Intervista all’EISI. Valori, sfide e visioni future dello sport inclusivo in Italia
di Michele Sebastiani
Sira Miola, da pochi mesi nuova presidente dell’Eisi (Ente Italiano Sport Inclusivi), ci accompagna alla scoperta dello sport inclusivo: discipline in cui persone con e senza disabilità giocano insieme, condividendo lo stesso campo, le stesse regole e gli stessi obiettivi. Con alle spalle più di dieci anni di esperienza in questo ambito e nell’educazione motoria nelle scuole, Miola è oggi una figura di riferimento a livello nazionale. Oltre alla guida dell’Eisi, ricopre anche il ruolo di rappresentante degli Enti di Promozione Sportiva Paralimpica (Epp/Epsp).
Come definiresti lo sport inclusivo e perché è importante?
«Lo sport inclusivo è lo sport di tutti e per tutti. È lo sport in cui per forza di cose devono convivere persone con e senza abilità, quindi con eccellenti qualità, ma anche con qualità minori o disabilità. È un tipo di sport in cui la squadra riconosce i diversi livelli di capacità e di conoscenze tecniche e tattiche dello sport che si sta giocando, di ognuno dei membri della squadra. La parola inclusione in questi termini può essere abbandonata e sostituita dal termine universale. Lo sport universale, infatti, è quello che contempla tutte le abilità».
Qual è la missione principale dell’Eisi (Ente italiano sport inclusivi)?
«L’Ente ha una missione ben chiara, che è quella di promuovere la cultura inclusiva, di migliorare il benessere e la condizione psicofisica della persona umana, senza escludere nessuno, garantendo a tutti un diritto fondamentale e promuovendo un modello di società aperto alla diversità. L’Eisi per le caratteristiche citate sopra, ha necessità di elaborare nuove regole e dotarsi di nuove strutture, in modo di consentire a tutti di contribuire attivamente al gioco. Un altro scopo è che le discipline che vengano pensate, diventino uno strumento di accoglienza, di interculturalità e di pari opportunità per tutti».
Quali sono le principali barriere, culturali o strutturali, che impediscono la diffusione dello sport inclusivo in Italia?
«Più che barriere, serve un vero salto culturale. È fondamentale rispettare la voglia di giocare di tutti, partendo dalle capacità fisiche e mentali di ogni persona. Occorre applicare le strategie europee e i principi della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, puntando su ciò che ciascuno può fare. In Italia, le barriere principali sono l’accessibilità a trasporti e strutture, ma soprattutto una mentalità che vede la disabilità come un limite. Al contrario, lo sport va ripensato per accogliere tutte le abilità. Spogliatoi e impianti devono essere accessibili a tutti. La legge c’è, ora serve promuovere queste discipline e agire: ciò che è utile a una persona con disabilità, lo è anche per tutti gli altri».
Quali sono i progetti principali in cantiere per il prossimo anno?
«Sicuramente vogliamo continuare con il Baskin, la disciplina madre del nostro ente. Ma anche la riprogettazione di altri sport in modo da ampliare l’offerta formativa che proponiamo che fino a oggi è data da Baskin, calcio balilla, boccia inclusiva e ginnastica per tutti. Il prossimo anno sicuramente usciremo con il nuovo regolamento di un calcio riprogettato nella speranza che possa essere diffuso in tutta Italia nelle società che praticano il Baskin».
Come immagina lo sport inclusivo in Italia tra dieci anni?
«Tra dieci anni io sarò abbastanza vecchia. A parte gli scherzi, tra dieci anni immagino e spero che si chiami sport universale e non inclusivo. Il termine inclusivo è inflazionato e dà l’idea che se c’è l’inclusione allora qualcuno è escluso. Mi auguro che l’universalità per tutti sia il modello dominante nei sistemi educativi e sportivi nelle scuole».
Se potesse rivolgere un appello a tutti gli italiani riguardo lo sport inclusivo, quale sarebbe?
«Più che un appello vorrei dire a tutti che noi ci siamo. Siamo presenti in tante regioni e province. Andate a vedere il Baskin, la boccia e inclusiva e anche il calcio appena si diffonderà. A tutti dico di provare e giocare perché è divertente, è coinvolgente, è dinamico. Lo sport universale è concepito proprio per fare stare bene tutti e per fare sentire tutti appagati. Nello sport universale ognuno è se stesso, migliorando se stessi si fa migliorare tutta la squadra. Non è un appello ma è incoraggiamento e un invito a cercarci nei territori».
L’articolo è stato realizzato all’interno del laboratorio di Giornalismo all’Università di Firenze.