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SAGRADA FAMÍLIA, DOVE LA PIETRA DIVENTA NATURA

Il sogno di Gaudí continua a crescere

di Ginevra Poli

Visitando la Sagrada Família di Barcellona tornano alla mente le pagine di Notre-Dame de Paris, quel romanzo storico che Victor Hugo pubblicò nel 1831, ambientandolo nella Parigi del 1482. La cattedrale francese, definita dall’autore una «vasta sinfonia in pietra», non appare come il risultato della sola mano di un artista, ma come una creazione corale: un’opera nella quale la società sembra appropriarsi del gesto stesso del creare. È un’idea che sembra vivere ancora oggi nella basilica spagnola, con una differenza: qui il tempo non ha ancora pronunciato l’ultima parola. La Sagrada Família, iniziata nel 1882, è infatti ancora un’opera in divenire, portata avanti nel corso delle generazioni grazie anche a donazioni di persone provenienti da tutto il mondo. Quando Antoni Gaudí subentrò al progetto aveva appena 31 anni. Da quel momento ne fece il grande progetto della sua vita, dedicandovisi fino alla morte, nel 1926. Negli ultimi mesi arrivò persino a trasferirsi nella basilica, vivendo all’interno del cantiere. Sapeva però che non avrebbe mai visto la sua opera conclusa e per questo lasciò disegni, modelli e plastici affinché i suoi successori potessero continuare il lavoro. Oggi è sepolto proprio nella cripta della Sagrada Família. 

Partendo dall’impianto di una chiesa neogotica, Gaudí introdusse forme e soluzioni costruttive del tutto originali. L’edificio segue un movimento ascensionale, quasi piramidale, pensato come un ponte tra la dimensione umana e quella divina. Le tre grandi facciate raccontano i momenti fondamentali della vita di Gesù: la Natività, la Passione e la Gloria, intesa come resurrezione e vita eterna. I Vangeli diventano così un grande racconto scolpito nella pietra, pensato per trasmettere la fede cristiana, indipendentemente dalla nazionalità o dal credo religioso. Le numerose torri completano questo movimento verso il cielo: al centro svetta quella dedicata a Gesù Cristo, alta 172,5 metri e sormontata da una grande croce rivestita di ceramica bianca e vetro. Gaudí volle però che fosse più bassa della vicina montagna di Montjuïc: l’opera dell’uomo, per quanto grandiosa, non avrebbe dovuto superare quella della natura e, simbolicamente, quella di Dio. Le quattro torri degli evangelisti circondano quella centrale di Gesù e sono dedicate a Marco (leone), Matteo (angelo), Luca (toro) e Giovanni (aquila). Sulla facciata della Natività, prima di entrare, vale la pena soffermarsi sulle sculture. Per alcuni personaggi, Gaudí si ispirò a persone incontrate nel quartiere e componenti della sua stessa squadra di lavoro. Una volta realizzato il modello in gesso, lo collocava sulla facciata per verificarne l’effetto prima di realizzarne la versione definitiva in pietra. E anche le porte su questo lato raccontano un legame con la natura: ricoperte di foglie e piccoli insetti, sono state progettate e realizzate dello scultore giapponese Etsuro Sotoo, che iniziò a lavorare alla basilica nel 1978 seguendo la visione di Gaudì e realizzando anche alcune sculture della stessa facciata. 

All’interno, con la sua pianta a croce latina e le cinque navate, l’assoluto protagonista della Sagrada Família è lo spazio. Le colonne si trasformano in alberi molto diversi tra loro per forma, materiale, colore e dimensione, che salgono e si diramano verso il soffitto sostenendo la volta e dando l’impressione di trovarsi in un’immensa foresta. La struttura ramificata permette di raggiungere grandi altezze senza ricorrere agli imponenti contrafforti delle cattedrali medievali. Una profonda sacralità avvolge questo luogo, attraversato dalla luce che cambia colore filtrando dalle vetrate di Joan Vila-Grau: più azzurrata sul lato della Natività, in sintonia con la luce del mattino, più calda e aranciata verso la facciata della Passione, come al tramonto. Ovunque compaiono riferimenti alla Sacra Famiglia e alla liturgia: le iniziali di Gesù, Giuseppe e Maria sul pavimento, le sculture di Giuseppe e Maria, il Cristo crocifisso sopra l’altare, protetto da un baldacchino decorato con spighe di grano e grappoli d’uva, simboli del pane e del vino dell’Eucaristia. Anche le cinquanta lampade richiamano la Pentecoste. Alzando lo sguardo, un triangolo dorato sotto la volta dell’abside rappresenta Dio creatore, mentre i particolari lucernari a forma di iperboloide raccolgono e diffondono la luce. Nelle balconate riservate al coro, persino i piccoli punti scuri delle ringhiere nascondono una sorpresa: sono note musicali tratte da inni liturgici. Gaudí immaginava infatti la Sagrada Família come un grande organo capace di diffondere la propria musica nella città.

Uscendo dalla basilica e arrivando davanti alla facciata della Passione, il visitatore si accorgerà subito che, se la Natività è ricca e vitale, questa facciata appare, al contrario, spoglia, severa, quasi dolorosa. Gaudí la immaginava «dura, spellata, quasi fatta di ossa». Le colonne inclinate ricordano infatti muscoli in tensione, quelle superiori evocano costole. Le sculture e le porte sono opera di Josep Maria Subirachs, che lavorò qui per quasi vent’anni. La facciata racconta, scena dopo scena, la Passione di Cristo: l’Ultima Cena, il bacio di Giuda, la Flagellazione, il rinnegamento di Pietro, Pilato che medita su cosa farne del Messia, la salita al Calvario e infine la Crocifissione. Eppure, anche qui compare un messaggio di speranza: sopra il ponte che unisce le torri centrali si trova una figura dorata di Cristo risorto. Subirachs disseminò inoltre il suo lavoro di omaggi a Gaudí: gli elmi dei soldati ricordano i celebri camini de La Pedrera e uno degli evangelisti ne riprende il volto. Accanto al bacio di Giuda si trova infine un quadrato magico: sommando i numeri di ogni linea in qualsiasi direzione, si ottiene sempre trentatré, l’età tradizionalmente attribuita alla morte di Gesù. Quello raccontato qui è soltanto un assaggio di un monumento impossibile da esaurire in una sola visita: troppi sono i simboli, le storie e i dettagli che vi si celano al suo interno. Mentre noi la osserviamo, la storia non è ancora finita: respira e continua a vivere ora dopo ora. 

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