Intervista a Ras Julio oltre i cliché di Babylon
di Aurora D’Argenio
Nell’immaginario comune la parola Rastafari è accompagnata da un’estetica immediatamente riconoscibile: dreadlocks, reggae e l’uso rituale di ganja. Ma dietro alle immagini folkloristiche, esiste una storia molto più complessa, radicata nel trauma della violenza coloniale. Anni ’30, Giamaica. L’isola è ancora sotto il dominio britannico e i discendenti degli schiavi africani vivono marginalizzati: sono privati dei diritti civili, in un sistema che nega loro la dignità. È qui che prende forma il movimento Rastafari: un intreccio tra una connessione pura con il creato, l’emancipazione africana e la resistenza culturale. Mentre la rabbia sociale esplode nelle strade e nelle piantagioni, l’Etiopia comincia a brillare come Zion: la Terra Promessa, simbolo di un’Africa sovrana mai piegata alla brutalità occidentale.
Oggi, ben lontano dai cliché, il Rastafari si manifesta attraverso il rifiuto di rigidi dogmi religiosi, per abbracciare la Livity: una filosofia che trasforma le scelte quotidiane in un atto di amore e di armonia con la natura.
Per spogliare questa cultura dalle narrazioni superficiali, ne parliamo con Ras Julio, podcaster, divulgatore e organizzatore di eventi che promuovono l’apprendimento del Rastafari.
La Giamaica per molti è l’isola del reggae, ma è il punto di partenza di una diaspora che guarda all’Etiopia come Zion. Perché questa terra rappresenta un faro della libertà?
«L’Etiopia è rimasta l’unica nazione africana a non essersi mai piegata al dominio coloniale. Quando gli africani sono stati deportati in Giamaica, l’unico libro al quale avevano accesso era la Bibbia. Leggendola, si sono resi conto che l’Africa era un luogo molto più importante di quanto i colonizzatori facessero credere: non solo rappresentava l’origine dell’umanità, ma era ed è anche il luogo in cui si sono svolte le vicende bibliche. Il 2 novembre 1930, Hailé Selassié I venne incoronato imperatore in Etiopia, sul trono di Davide. I giamaicani unirono i pezzi del puzzle: lì dove tutto era partito e avrebbe fatto ritorno il Messia, veniva incoronato un imperatore che discendeva direttamente da Davide. Il movimento Rastafari nacque dopo circa 3 anni, una risposta con un significato politico, spirituale, ideologico e culturale. Dopo 400 anni in schiavitù finalmente potevano trovare la loro redenzione».
È possibile essere davvero liberi pur vivendo all’interno degli ingranaggi di un sistema che storicamente i Rastafari identificano come Babilonia?
«Per essere veramente liberi, bisogna spiritualizzare gli ingranaggi del sistema. Quando liberi la scintilla divina in tutti gli aspetti della vita, spiritualizzi il materiale. Noi vogliamo rastafarizzarlo: finché ci sono le condizioni etiche e morali, io posso abitare un sistema e trasformarlo dall’interno. Rastafari attecchisce ovunque ci sia dolore, sconforto, necessità di motivazione, di identità, di dare un significato alla vita».
Lasciare crescere i capelli è uno dei tratti più visibili dei Rastafari. Cosa rappresenta questo legame con il corpo?
«I dreadlocks sono un’alleanza con il Creatore, un atto di fede. Sono una consacrazione, la forma di sacerdozio, anche laico, più antico dell’umanità. Ovunque io vada, posso nascondere una collana con un ciondolo religioso, un tatuaggio, ma non i miei capelli».
Questa alleanza si riflette anche nella reggae music, il veicolo che ha portato il messaggio Rastafari in tutto il mondo. L’industria musicale sembra averne contaminato il significato. Per te è un accompagnamento o un canale di elevazione?
«La musica reggae è una musica sacra, una forma di preghiera e di meditazione. Nasce nei contesti spontanei degli yard, i cortili nei ghetti giamaicani, come strumento collettivo di intrattenimento e di espressione. C’è una componente vitale, è Redemption Song. Sembra che il mercato ne abbia corrotto il messaggio? Io preferisco la prospettiva opposta: il reggae ha contaminato il mercato introducendo temi di consapevolezza anche tra gli altri generi musicali».
Oltre alla musica, c’è una pratica di trasmissione orale, il Reasoning: una ricerca collettiva della verità. Cosa accade in questi momenti?
«Nella cultura Rastafari non esistono le scuole. Si apprende attraverso i Reasoning, i ragionamenti. Le sorelle e i fratelli più maturi dialogano anche in presenza di quelli più giovani e tutti imparano durante questi momenti di scambio. Crediamo nel concetto di Word, Sound and Power. Il parlare è un’attività sacra, perché creatrice. Quindi, sono consapevole di avere un effetto sugli altri? Certo e per qualche motivo mistico o cosmico, sono stato preso come canale per fare arrivare questo messaggio agli altri».
Articolo scritto all’interno del Laboratorio di Giornalismo realizzato da Edera Rivista all’Università di Firenze