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STORIA DI UN’ADOZIONE: NATA DUE VOLTE

La protagonista di questa storia si chiama Anna Tigist, ha ventitré anni e vive a Firenze da sedici

di Denise Biagiotti

La protagonista di questa storia si chiama Anna Tigist, ha ventitré anni e vive a Firenze da sedici. 

Parla del suo percorso, ricordando momenti difficili del suo passato, e definendo di essere nata due volte. La prima volta in Etiopia e la seconda in Italia, Paese in cui ad oggi vive e che le ha permesso di avere una nuova vita. Anche il suo nome si scinde nelle due parti che ricordano la sua origine e la sua rinascita: Tigist, è il suo nome etiope, significa pazienza e tolleranza; Anna è il suo nome italiano, le attribuisce una nuova appartenenza culturale, ma senza farle perdere le sue radici, che rimangono salde alla sua città nativa, Addis Abeba. 

La sua vita in Etiopia

Come si caratterizzavano le tue giornate? 

«Le mie giornate iniziavano andando a scuola, nel pomeriggio solitamente giocavo, avevo pochi giochi ma per me era la normalità, non ero abituata a possedere qualcosa. I miei giochi preferiti erano: la “campana” e il “Mancala”. Nel primo caso si disegnavamo con un gesso delle caselle in cui dovevamo saltare. Nel secondo si giocava in due, muovendo sassi o semi in buche scavate nel legno o a terra, con l’obiettivo di catturare più pezzi dell’avversario».

Il momento in cui Anna è stata inserita nell’orfanotrofio:

Un giorno tutto è cambiato. Anna, sei anni, e sua sorella più piccola, sono state inserite in un orfanotrofio ad Addis Abeba in cui sono rimaste undici mesi, prima di essere adottate.

Cosa hai provato in quel momento? 

«Nonostante avessi solo sei anni, ricordo bene il giorno in cui sono stata lasciata in orfanotrofio e le sensazioni che ho provato. Ero confusa, spaventata e per la prima volta mi sono sentita abbandonata».

Potevi avere contatti con la tua famiglia biologica? 

«All’interno della struttura non c’era possibilità di avere contatti telefonici con la famiglia biologica. Ci proibivano anche di tenere foto ricordo dei nostri genitori, sia durante la permanenza nella struttura, sia una volta adottati. Io, ad esempio, avevo nascosto una foto di mia madre sotto al letto, che poi è stata trovata dagli addetti alle pulizie che l’hanno buttata via. C’ero rimasta molto male perché non avevo più un ricordo concreto della mia mamma. La loro paura era che potessimo avere difficoltà nell’inserimento con la nuova famiglia.

L’unica concessione che ci era permessa era un incontro mensile con la famiglia biologica. Purtroppo, però, nel mio caso, mia madre con i miei fratelli più grandi, vennero una sola volta in un anno. Quando i responsabili della struttura ci dicevano che sarebbero venuti i familiari a trovarci, ci sistemavano e preparavano per l’occasione, io e mia sorella aspettavamo circa un’ora prima di sapere che non si sarebbero presentati. La sensazione di abbandono si ripresentava ogni volta».

 

Il momento dell’adozione e l’arrivo in Italia

Il 24 ottobre del 2009, Anna e sua sorella, sono state adottate insieme.

Che sensazioni che hai avuto appena arrivata in Italia? 

«Ero spaventata perché non sapevo la lingua, ma allo stesso tempo ero entusiasta di avere una camera tutta per me, dei giocattoli miei. Non ero abituata, avevo sempre condiviso tutto. 

La mia sensazione principale era di rinascita. Chi viene adottato da piccolo è come se vivesse due volte perché ha ricordi in due Paesi culturalmente distanti, e i valori che avevo prima non erano più gli stessi».

La vita oggi

Oggi Anna ha ventitré anni, ha alle spalle un percorso importante che l’ha segnata per sempre. Ha cambiato il suo modo di vedere la vita, avendo un background culturale e identitario molto ricco.

La vita in Italia le ha permesso di proseguire gli studi, attualmente all’Università di Firenze e di avere una vita agiata.

Ma ciò non toglie che il percorso di integrazione in un nuovo Paese sia stato lungo e insidioso.

Come ti senti oggi? 

«Nonostante io oggi riconosca la mia fortuna nell’aver trovato una famiglia adottiva in cui mi sento veramente a casa, dal punto di vista psicologico è stato molto difficile accettare una nuova vita. Ci sono dei ricordi che tornano periodicamente anche nel presente e che caratterizzano la vita quotidiana e il modo in cui mi relaziono con gli altri. Ad esempio, la sfiducia e la sensazione di abbandono che provo in ogni relazione sociale. Non sono tratti facili da dimenticare e so che devo combattere tutti i giorni per riuscire a non rovinarmi nuove conoscenze e relazioni costruite negli anni. 

Ad oggi per me è ancora molto difficile raccontare la mia storia, la sensazione è sempre quella di non essere compresa».

Articolo scritto all’interno del Laboratorio di Giornalismo realizzato da Edera Rivista  all’Università di Firenze

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