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TESTIMONE DA GAZA

La storia di Hamzah, 23 anni, studente di medicina: «Anche in mezzo alla guerra, non ho perso la speranza»

di Andrea Tognini – Foto di Jehad Al-Sharafi per “I grant you refuge”

Hamzah Al-Attar è uno studente di medicina.

Ha 23 anni, e se vivesse dove vivo io a quest’ora sarebbe seduto in un’aula dell’università a studiare quello che ama. Prenderebbe appunti, scambierebbe qualche parola col compagno di banco e poi tornerebbe a casa dalla sua famiglia. 

E invece no, per lui non funziona più così, perché Hamzah è nato in una città nel nord della Striscia di Gaza: Beit Lahia, che in arabo significa “casa della fatica”. Un presagio, forse, della vita che Hamzah avrebbe dovuto affrontare da lì in avanti.

Il suo primo ricordo della guerra risale a quando aveva solo sei anni. Era il 2008, e Israele aveva appena iniziato l’operazione militare “Piombo Fuso” contro la popolazione della Striscia. Il bilancio del massacro fu di 1.500 morti, molti dei quali bambini, e di circa 5.000 feriti. Poco dopo, a febbraio del 2009, Israele ammise per la prima volta l’impiego di bombe al fosforo.

Hamzah aveva solo sei anni, e tutte queste cose non poteva saperle. Con i suoi occhi poteva soltanto vedere la distruzione, il sangue, i morti. Ed è proprio lì, tra le macerie, che ha scoperto la sua vocazione per la medicina. Nella sua città, i dottori erano i veri supereroi.

Negli anni a seguire, la situazione nella Striscia non è cambiata. Sempre in bilico su un filo fragile, spezzato continuamente da nuove operazioni israeliane. Nel 2012, nel 2014, nel 2018. Poi, nel 2020, appena compiuti diciotto anni, Hamzah ha deciso di trasformare in realtà il suo sogno, e si è iscritto alla facoltà di medicina. Con un po’ di gel sui capelli, due grossi occhi marroni e un camice bianco, ha frequentato le lezioni per tre anni, fino allo scoppio dell’ennesima guerra. Nel 2023, con l’intensificarsi dei bombardamenti israeliani, Hamzah ha dovuto lasciare gli studi. 

«Il 5 maggio 2025, quando la nostra casa è stata bombardata, è stato il momento più duro della mia vita – dice Hamzah – quel giorno ho perso mio padre, mio fratello, mia sorella e mia nonna. Metà della mia famiglia è stata uccisa». Una bomba che ha ridotto in frantumi la sua casa, il suo passato, e ha lasciato soltanto silenzio nell’aria. «Ricordo il suono dell’esplosione, la distruzione intorno a me. E poi il silenzio improvviso dopo averli persi. Sono momenti che non dimenticherò mai. Mi sono sentito spezzato, ma anche in dovere di continuare a vivere per chi è rimasto vivo».

L’altra metà della sua famiglia, infatti, è sopravvissuta. La mamma, una sorella, un fratello. «La mia sorellina, adesso, è su una sedia a rotelle. La vita è molto difficile per lei in queste condizioni, ma cerchiamo di fare del nostro meglio per prenderci cura di lei ogni giorno – continua Hamzah, che nonostante tutto ha ancora la forza di sperare, e spingere la carrozzina della sorella su e giù per le macerie alte come montagne. – Viviamo in una tenda. È difficile, si va avanti giorno per giorno. A volte riceviamo gli aiuti, ma il cibo è davvero poco e non sempre abbastanza. Non posso più studiare, ma ho iniziato a fare servizio all’ospedale Al-Shifa». 

L’ospedale Al Shifa è il più grande di tutta la striscia, proprio al centro di Gaza City. L’ospedale è costituito da tre reparti: medicina interna, ostetricia e pediatria, e chirurgia. Nel 2023, poco dopo l’inizio del nuovo conflitto, è subito diventato un bersaglio dell’esercito israeliano, che accusava membri di Hamas di nascondersi proprio nelle vicinanze della struttura. In questi due anni, l’ospedale è stato colpito più volte, e oggi è rimasto poco o niente della vecchia struttura. I dottori, però, continuano a lavorare e operare anche in condizioni estreme, senza macchinari e anestesia. Tra di loro, ad aiutare, c’è anche Hamzah. «Faccio il volontario, occupandomi di suturare ferite e, a volte, partecipando a operazioni di neurochirurgia. Fare volontariato mi fa sentire che sto facendo qualcosa di significativo per la mia gente, anche se le circostanze sono molto difficili». Nell’ospedale, ogni giorno arrivano decine di feriti, non ci sono più molte stanze dove operare. Molte persone muoiono in fila. È una lotteria. Ma Hamzah non si arrende. «Porto dentro ferite profonde, ma ho ancora speranza – mi dice – credo in un futuro migliore e sogno di terminare i miei studi e diventare un medico che salva vite. Anche in mezzo alla guerra, mi aggrappo alla speranza, perché senza di essa non posso andare avanti».

Questo, è stato l’ultimo messaggio che ho ricevuto da Hamzah. Poi più niente per due giorni. Gli ho riscritto, spaventato, ma ancora niente. Finché, proprio adesso mentre scrivevo queste parole, una notifica ha illuminato lo schermo del telefono. Era lui. Ho letto il suo messaggio ad alta voce: «sfortunatamente, sono stato sfollato da Gaza City. Ti risponderò più tardi, qui non c’è internet». Rileggo il messaggio, ancora e ancora, con un groppo in gola. La situazione a Gaza City è diventata insostenibile, adesso si è spostato più a sud, a Deir Albalah, e non sa cosa sarà del suo domani. Poi, un’altra notifica, è sempre lui: «qui la situazione è folle».

Hamzah ha la mia età, e io sono a casa mia con la wi-fi che funziona senza intoppi, e tutto quello che voglio a disposizione. Mi sento impotente. Penso a cosa starà pensando lui, a cosa vedono i suoi occhi, alla sua forza. Vorrei poter fare di più, ma non posso. Come diceva un grande scrittore, però, finché abbiamo una buona storia da raccontare, ci sarà ancora speranza.

E tu, Hamzah, sei una grande storia.

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