Il simbolo fonetico "schwa"

Mai come oggi, il mondo si dice attento a rispettare e valorizzare le differenze. E mai, come oggi, pare ossessionato dall’esigenza di uniformare e regolare tutto dall’alto. L’ultimo indizio è la schwa.

La schwa è un simbolo fonetico che si scrive ə e che si legge come la “a” di “about” in inglese, insomma un po’ a metà fra la “a” e la “e”. E proprio questo suo essere una sorta di ibrido ha fatto pensare alla schwa come alla soluzione per evitare il maschile e il femminile. Un’alternativa (altrettanto poco praticabile) al già diffuso asterisco. Non signore e signori quindi, ma signor* o signorə.


Ora, ci mancherebbe, l’intenzione è buona. Ma il risultato è un prodotto linguistico di laboratorio, asettico e incomprensibile ai più. Perché non tutti hanno la preparazione culturale per sapere anche solo cosa sia la schwa e questo simbolo fonetico, nato per l’inclusione di genere, rischia di provocare un’esclusione sociale e anche anagrafica, dei tanti che leggendo non capirebbero.
La lingua è carne e sangue dei popoli.

È il distillato della loro storia. Cambia e si adatta col passare dei secoli e delle generazioni, ingloba e trasforma quello che arriva da fuori, cancella ciò che non serve più. La lingua, quella italiana, è Dante ma anche Belli, capace di scrivere poesie infarcite di parolacce, volgarità e imprecazioni.


E le parole non sono icone o monadi da assolutizzare e cristallizzare per definire una persona o una cosa. Esistono le frasi, i discorsi e i concetti per spiegare quello che una parola, da sola, non dice.


Teniamoci allora le nostre parole, belle e brutte. E se non bastano perché il mondo cambia aggiungiamone di nuove, all’infinito. E teniamoci il maschile e il femminile, che possono essere sommati, se necessario, e completati da precisazioni ulteriori.

E che hanno anche il compito, in questa fase storica, di valorizzare le conquiste delle donne in tanti ambiti. E se, ancora una volta, i generi non basteranno, ne nasceranno di nuovi, ma dalla vita vera delle persone e dal mutare della società.


Abbiamo la fortuna di una lingua ricchissima, non sacrifichiamola sull’altare del politicamente corretto.

di Lisa Ciardi, per Edera 49

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