Con la parola inglese “outdoor”, letteralmente “all’aperto”, si fa riferimento a tutte quelle attività sportive che si svolgono appunto in esterna, più precisamente a contatto con la natura. Per dirlo con le parole di Luca Albrisi, snowborder, documentarista e membro fondatore di The Outdoor Manifesto, «l’outdoor è un mezzo di riconnessione all’ambiente naturale.

È tramite il contatto con il mio territorio che torno a percepire me stesso non come individuo, ma come parte integrante della natura. È tramite un outdoor consapevole e praticato “ad occhi aperti” che mi posso accorgere anche di eventuali problematiche nell’ambiente che mi circonda».

L’iniziativa degli attivisti di The Outdoor Manifesto nasce proprio dall’esigenza di proteggere l’ambiente naturale, creando e diffondendo una cultura che sia in grado di generare un cambiamento di direzione della sostenibilità, sia in chi pratica sport nella natura, sia nelle aziende del settore o nelle economie delle valli montane.

Ciao Luca. Come è nato il Manifesto e qual è il tuo ruolo all’interno del movimento?

«Nel 2018 sono stato in giro per l’Italia a presentare il documentario “The Clean Approach” (https://www.indeependent.it), con il quale stavo già cercando di portare la tematica della sostenibilità nel mondo dell’outdoor. In quei mesi di tour ho visto crescere esponenzialmente l’interesse per le tematiche ambientaliste, anche grazie a Greta Thunberg e al suo Fridays for Future.

Dopo la presentazione del documentario al festival Milano Montagna, un gruppo di ragazzi mi si è avvicinato chiedendomi cosa potessimo fare di concreto per coniugare outdoor e sostenibilità. Da snowborder, documentarista e appassionato di deep ecology, era molto tempo che sentivo l’esigenza di portare l’attivismo in un settore specifico come quello dell’outdoor.

Con altri amici interessati a questi temi abbiamo quindi cominciato a stilare i punti fondamentali del Manifesto, per definire quali sono per noi le linee guida di una pratica outdoor che guardi all’etica ambientale. A giugno 2019 abbiamo presentato il Manifesto al pubblico. 

Abbiamo voluto mantenere una dinamica dal basso, rifiutando le proposte di sponsorizzazione delle aziende. Il nostro scopo è creare una cultura dell’outdoor consapevole e questo lo puoi ottenere solo con un dialogo che deve partire dall’interno delle comunità, in cui un processo lento è necessario per radicare a fondo i valori.

Oggi molti brand puntano su green marketing e sostenibilità, ma in tanti lo fanno per moda, non per creare cultura».

La pandemia in corso ha modificato i vostri piani?

«Siamo partiti molto bene con eventi e presentazioni per tutta l’estate 2019, riscontrando davvero tanta partecipazione. Con il Covid abbiamo traslato l’attività sui social e i mesi di lockdown ci hanno dato il tempo di organizzare al meglio la parte online. Logicamente ci manca lo scambio faccia a faccia, la possibilità di fare cultura col dialogo che si crea solo durante gli eventi dal vivo.

La pandemia ha anche spinto moltissime persone durante la scorsa estate ad approcciarsi per la prima volta al mondo dell’outdoor e specialmente alla montagna, alla ricerca di aria pulita e distanziamento sociale: questo ci dà l’opportunità di creare una massa sempre più informata riguardo i delicati equilibri degli ambienti naturali».

Come si concilia però l’incremento del turismo estivo sulle nostre montagne con questi equilibri?

«Sicuramente un ruolo importante lo svolgono gli enti di promozione turistica. Spingere sempre su quei pochi luoghi famosi ad esempio è un’arma a doppio taglio: sapere che lì ci sarà un notevole flusso turistico può essere utile per prepararsi ad accoglierlo e gestirlo, pensando a come smaltire meglio i rifiuti o organizzare il traffico;

d’altra parte però si tratta di un palliativo perché di fatto non si sta insegnando al visitatore ad avere un approccio più ecologico e rispettoso all’outdoor, si stanno semplicemente arginando (senza troppo successo) gli effetti dei suoi comportamenti. Il primo passo per chi si approccia alle attività all’aria aperta è abbandonare l’idea che tutto ciò che c’è da scoprire sia nei tre posti attrezzati e super sponsorizzati nelle guide, perché outdoor è soprattutto libertà: i boschi sono fatti per essere esplorati, anche se ovviamente con attenzione e rispetto.

L’uomo è stato modellato per vivere nell’ambiente naturale e per confrontarsi anche coi suoi lati più duri, non per stare tutto il giorno davanti a un computer o per muoversi in un ambiente privo di ostacoli».

Quali iniziative avete già attuato e quali avete in programma per il futuro?

«L’intento è lavorare in due direzioni. La prima è quella di divulgazione culturale: sul nostro Journal pubblichiamo articoli che guardano all’outdoor da diverse prospettive, cercando di cogliere gli spunti che ci arrivano da chi ci segue, sui problemi e le incongruenze che provengono dai diversi territori della nostra penisola. Ci teniamo che siano le persone stesse che sottoscrivono il Manifesto a farsi portatrici dei suoi valori.

Il secondo filone a cui ci dedichiamo è ovviamente quello delle iniziative sul territorio. A maggio scorso ad esempio abbiamo organizzato una staffetta di 24 ore intorno al Lago Santo in Val di Cembra (Trentino), in collaborazione coi comitati locali, per protestare contro il rifacimento di una riva del lago che sarebbe dovuta diventare una sorta di acquapark, con tanto di scivoli.

Unendo le forze siamo riusciti a modificare il progetto, riducendone l’impatto sul lago. L’idea delle nostre iniziative è proprio quella di utilizzare una manifestazione outdoor per denunciare attivamente le problematiche dei territori: in questo modo sia chi partecipa, e magari arriva da atleta semplicemente per gareggiare, sia chi assiste all’evento, viene a conoscenza di quella tematica e diventa parte attiva di un processo di divulgazione e sensibilizzazione.

Vorremmo stringere sempre più legami con le associazioni sportive che organizzano manifestazioni outdoor sul territorio: sfruttando l’occasione dello sport e del divertimento, possiamo mettere in luce i problemi di quel territorio e cercare di cambiare le cose».

In questi mesi avete appoggiato anche l’iniziativa di “Basta Impianti”…

«Il gruppo “Basta impianti” è formato da abitanti delle valli intorno alla Marmolada che organizzano flash mob per manifestare contro la costruzione di nuovi impianti, a fronte del mancato smantellamento di quelli vecchi e in disuso. La tematica in realtà si può applicare a molte altre zone dell’arco alpino e dolomitico, ma anche appenninico: che senso ha costruire altri impianti su un territorio già fortemente provato dalla presenza umana se i cambiamenti climatici portano nella direzione opposta?

Serve davvero oggi riempire di acciaio e cemento altre aree montane? Nuovi impianti significa nuove piste, che hanno bisogno di ancora più neve per essere coperte, neve sempre meno abbondante e che richiede la costruzione di bacini idrici per l’innevamento artificiale.

Tutta l’acqua che sottraiamo al territorio per far funzionare il turismo invernale, riduce la portata dei fiumi, toglie risorse all’agricoltura e all’allevamento.

Crediamo che la grande sfida dei prossimi anni per le valli montane sia quella economica: sono gli abitanti stessi gli unici a poter davvero cambiare le cose, che non vuol dire smantellare tutti gli impianti e con essi tutta l’economia di questi luoghi, ma cominciare ad immaginare un nuovo equilibrio fra turismo e montagna».

Quali consigli pratici daresti a chi si muove in natura per impattare il meno possibile sull’ambiente?

«Secondo me non è tanto pensare all’impatto che noi abbiamo o non abbiamo sulla natura, quanto sentirsi parte di essa, perché in realtà quando sei in natura sei a casa. È molto più efficace per migliorare i propri comportamenti guardarsi intorno e capire quanto sei parte integrante di quell’ambiente, che poi è esattamente la visione biocentrica su cui è fondato il Manifesto.

Ed è anche bello che questo scoprirsi un tassello dell’ambiente in cui ci muoviamo sia un processo personale, in modo che ognuno capisca come stare sul territorio in cui si trova nel modo più armonioso possibile.

Chiaramente potrei dirti che è importante non gettare i rifiuti a terra, usare i mezzi pubblici o fare carsharing, prestare attenzione alla flora e alla fauna, ma sono tutte tips che, per quanto interessanti e giuste, sono ormai note a tutti.

Il vero cambiamento di prospettiva lo si ha quando si sposta l’attenzione dal divieto al limite, quel limite oltre il quale la nostra attività non è più sostenibile per l’ambiente».

Il concetto di limite è ampio e riguarda anche la performance sportiva in montagna…

«Nella narrazione della montagna il limite è sempre quella soglia oltre la quale se ti spingi rischi troppo, il cui il rovescio della medaglia è la visione sportivo-machista del “i limiti sono fatti per essere infranti”.

Ma è così importante che io abbatta quel limite, personale o agonistico, se il prezzo da pagare è il danneggiamento di un qualsiasi altro membro dell’ecosistema? Da snowborder accanito posso anche rinunciare a scendere su quel versante montano se so che lì ci sono condizioni uniche di flora e fauna che le mie linee sulla neve potrebbero danneggiare.

Questo non vuol dire rinunciare alla prestazione: non condanniamo chi ha alte prestazioni in montagna, ma chi si focalizza solo sul lato sportivo o agonistico, perché senza consapevolezza di ciò che ci circonda, quell’attività non è più outdoor».

Cosa possiamo fare tutti noi appassionati di outdoor  per sostenere la vostra causa?

«Sicuramente sottoscrivere il Manifesto, che potete trovare online sul nostro sito (https://www.theoutdoormanifesto.org/), e ovviamente farvi portatori delle sue idee, facendolo conoscere alla vostra associazione sportiva, ai vostri amici appassionati di outdoor o ai gestori dei rifugi che frequentate.

I social sono uno strumento potentissimo, quindi taggateci nei vostri post se raccontate delle vostre giornate in natura o se riscontrate un problema sul vostro territorio. E ovviamente vi aspettiamo ai nostri eventi!»

foto di ©Elisa Bessega e ©Alice Russolo 

di Martina Masi per Edera 43, Community

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