parte?

«Non al momento. Ci sono altri progetti per il prossimo anno ma non sono previste altre piazze al di fuori di quelle in programma».

La lingua italiana muta continuamente: è un bene o male?

«È un bene sicuramente, perché è una lingua viva».

Troveremo molte parole nuove nell’edizione 2020?

«Ci saranno i neologismi, tanti come sempre. Ci limitiamo a osservare e a prendere nota di ciò che succede alla lingua italiana. Le parole più importanti e più usate diventano parte del vocabolario. La nostra è una lingua in movimento, le parole nuove hanno la funzione di prendere nota di questo cambiamento».

Saranno tante quelle a cui diremo addio?

«Addio vero non si dice mai (ride ndr). Le parole possono cadere in disuso o essere rispolverate. Non esiste un cimitero delle parole». 

Anche noi di Edera ci facciamo per certi versi ambasciatori di qualcosa che si sta perdendo, cercando di renderlo “commestibile” e attuale… ovvero la carta. In quale modo possiamo evitare la perdita delle parole?

«Con iniziative del genere che valorizzano l’italiano e servono a riscoprire il gusto di parlare in modo proprio e forbito. Parlare meglio è vivere meglio. Ampliare il proprio bagaglio di conoscenze linguistiche consente di descrivere realtà con lessico più vario, dare un’impronta forte. Le parole in disuso non sono necessariamente sconosciute, magari semplicemente sono state sostituite».

 

Tu che hai ideato questo progetto, quale parola hai adottato?

«Impetuoso. È una parola con significato conosciuto ed esistente. Non viene usata tanto, ma dovrebbe, anche per descrivere un carattere. È bello da sentire “avere un carattere impetuoso”. È una parola forte, maestosa». 

E degli inglesismi cosa possiamo dire?

«Possiamo segnalarli, perché fanno parte della lingua. Però segnalare una parola è diverso da consigliarne e spronarne all’uso, cosa che non si fa. Per esempio, la parola selfie. Se non fosse nel dizionario, sarebbe sbagliato. Però è meglio usare i sinonimi».

E ne abbiamo tanti davvero, di sinonimi: basta aprire un dizionario e cercare il più adatto. La nostra lingua è fra le più belle, complesse e articolate e le parole, se scelte bene, possono impreziosire i nostri discorsi in maniere uniche. 

 

Curdi

la lotta di un popolo in cammino

di Tommaso Nuti, Laura Sestini, Leonardo Torrini 

 

Il Kurdistan, ovvero il Paese dei Curdi, laddove Stan è un suffisso di origine persiana che vuol dire “Paese di” (fonte Treccani) è una regione geografica dell’Asia sud-occidentale che occupa all’incirca la porzione orientale dell’altipiano anatolico compresa tra il Tauro Armeno a nord e i monti Zagros a sud, e più precisamente la parte settentrionale e nord-orientale della Mesopotamia. La superficie totale di questa regione geografica è di circa 200mila chilometri quadrati

 

In queste settimane sono arrivate notizie poco confortanti dai confini siriani. Le truppe americane sono rientrate in patria, lasciando spazio all’avanzata turca verso i territori occupati dalla popolazione curda, che da anni combatte contro lo Stato Islamico e non solo. Ma chi sono davvero i curdi? 

Difficilmente giornali e tv parlano della loro realtà, e pochi conoscono i loro ideali e i motivi della battaglia che stanno conducendo da anni. Come non si conosce il ruolo della donna che, all’interno della società curda, è sempre più emancipata e importante, non solo da un punto di vista sociale, ma anche militare. In questo articolo abbiamo provato a sintetizzare la storia dei curdi e a fotografare la situazione odierna, sempre più difficile, ma dalla quale si possono imparare valori che nella nostra società sembrano un po’ persi.

 

  • Quella curda è la più grande popolazione al mondo senza uno Stato, 40 milioni di persone divise tra Iran, Iraq, Siria, Turchia e Armenia. Il gruppo più numeroso si trova in Turchia, dove costituisce circa un quarto della popolazione. Sono invece oltre un milione e mezzo i curdi della diaspora che vivono in Europa e in Nord America. In Siria abitano nelle zone del Nord e rappresentavano, prima della guerra, circa il 10% della popolazione. Anche in Iraq vivono nell’estremo Nord del Paese, e sono circa il 15% della popolazione. In questi tre Paesi rappresentano il secondo gruppo etnico, mentre in Iran sono una minoranza che comunque copre circa il 10% della popolazione. In Armenia sono poche decine di migliaia. Sono invece circa 2 milioni i curdi emigrati in Germania, dove si trovano le comunità diasporiche più numerose.
  • Il Kurdistan è rimasto sotto il dominio dei romani dal I secolo d.C. fino alla conquista araba del 637 (che ha dato avvio anche all’islamizzazione in senso religioso); poi è stato invaso dai mongoli e dai tartari, dai persiani safawidi e dagli Ottomani, che sono rimasti fino alla prima guerra mondiale.
  • 1916: accordo sull’Asia Minore fra Francia e Gran Bretagna, che riorganizza le regioni dell’Impero Ottomano in via di disgregazione secondo aree di influenza dei due paesi colonialisti. 
  • 1920: inizio della questione curda moderna. Il Trattato di Sèvres prevede un referendum e la stipulazione di un documento politico-giuridico per la creazione di un Kurdistan indipendente; atto che però non è mai stato ratificato dai Paesi partecipanti, a parte l’Italia.
  • 1921: i Curdi sono un popolo riconosciuto dalla Costituzione turca e viene loro accordato uno status di autonomia.
  • 1923: collasso dell’accordo franco-britannico del 1916. Gli alleati firmano il trattato di Losanna che definisce le frontiere della Turchia, cancellando il Kurdistan dalla carta geografica. Da allora in Turchia, Iraq e Siria sono stati diversi i tentavi di creare un’entità statuale autonoma dei Curdi, tutti senza esito – tranne in Iraq – dove, dal 2005, dopo la seconda guerra del Golfo e l’arresto di Saddam Hussein, è stato ufficializzato con l’appoggio Usa, il KRG (Kurdistan Regional Government).
  • 1978: l’attivista politico Abdullah Ocalan costituisce il PKK, partito dei lavoratori curdi ispirato ai principi marxisti-leninisti, che tra il 1984 e il 1995 ha ingaggiato un conflitto aperto con il governo di Ankara, per l’autodeterminazione della regione e del popolo curdo. 
  • Da metà degli anni Novanta il PKK, passa a chiedere una maggiore autonomia all’interno della Turchia, tra repressioni e momenti di stasi, arrivando nel 2013 a proporre una trattativa di “pace”. 
  • 1999: il leader del PKK viene arrestato e incarcerato, attraverso un’operazione congiunta del Mit, i servizi segreti turchi, e altri Paesi, nella quale anche l’Italia ha la sua parte. Viene rinchiuso nell’isola-carcere di Imrali, base militare turca in mezzo al Mar di Marmara di fronte a Istanbul.
  • 2012: il successo delle SDF (Syrian Democratic Force, composte dai Curdi ma anche da altre unità arabe, siriache e altre etnie che popolano la Siria di Nord Est/Rojava) contro le forze le SAA (Syrian Arab Army) permette di conquistare la città di Kobane e di creare una zona autonoma, ma non riconosciuta dalla comunità internazionale: il Rojava, che significa Kurdistan di ponente in lingua curda. L’area autonoma si chiama Confederazione democratica della Siria del Nord e comprendente i cantoni di Afrin (conquistato quasi interamente nel 2018, con l’operazione Ramoscello d’Ulivo, da un attacco turco e milizie islamiste affiliate) Jazira e Kobane. 
  • L’area confederata si ispira ai principi del Confederalismo Democratico, basato su multiculturalismo, ecologia e femminismo, formulato da riflessioni e scritti dal carcere di Abdullah Ocalan, al quale i Curdi siriani si ispirano ideologicamente.
  • 2015: 33 giovani attivisti per la ricostruzione della città distrutta di Kobane vengono uccisi da una bomba a grappolo, fatta detonare da un attentatore suicida che secondo le indagini ufficiali, era affiliato ad ISIS.
  • 2015: A seguito delle accuse di supporto a vari gruppi jihadisti in chiave anti-curda mosse al presidente turco Erdogan, alcuni gruppi curdi-turchi, solidali con il “modello Rojava”, dichiarano l’autonomia democratica delle loro aree, con una successiva e feroce repressione, anche con attacchi aerei, da parte del governo turco che provoca la morte di quasi 3mila persone, soprattutto civili.
  • 2016: Erdogan dichiara lo stato di emergenza, dopo un presunto e mai verificato colpo di stato ai suoi danni, che consente al suo Partito della Giustizia e della Libertà (APK) di aggirare il Parlamento e tornare a governare avendo la maggioranza, perduta con le elezioni del 2015 dove il partito pro-curdo HDP (partito democratico dei popoli) aveva conquistato molti voti, e con il quale era stato costretto a governare.
  • In questi ultimi giorni Erdogan ha deciso di compiere ulteriori passi contro la confederazione della Siria di Nord-Est. Tra la notte del 9 e 10 ottobre scorsi, la Turchia ha iniziato la cosiddetta “Operazione fonte di pace”: la terza operazione turca in Siria dal 2016 dopo “Scudo dell’Eufrate” e “Ramoscello d’ulivo”.
  • La repressione del regime di Erdogan contro i Curdi si fa ogni giorno più dura e non solo all’interno dei confini nazionali, dove continuano arbitrariamente arresti tra intellettuali, politici regolarmente eletti e attivisti, ma anche in territorio siriano, dove l’obiettivo dichiarato del presidente Recep Tayyip Erdogan è spazzare via la presenza delle milizie curdo siriane Unità di Protezione Popolari (YPG) e le Unità di Protezione delle Donne (YPJ) da tutte le zone settentrionali del Paese a ridosso della sua frontiera.

 

ISIS

L’ISIS è un’organizzazione militare e terroristica che si colloca all’interno della vasta area del fondamentalismo islamico: la sua origine si pone all’indomani della seconda guerra del Golfo, condotta da Stati Uniti e Gran Bretagna contro l’Iraq, che portò alla caduta e alla condanna a morte del leader iracheno Saddam Hussein.

Nel 2014 L’ISIS (Islamic State of Iraq and Siria) nasce delle ceneri della “vecchia” Al Qaeda in Iraq, quella guidata da Osama Bin Laden. Lo Stato Islamico si riconosce nel principio secondo il quale “la nostra Costituzione è il Corano”: concepisce l’Islam come un sistema completo, totale e predica il jihad, una guerra santa contro gli infedeli, al fine di ristabilire il Califfato.

Tale organizzazione può contare sulla forza di migliaia di miliziani e mercenari in Iraq e Siria, ma anche sui “foreign fighters”, combattenti che si arruolano da tutto il mondo. Ha enormi risorse finanziarie dovute al saccheggio e alla conquista di pozzi petroliferi e istituti bancari, nonché finanziamenti di fedeli sparsi ovunque e dai Paesi islamici del Golfo. Dal 2014, momento della autoproclamazione del Califfato Islamico, gli islamici si riconoscono nel leader Abu Bakr al-Baghdadi (che gli Usa dichiarano di aver recentemente trovato e ucciso) che non si è mai palesato, ma ha sempre architettato e diretto i piani armati di conquista jihadista.

Con il tempo lo Stato Islamico ha proceduto alla conquista di vasti territori in Iraq e Siria, instaurando il proprio comando centrale nella città siriana di Raqqa, non lontano dal confine iracheno, lungo il fiume Eufrate. Nel 2014, poco prima della conquista di Raqqa, la formazione jihadista ha tentato di insediarsi a Mosul, nel nord dell’Iraq, attraverso un susseguirsi di massacri di ogni genere nei confronti delle popolazioni sottomesse all’occupazione. In questa battaglia, i Curdi hanno ricevuto l’appoggio dell’esercito statunitense: gli Usa aiutano molto in Siria contro l’Isis, con i cacciabombardieri, a fianco delle Sdf che fungono da fanteria, ma questo non è sufficiente per arginare l’ondata di violenza che si abbatte sulle popolazioni incontrate durante l’espansione militare: celebre è il massacro inflitto agli Ezidi, una comunità pacifica che, dopo la conquista di Mosul, è stata decimata: tantissime donne e minori sono state imprigionate, rapite, arse vive, rese schiave sessuali; le immagini filmate dallo stesso Califfato vengono propagandate sui loro siti ufficiali e sui notiziari internazionali, instaurando una politica del terrore rivolta in gran parte all’occidente. Solo nel 2014 più di 7 mila donne vengono rapite, e circa 3 mila di queste vendute al mercato degli schiavi ad un prezzo tra i 50 e 150 dollari. Ancora adesso, a distanza di cinque anni, non si hanno notizie di molte donne e bambini

Lo scorso anno il Premio Nobel per la Pace è andato proprio ad una donna ezida, fuggita e sopravvissuta ai suoi aguzzini, che ha avuto il coraggio di raccontare pubblicamente la sua terribile esperienza: Nadia Murad, che dal settembre 2016 è la prima Ambasciatrice Onu per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani.

A fronte di questa situazione accorrono in aiuto le Unità femminili di Protezione del Popolo, YPJ, donne combattenti curdo-siriane che cacciano i jihadisti dal confine siro-iracheno e cominciano a insegnare alle donne di tutte le età a difendersi ed emanciparsi, istruendole anche all’utilizzo delle armi. Comincia così a espandersi la rivoluzione delle donne già in atto in Rojava, l’area a maggioranza curda in Siria del Nord.

I curdi resistono e liberano nel 2017 le città di Raqqa e Mosul, devastate da anni di occupazione del Califfato, riscattando dalle atrocità soprattutto il genere femminile, schiavo a 360° delle leggi coraniche, la Sharia, applicata alle zone conquistate dal Califfato.

 

Confederalismo Democratico e la rivoluzione femminile

Il 2011 è un anno cruciale per la Repubblica siriana che, sull’ondata di proteste delle Primavere arabe, si trova ad affrontare il popolo che scende in piazza per chiedere riforme sociali eque e le dimissioni del governo monopartitico Baath. Il presidente siriano Bashar al-Assad risponde con una forte repressione – inviando l’esercito – causando morti e feriti civili. La situazione repentinamente si evolve attraverso la diserzione di alcuni ufficiali dell’esercito siriano che si schierano contro il governo organizzando il Syrian Free Army, l’esercito siriano libero. 

Le proteste popolari in breve si trasformano in guerra civile, alla quale parteciperanno molte fazioni interne, diversificate da correnti religiose e politiche e in seguito altri Stati coalizzati a sostegno o contro al-Assad, tra i quali USA e Russia. Nel corso del tempo alle forze SFA si uniscono milizie di ideologia islamista di corrente sunnita, che allargano il conflitto interno e la violenza contro la popolazione civile non sempre consenziente.

Una guerra già sanguinosa e fratricida dentro la quale, da agosto 2014, si inserisce l’auto-proclamato Stato Islamico, insediando il suo quartier generale a Raqqa, città a maggioranza araba a nord-est della Siria.

Il Califfato Islamico guidato da Abu Bakr al-Baghdadi porta con sé un’ondata di terrore, che ancora oggi a distanza di cinque anni non è terminata, facendo piombare le aree conquistate in un’atmosfera tetra e violenta. Le donne sono quelle che più subiscono le conseguenze della situazione con l’istituzione della Sha’ria – l’interpretazione più radicale dell’Islam – obbligate alla sottomissione patriarcale e all’osservazione di tutti i precetti che prevedono anche il niqab, la copertura integrale del corpo con abiti neri, compreso il volto e le estremità. Anche per gli uomini la vita cambia negativamente, ma rimangono sempre uno scalino più in alto nella scala gerarchica sociale.

Da Raqqa lo Stato Islamico si muove a conquista dei pozzi petroliferi più a nord e delle aree a maggioranza curda. I Curdi, che non erano mai stati nelle grazie del presidente siriano per la loro aspirazione all’autonomia regionale, colgono l’occasione della guerra e dell’ascesa dell’Isis per auto-amministrarsi e auto-difendersi, mettendo in pratica il progetto di Confederalismo Democratico elaborato dal leader politico Abdullah Öcalan al quale si ispirano – fondatore nel 1978 del PKK –  durante i 20 anni di prigionia nell’isola-prigione di Imrali in Turchia, dove è stato rinchiuso dopo essere stato arrestato nel 1999 e condannato all’ergastolo con l’accusa di terrorismo.

Il Confederalismo Democratico è un patto sociale di autogoverno dal basso che mira a diffondere una nuova realtà di vita comunitaria inclusiva, di cittadinanza attiva, che inizia nei komin, i consigli di quartiere, escludendo un’istituzione dall’alto. Un patto sociale anticapitalista, multiculturale e ecologico nella sua accezione più grande, con uno sguardo particolarmente attendo all’emancipazione del genere femminile.

Con questi presupposti, a gennaio 2014 viene promulgato il Contratto Sociale del Rojava, che si auto-descrive come un’amministrazione fondata sul pluralismo e il decentramento del potere. 

In ogni ambito distintivo della comunità (quartiere, municipalità, regione, accademie, ecc.) gli eletti a rappresentare un gruppo sono obbligatoriamente un uomo e una donna, co-responsabili di diritti e doveri.

Perché questo? In una società equa e solidale, afferma Öcalan nei suoi numerosi scritti, non c’è posto per il patriarcato che sottomette le donne a un livello inferiore di capacità fisiche e intellettuali: una società davvero libera è quando tutti sono parimenti liberi.

L’emblema di questo percorso – non senza ostacoli – ci pare essere custodito nella volontà delle decine di migliaia di giovani donne che si sono arruolate con le Ypj, determinando il diritto all’autodifesa del proprio corpo, oggetto tanto ambìto dai mercenari Isis che velocemente avanzavano in questi territori. Nel 2017 il comando delle 11mila unità di militari SDF per la liberazione di Raqqa, roccaforte del Califfato Islamico, viene assegnato alla comandante curda Rojda Felat, una coraggiosa donna alla quale i mercenari Isis hanno ucciso 22 membri della famiglia. 

Le donne di tutte le varianti etniche che risiedono in Siria di Nord-Est, dove hanno finora operato i principi fondamentali del Confederalismo Democratico  (dal futuro incerto dopo il recente attacco turco) hanno dato avvio a una rivoluzione di genere senza pari in nessun’altra area mediorientale, rimettendo totalmente in gioco la loro esistenza e dando vita anche a una città delle donne, Jinwar, per coloro che preferiscono vivere da sole  senza protezione maschile: una realtà che in Occidente può sembrare banale e scontata, ma che ha un immenso valore simbolico in questo angolo del mondo. Questo coraggioso avvio di lotte femminili, in un’area geografica imprevista, ha rinvigorito anche molti movimenti occidentali stimolandoli – dopo anni di assopimento – a riprendere il cammino e con i quali si intrecciano strategie comuni di percorso per i diritti civili e la parità di genere.

Oggi la situazione è molto complicata: lo Stato Islamico è un’organizzazione composta da più di 300 correnti estremiste differenti; la presunta morte del comandante Abu Bakr al-Baghdadi non sopprimerà queste forze, arginate soprattutto grazie alla lotta curda, che ha perso oltre 11mila combattenti, come nel Rojava. L’avanzata turca e il ritiro delle truppe statunitensi nel nord est della Siria lasceranno nuovamente da solo il popolo curdo, abituato ormai a difendersi da più fronti in modo autonomo, per la propria libertà e la propria indipendenza. 

 

Acronimi utili in ordine alfabetico (dalla lingua inglese)

 

ISIS – Islamic State of Iraq and Syria – Stato islamico di Iraq e Siria. 

PKK – Partiya Karkeren Kurdistan – (Turchia dal 1978 al 1999) Partito dei Lavoratori Curdi fondato da Abdullah Öcalan, attualmente detenuto nell’isola-carcere di Imrali. 

SAA – Syrian Arab Army – Esercito arabo siriano – Esercito regolare della Repubblica araba siriana

SDF – Syrian Democratic Force – Forze Democratiche Siriane – Sigla che raccoglie i combattenti curdi Ypg/Ypj e molte altre sigle coalizzate, secondo gruppo etnico.

SFA – Syrian Free Army – Esercito Libero Siriano – Organizzazione militare nata dalla diserzione di ufficiali dell’esercito regolare siriano alla quale si sono poi affiliate numerose milizie islamiste, quelle che ancora oggi affiancano lo stato turco.

YPG – in curdo Yekineyen Parastina GelUnità di Protezione del Popolo – Reparti maschili di combattenti curdi siriani.  

YPJ – in curdo Yekineyen Parastina Jin – Unità di Protezione del Popolo – Reparti femminili di combattenti curde siriane.