3 giorni all’interno della comunità di San Patrignano, per raccontare volti, storie, sorrisi e sofferenze.

Il documentario è stato girato esattamente un anno fa, dalla redazione di Edera, poi pubblicato su Youtube con la regia di Sofia Milazzo.

Nei sorrisi dei ragazzi e delle ragazze che abbiamo incontrato a San Patrignano non ci sono storie divertenti. Non ci sono nemmeno aneddoti spiritosi, momenti di risate o racconti gioiosi. In quei sorrisi, così limpidi e veri, così difficili e irraggiungibili, ci sono delle vite. Storie presenti e storie passate, trascorse, vissute, ma ora allontanate.

Delle vite difficili, piene di ostacoli… “vicine al limite”, questa è la sensazione che si ha ascoltandole. Perché è proprio lì, al limite, che a volte il mondo esterno ti porta. In quegli occhi, che ogni giorno abbiamo potuto leggere attentamente, è presente una voglia di riscatto, una sofferenza ormai nascosta e una necessità di cambiare anche la parte più profonda di se stessi.

Quel divertimento, quell’insicurezza trasformata in dipendenza, che nel tempo è poi diventata un obbligo ossessivo, sono ora sempre più sepolti nel passato. Adesso nuove storie stanno per cominciare.

Alle 6 di mattina, quando pur essendo buio si cominciano a intravedere le prime luci del giorno, abbiamo caricato tutte le nostre cose in macchina. L’autostrada era praticamente vuota a quell’ora e quando, dopo pochi minuti, il giorno è arrivato davvero il cielo era bianco, proprio come i nostri taccuini, ancora tutti da scrivere. Che sarebbe stato un lunedì diverso lo sapevamo già. D’altronde lo aspettavamo da tanto. Un’attesa lunga, durata 5 mesi di preparazione, telefonate, mail e posticipazioni a causa della situazione problematica legata al Coronavirus. 

Il problema della droga è una piaga dirompente.

È un fattore aggressivo, è una gabbia fisica e psicologica che, per quanto ci riguarda, è necessario conoscere fino in fondo per riuscire a combatterla e a vincerla oltre che, nella migliore soluzione, eliminarla in anticipo. Abbiamo deciso di lasciare la parola ai ragazzi che, in modo davvero incredibile, si sono aperti con noi.

Si sono lasciati andare raccontandoci le loro esperienze, le loro emozioni e il loro difficile passato. Con questo obiettivo e in quest’ottica si colloca San Patrignano: un paese, un villaggio dell’Emilia Romagna, nato praticamente dal niente e oggi diventato la più grande comunità d’Europa di recupero per i tossicodipendenti. È una “comunità di vita”, così loro stessi la descrivono. Un luogo che aiuta giovani e meno giovani a ritrovarsi e a riallacciare i fili delle loro vite.

È una scuola di responsabilità e di libertà che aiuta a ritrovare quell’autostima e quella dignità che erano andate perdute. 

La comunità di “Sanpa”

A oggi sono oltre 26mila i ragazzi passati dalla comunità dal 1978, anno in cui Vincenzo Muccioli fondò la cooperativa di San Patrignano con l’obiettivo di aiutare gratuitamente chiunque avesse bisogno di aiuto per liberarsi dalla dipendenza dalle droghe.

Una realtà che oggi occupa un’area territoriale molto ampia e che è divisa in molti settori lavorativi come cantine, cucina, serre e coltivazioni, tessitura, regia, canile e molti altri ancora.

Il senso del lavoro, della precisione, dell’ordine e della continuità sono alla base del processo di recupero di questa comunità che permette ai ragazzi di conquistare una semplice normalità, fino a questo momento mai del tutto vissuta. 

“Se avessi fatto delle scelte diverse…”: le storie di San Patrignano

Virgilio Albertini, 53 anni, di Ascoli Piceno è oggi il responsabile dell’ufficio accoglienza di San Patrignano. Quando guarda al suo passato, i ricordi che affiorano sono turbolenti per un problema di oltre trent’anni di droga.

Nel 2005 è entrato a San Patrignano per quattro anni di percorso, al termine dei quali ha continuato a lavorare per la comunità all’accoglienza, prima in un centro a Milano e poi nell’edificio che si affaccia sulla riviera romagnola.

«Nell’immaginario collettivo il tossico è quello con la faccia emaciata, le occhiaie e che vive ai margini della società, buttato in mezzo alla strada – ha detto Virgilio -. La realtà, oggi, i ragazzi che chiedono aiuto sono delle persone assolutamente normali e difficilmente ci possiamo immaginare quanta disperazione e degrado ci siano dietro a quelli sguardi e volti.

Le motivazioni più comuni sono la curiosità, la voglia di sperimentare cose nuove, sentirsi parte di un gruppo, la mancanza di autostima, sentirsi più grande e “figo”.

In passato magari c’erano anche motivazioni ideologiche, oggi è difficile. Ma la vera domanda, secondo me, è perché continuano ad utilizzare le sostanze e la risposta è nell’effetto di auto medicamento delle droghe, di alleviamento da una sofferenza provocata da un disagio psicologico».

«“Sanpa” è una realtà molto complessa – ha spiegato ancora Virgilio -. Sicuramente è cambiata negli anni per adattarsi ai cambiamenti del tempo. La società è diversa così come le sostanze e le persone che ne fanno uso con l’età dei ragazzi che si è abbassata notevolmente.

La realtà di oggi mette in crisi le famiglie, ignare della condizione dei figli o in difficoltà nell’affrontare la situazione. Finché la famiglia non prende una posizione nei confronti dei ragazzi e non tollera più certi comportamenti, difficilmente si arriva a chiedere aiuto. 

Uno degli ultimi dati è che la tossicodipendenza colpisce più l’universo maschile che femminile. Qua le donne sono tra un terzo e un quarto della popolazione maschile. Ciò che abbiamo notato è che questa forbice si sta riducendo sempre più nell’età pre-adolescenziale.

Purtroppo arrivano messaggi per cui le droghe leggere, ad esempio, non sono pericolose. Invece nella fase della pre-adolescenza, le droghe sono tutt’altro che leggere perché il cervello si sta sviluppando e i danni che provocano sono gravissimi. Adesso è normale tra i ragazzi delle scuole medie farne uso, perciò la nostra campagna di prevenzione si è spostata anche verso quell’età». 

A San Patrignano vengono accolti tutti, ma non le doppie diagnosi. Ovvero, quando c’è una dipendenza e allo stesso tempo una problematica psichiatrica grave, come un disturbo bipolare, schizofrenia o depressione. Per come è strutturato il percorso, la comunità non è in grado di accogliere i ragazzi e le ragazze con questa tipologia di problemi.

E poi, non sono ospitate le persone poco motivate. Sono molti i colloqui che vengono fatti nei vari centri di ascolto nazionale e nell’ufficio accoglienza perché si tratta di un percorso lungo ed è fondamentale che il ragazzo ci creda.

Ci sono tante regole in comunità. Intanto la durata del percorso, in media quattro anni, spaventa molti. Non si hanno contatti con l’esterno e con la famiglia, se non epistolari. Poi non è possibile fumare o utilizzare il telefono e Internet.

Non c’è la possibilità di avere relazioni con l’altro sesso. Una componente alla base della comunità è la convivenza e accettare che gli altri ti facciano da specchio e quotidianamente ti mettano davanti alle tue fragilità e ai piccoli o grandi difetti che hai. È l’essenza del percorso attraverso cui uno riesce a comprendere se stesso e può cambiare per gestire il proprio futuro. 

«Il passato purtroppo non si può cambiare – ha concluso Virgilio -. Ogni tanto uno pensa: ‘Ah però, se forse non avessi utilizzato le sostanze, se avessi fatto delle scelte diverse…’. Però è il mio vissuto, spesso difficile, doloroso, a momenti drammatico.

Oggi sono il risultato di ciò che ho fatto nella mia vita. Lo considero un bagaglio di esperienza importante che mi permette adesso di vivere più serenamente e di essere riuscito a fare la pace con tanti conflitti interiori che avevo. Tante volte mi è venuto in mente di abbandonare, lasciare andare tutto e tornare a fare la vita di prima. Sarebbe stato più semplice perché quando stavo male e soffrivo, bastava solo avere i soldi per comprare la sostanza e tutto passava.

Perciò sono orgoglioso di aver portato a termine questo percorso di recupero che mi ha permesso di fare tante cose. L’unico messaggio che mi sento di lanciare ai giovani è: ‘cercate di capire quello che vi piace e vi appassiona, trovate quello che vi fa venire tutti i giorni la voglia di svegliarvi. Questa è la medicina migliore che si possa trovare nella vita’». 

di Lorenzo Chiaro, Margherita Barzagli e Enrico Tongiani per Edera Online

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