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UNA VITA NEL RUGBY

Giovani e sport

di Giovanni Braconi

Giochi a rugby da quando avevi 10 anni e oggi ne hai 40. Come è iniziata questa passione e cosa ti ha fatto restare in questo sport per così tanto tempo?

«È iniziato tutto abbastanza per caso. Avevo circa 10 anni e un mio amico di scuola mi invitò a vedere un allenamento del suo club. All’inizio ero incuriosito soprattutto dall’idea di provare uno sport diverso dal calcio, che facevano quasi tutti. La prima cosa che mi colpì fu il gruppo: c’era un forte spirito di squadra, anche tra bambini. Nessuno veniva lasciato indietro e ognuno aveva un ruolo importante.

Con il tempo mi sono appassionato sempre di più. Ovviamente a quell’età giochi soprattutto per divertirti, però crescendo ho imparato ad amare davvero il rugby, non solo per il gioco in sé ma per tutto quello che c’è intorno. Ci sono stati momenti in cui ho pensato di smettere, magari per gli infortuni o per impegni personali, ma poi sono sempre tornato. Dopo trent’anni posso dire che il rugby è diventato parte della mia identità».

Hai mai avuto l’ambizione di diventare un giocatore professionista? Com’è andata la tua carriera sportiva?

«Da adolescente sì, ci pensavo. Quando giochi da tanti anni e inizi a ottenere buoni risultati è normale immaginare qualcosa di più grande. Ho fatto stagioni importanti, ho giocato in buone squadre e ci sono stati allenatori che mi hanno fatto credere di poter arrivare più in alto. Però bisogna anche essere realistici: il livello è molto competitivo e servono tante condizioni favorevoli.

A un certo punto ho capito che il rugby professionistico non sarebbe stato il mio futuro. Ho scelto di concentrarmi sul lavoro e sulla vita personale, continuando però a giocare a livello dilettantistico. Non me ne pento, sinceramente. Certo, ogni tanto pensi a cosa sarebbe successo se avessi preso un’altra strada, ma non vivo questo aspetto con rimpianto. Ho comunque avuto una carriera piena di soddisfazioni sportive e umane».

Quali sono stati i momenti più importanti o emozionanti della tua carriera nel rugby?

«Ce ne sono tanti. Sicuramente una delle emozioni più forti è stata la vittoria di un campionato regionale con la mia squadra quando avevo poco più di vent’anni. Eravamo un gruppo molto unito e ci allenavamo tantissimo. Vincere dopo tanti sacrifici è stato qualcosa di incredibile.

Però, se devo essere sincero, non ricordo solo le vittorie. Mi sono rimasti impressi anche i momenti difficili: le sconfitte pesanti, gli infortuni e persino certe partite giocate sotto la pioggia e nel fango che oggi ricordiamo ridendo. Nel rugby si crea un legame particolare con i compagni, perché condividi fatica, delusioni e gioie. Anche il ‘terzo tempo’ è qualcosa di speciale: finita la battaglia in campo, tutti insieme a mangiare e scherzare, indipendentemente dal risultato».

Quanto pensi che il rugby ti abbia aiutato nella vita fuori dal campo?

«Credo tantissimo. Se oggi sono una certa persona, una parte del merito va sicuramente al rugby. Questo sport mi ha insegnato il rispetto delle regole e degli altri, anche degli avversari. Mi ha insegnato a lavorare in gruppo, ad assumermi responsabilità e a non mollare quando qualcosa va storto.

Anche nel lavoro mi è stato utile. Quando hai affrontato allenamenti duri, sconfitte e momenti difficili, impari a gestire meglio lo stress e a restare concentrato sugli obiettivi. Inoltre il rugby ti insegna una cosa importante: da solo non vai lontano. Hai sempre bisogno di fidarti delle persone accanto a te, e questo vale anche nella vita quotidiana.

Mi ha aiutato molto anche sul piano umano. Ho imparato a essere più paziente, più disciplinato e a capire il valore del sacrificio. Non è solo uno sport fisico, è anche una scuola di vita».

Dopo 30 anni passati nel rugby, che consiglio daresti a un giovane che vuole iniziare oggi? E cosa rappresenta ancora per te questo sport?

«Gli direi di buttarsi e provarci senza farsi spaventare dai pregiudizi. Molti pensano che il rugby sia solo uno sport violento, ma in realtà è molto più complesso di così. Certo, è uno sport duro e richiede impegno, ma insegna valori importanti come il rispetto, la solidarietà e il sacrificio.

A un ragazzo direi anche di avere pazienza. All’inizio magari non è semplice capire il gioco o trovare il proprio ruolo, ma con il tempo arrivano soddisfazioni enormi. E soprattutto si creano amicizie che spesso durano per tutta la vita.

 

Per me oggi il rugby rappresenta una parte fondamentale della mia storia. Anche se non sono diventato professionista, mi ha dato tantissimo: amici, esperienze, insegnamenti e ricordi che porterò sempre con me. In un certo senso, mi ha aiutato a diventare la persona che sono oggi».

Articolo scritto all’interno del Laboratorio di Giornalismo realizzato da Edera Rivista  all’Università di Firenze

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