A ventisei anni Davide ha già vissuto una vita professionale intensa, fatta di notti in viaggio, telefonate improvvise e immagini raccolte nei luoghi più difficili della cronaca italiana.
di Anna Pomoni
A ventisei anni Davide ha già vissuto una vita professionale intensa, fatta di notti in viaggio, telefonate improvvise e immagini raccolte nei luoghi più difficili della cronaca italiana. Originario di Arcidosso, piccolo paese in provincia di Grosseto, oggi vive a Firenze, città che negli anni è diventata anche uno dei principali scenari del suo lavoro.
«Ho fatto una scuola professionale perché non avevo intenzione di proseguire gli studi universitari»
racconta. Dopo il diploma si è trovato davanti alla domanda che accompagna molti ragazzi della sua età: cosa fare del proprio futuro. La risposta arriva quasi per caso. «Sono venuto a conoscenza di un mondo che non conoscevo, quello del video e della televisione».
Quella curiosità iniziale si è trasformata rapidamente in un lavoro vero. A soli diciannove anni Davide ha iniziato a collaborare come libero professionista con Mediaset. Un ingresso precoce in un ambiente competitivo e prevalentemente adulto. «All’inizio guardavo i colleghi cercando di capire i segreti del mestiere – dice -. Non è stato semplice. Ai loro occhi ero solo un bambino».
Entrare nel mondo della televisione significa imparare in fretta, adattarsi, conquistarsi credibilità. «Ritagliarsi uno spazio lavorativo in un mondo fatto di squali è stata una delle cose più difficili».
Eppure proprio lì ha scoperto che dietro al lavoro si nasconde anche una passione autentica. «Soprattutto nei primi anni ho dedicato anima e cuore alla crescita della mia azienda, giorno e notte».
La parte più complessa, però, non riguarda solo il lavoro. Fare cronaca televisiva significa vivere nell’imprevedibilità. «È stato difficilissimo conciliare la vita di un ventenne con un mestiere che non lascia spazio alla vita sociale». La cronaca non aspetta: incendi, aggressioni, tragedie possono accadere in qualsiasi momento. Davide cita casi che hanno segnato il Paese, come quello di Giulia Cecchettin o la strage di Crans Montana.
«Quando squillava il telefono dovevo partire subito, senza sapere quando sarei tornato». Cene annullate, compleanni saltati, festività trascorse in viaggio. «È stato un sacrificio enorme, con la consapevolezza che alcuni momenti della giovinezza non sarebbero più tornati».
Negli anni il suo percorso professionale si è evoluto. Dalla cronaca per i telegiornali è passato sempre più spesso alla cronaca d’inchiesta televisiva, collaborando anche con programmi come Fuori dal Coro.
Un lavoro più duro, più diretto, spesso pericoloso. «Per mostrare agli italiani il degrado di certe situazioni dovevamo esserci di persona». Significava inseguire occupanti abusivi, documentare piazze di spaccio, entrare in contatto con baby gang e ambienti difficili. Col tempo Davide ha capito quanto quella realtà rischi di diventare pesante anche sul piano umano.
Tra gli episodi che ricorda con maggiore intensità ce n’è uno avvenuto a Firenze. Lui, la troupe e una giornalista stavano cercando una famiglia che aveva occupato abusivamente un appartamento. Dopo aver individuato il palazzo sono stati notati da uno degli occupanti. «Nel momento in cui ha visto telecamera e microfono è iniziato l’inferno». L’uomo ha cominciato a rincorrerli e ad aggredirli, danneggiando parte dell’attrezzatura. «L’unica fortuna è stata che noi avevamo le scarpe da ginnastica e lui le infradito – racconta oggi con lucidità -. Queste persone non hanno niente da perdere». Nella fuga un collega è rimasto ferito a una mano, mentre il resto della troupe ha rischiato ad allontanarsi chiamando le forze dell’ordine. L’episodio ha lasciato un segno profondo. «Un’ora dopo era già uscito un articolo online sull’aggressione e mia madre lo lesse subito. Non l’avevo ancora avvisata». Da quel giorno promise a se stesso e alla sua famiglia di cambiare strada. «La mia vita non vale così poco» spiega.
È proprio da quella consapevolezza che è nata una nuova fase. Davide ha deciso di trasformare la propria esperienza in qualcosa di diverso. «Mi sono chiesto se esistesse un modo di vivere questa passione in maniera meno rischiosa». Ha iniziato così il percorso da videomaker, collaborando con aziende, privati e attività del territorio.
Oggi guarda al passato senza rimpianti. Quelle esperienze gli hanno lasciato fatica, rinunce e momenti difficili, ma anche competenze e maturità. «Sono orgoglioso delle scelte che ho fatto, perché mi hanno portato a una crescita lavorativa e personale che non avrei mai immaginato».
Articolo scritto all’interno del Laboratorio di Giornalismo realizzato da Edera Rivista all’Università di Firenze