La realtà quotidiana all’interno di un paese costruito per essere perfetto
di Matilde Vaccaneo
“No one leave”. (in inglese dovrebbe essere no one leaves)
Sono tre parole incise sul legno di una porta che osservo la mia prima sera sull’isola.
Non so se la persona che le ha scritte avesse intenzioni particolari, ma io ci ho letto il destino delle persone che abitano quel luogo: chi nasce sull’isola non la può abbandonare.
Tutto ciò è rimasto impresso nella mia mente e mi ha fatto riflettere su come possano vivere davvero i maldiviani, quali siano le loro paure e difficoltà. Così, durante la mia permanenza, ho cercato di capire com’è davvero vivere in paradiso.
Ho avuto la fortuna di visitare l’isola di Hangnaameedhoo nell’atollo di Ari, dove ho incontrato persone che vi abitano, riuscendo a parlare con alcune di loro.
In particolare ho conosciuto Alamgir, la nostra guida per la settimana, con cui ho avuto l’occasione di condividere giornate, escursioni e racconti di vita.
Alamgir ha trentotto anni, una moglie e tre figli ancora minorenni che frequentano la scuola locale. Vive in una casa vicino alla guest house in cui lavora, non è grande, ma c’è tutto quello che serve. La sua vita è molto semplice, lavora molto durante l’alta stagione turistica, periodo in cui è impegnato quasi tutti i giorni, ma poi durante la bassa stagione, a partire da maggio, quando i turisti diminuiscono, riprende la sua seconda attività: la pesca.
Mi racconta che è nato e cresciuto sull’isola, tra il sale e il vento, e che è uno dei pochi che non l’ha mai dovuta abbandonare, infatti non ha iniziato lavorando nel turismo, ma come pescatore sui dhoni, le tipiche barche maldiviane.
Successivamente, con lo sviluppo del turismo nelle isole locali, ha iniziato a lavorare nella guest house che ci ha ospitato, e lo fa da dieci anni.
Dice che è stato fortunato, perché molti ragazzi invece sono costretti a lasciare l’isola di Hangnaameedhoo per cercare fortuna nella capitale oppure per lavorare nei resort. Qui gli stipendi possono essere un po’ più alti, ma chi ci lavora torna a casa raramente perché troppo lontano.
Quello che però mi incuriosisce maggiormente è capire come viva davvero una persona maldiviana. Mi spiega che la vita sull’isola è molto lenta e semplice: le persone lavorano per la maggior parte nel turismo, soprattutto nelle guest house, o nella pesca, che è anche la fonte principale della loro alimentazione. Ultimamente però anche il campo dell’edilizia è cresciuto grazie al forte sviluppo turistico di Hangnaameedhoo.
Dalle parole di Alamgir capisco che il rapporto che ha con il turismo è particolarmente positivo, non lo vede come una minaccia, ma piuttosto come una risorsa essenziale.
Gli chiedo se sia mai stato disturbato dalla presenza dei turisti e lui mi confessa che sono state rare le occasioni in cui i visitatori sono stati maleducati. Solitamente il problema principale insorge con la popolazione più anziana e conservatrice che non vede di buon occhio chi cammina per le strade dell’isola vestito troppo scoperto.
Infatti, una delle regole principali per la convivenza tra autoctoni e turisti è il rispetto della cultura e religione musulmana, per questo chiedono a tutti di indossare abiti adatti e di mettere il bikini solo ed esclusivamente nell’apposita “bikini beach”.
Durante la nostra chiacchierata riesco difficilmente a capire quanto sia il suo stipendio, giustamente è restio nel dirmelo, ma mi fa intendere che il suo compenso si aggira intorno agli ottocento dollari al mese, a cui si vanno a sommare le mance dei turisti, che solitamente sono generose.
Questo gli basta per vivere una vita semplice, ma molti non sono così fortunati e guadagnano meno (la media degli stipendi nelle Maldive è di cinquecento dollari statunitensi al mese). Tuttavia, tiene a sottolineare quanto sia felice del suo lavoro e di come questo gli permetta di mantenere la sua famiglia.
Un pomeriggio, durante un’escursione in barca, noto come dall’altra parte dell’isola si erga una colonna di fumo e stupita chiedo ad Alamgir qualche spiegazione. Mi racconta di come molti turisti trovino strano che si brucino i rifiuti. Per loro invece è la normalità perché una raccolta dei rifiuti isola per isola sarebbe impossibile vista la distanza e usare il fuoco sembra l’unica soluzione. Ho trovato questo momento tristemente paradossale: per smaltire il peso dei rifiuti che il turismo trascina con sé, i locali finiscono per alimentare quel riscaldamento globale che minaccia di cancellare la loro terra per sempre, mostrando così tutta la fragilità che caratterizzano questo luogo.
Questo viaggio mi ha fatto capire che le Maldive non sono solo quel luogo paradisiaco che viene raccontato sui social media o i lussuosi resort contenuti nei cataloghi delle agenzie di viaggio. Dietro la perfezione di quelle immagini si nasconde, invece, un paese fragile, segnato da profonde disuguaglianze sociali e un’estrema dipendenza dal turismo che è, allo stesso tempo, la sua linfa e la sua minaccia.
Quelle che il mondo si immagina non sono le vere Maldive o, per lo meno, non lo sono per coloro che abitano le sue isole locali.
Articolo scritto all’interno del Laboratorio di Giornalismo realizzato da Edera Rivista all’Università di Firenze