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ULTIMA DESTINAZIONE VARANASI: L’AVVENTURA DI TERRA COMUNE

In bicicletta da Messina a Varanasi per promuovere il dialogo interculturale

di Margherita Cavicchioni

Questa è la storia di un viaggio fuori dal comune. Non ci sono check-in da fare o treni da prendere, soltanto due biciclette e la volontà di aprirsi all’altro e incontrare il mondo. Questa è l’avventura di Franco, Federico e Giovanni e del “Terra Comune project”: iniziativa di cicloturismo solidale partita da Messina il 3 giugno con destinazione Varanasi, India, nel 2027. 

Federico, 30 anni, si definisce viaggiatore. Franco di anni ne ha 57, è uno sportivo da sempre. Con loro c’è anche Giovanni, 22 anni, studente universitario che arriverà fino a Istanbul. Loro sono i protagonisti di questo viaggio trasformativo su due ruote.

Li abbiamo conosciuti il 28 giugno al Borgo “Tutto è vita”, sull’appennino pratese, dove Federico e Franco si sono incontrati e hanno ideato Terra Comune. Sono state le circostanze che li hanno portati a scegliere come meta la città sacra sulle rive del Gange. E parte della loro missione comprende anche una raccolta fondi per l’apertura di un hospice proprio nel Borgo. 

Il nome “Terra Comune” è nato dalla convinzione che esista un luogo che sia di tutti. «Il nostro viaggio attraverserà tantissimi luoghi, incontrerà tantissime storie e indifferentemente dalla cultura, dall’etnia, dalla lingua che si parlerà in quei posti, o da quelle linee immaginarie di confine, tutti siamo parte della stessa cosa – dice Federico -. Alla fine, Terra Comune è questo». 

La scelta del mezzo è stata ecologica, ma non solo. Federico spiega che la bici «è qualcosa fatta dall’uomo che utilizza la forza dell’uomo stesso. Tramite la bici e lo sforzo, cerchiamo di portarci avanti, di evolvere, di migliorarci. Lo facciamo anche per il pianeta, perché la scelta di un mezzo così oggi è rivoluzionaria. Per tutti è una pazzia usare una bici per arrivare dall’altra parte del mondo; invece, è una cosa che noi crediamo possibile». 

Per questo fra i sostenitori di Terra Comune, oltre a “Tutto è vita”, ci sono l’associazione Fiab e Messina Ciclabile. 

Prepararsi per un viaggio simile non è solo una questione di muscoli. Per Franco ogni giorno è un allenamento, sia a livello fisico che mentale: è necessario credere nel proprio corpo, ascoltarlo e cercare di non tradirlo facendo cose che potrebbero danneggiarlo, oltre ad avere una grande forza mentale «perché il viaggio diventa quasi una meditazione, perché con ogni pedalata ti concentri sullo sforzo». 

«La meditazione è lo strumento perfetto per affrontare qualsiasi cosa nella vita – aggiunge Federico – Ogni pedalata diventa un mantra». 

Per Franco i volti e le storie che incrociano sulla loro strada «danno una spinta in più per andare avanti». L’incontro e il dialogo sono fondamentali per il viaggio trasformativo di Terra Comune. «Ti vedono con quella bici così carica, la fatica, il sudore, tutte queste cose. Capiscono lo sforzo che stai facendo, noi gli apriamo il cuore e anche loro si aprono e da là succedono cose incredibili».

Questi incontri sono il fulcro del viaggio e alcuni lasciano il segno più di altri. Come in Basilicata, quando hanno conosciuto il dolore profondo di una sconosciuta e Federico le ha offerto un abbraccio. «Oggi manca proprio quest’empatia – commenta –. Oggi la tristezza, l’avere un lutto è come un taboo. Questa cosa l’abbiamo imparata qui al Borgo».  

Poi sono stati ospitati da questa persona. Quando hanno visto che il giardino aveva bisogno di cure, non ci hanno pensato due volte: si sono rimboccati le maniche e hanno iniziato a decespugliare. 

L’accoglienza, spiega Franco, se arriva da sola viene accolta, altrimenti dormono in tenda o si arrangiano in qualche modo. Come qualche giorno fa, quando si sono ritrovati a dormire in un campo di paglia. Di quella bellissima serata ricordano il profumo . I tre concordano che «Le cose piccole sono quelle che apprezzi di più. Soprattutto dopo tanto sforzo, anche un pezzo di pane duro è una felicità». 

Nel loro bagaglio non c’è posto per il superfluo. Che paura hanno dovuto lasciare a casa prima di partire? La risposta di Giovanni è chiara e senza esitazione: «La sofferenza». Franco ha già sconfitto la sua fobia del buio dormendo all’aperto per 21 giorni proprio nel Borgo in cui ci troviamo. 

Federico pensa che la sua paura sia un po’ strana «perché è la paura di fare le cose per se stesso. È una paura che non è diffusa, però c’è. Soprattutto ora ho realizzato che bisogna curare prima se stessi e poi ci verrà naturale e molto più semplice pensare agli altri».

I chilometri da fare sono ancora molti e Varanasi è lontana. Franco vive nel presente. Dice che il suo mantra è: «Nasco la mattina e muoio la sera». Forse si è già fatto un’idea di cosa aspettarsi all’arrivo, ma saprà rispondere solo all’avvicinarsi del traguardo. Ci invierà una cartolina per farcelo sapere. 

Federico invece sa cosa si aspetta: «La fine. La fine di tutto. La fine di un periodo. Questo mi aspetto da Varanasi. E sicuramente quando finisce qualcosa, rinasce qualcosa di nuovo».

Articolo scritto all’interno del Laboratorio Edera Summer Camp di comunicazione e scrittura giornalistica realizzato da Edera Rivista.

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