Nel cuore della Spring Revolution
di Giacomo De Stefano
Nel gennaio del 2025 ho varcato illegalmente il confine tra Thailandia e Myanmar attraversando il fiume Moei. Nei mesi precedenti avevo contattato combattenti e attivisti anti-regime attraverso i social media, un canale di comunicazione naturale visto che la maggior parte di loro è composta da giovanissimi molto attivi online. Così ero arrivato a Philip, che lavorava per il media department della Forza di difesa nazionale Karenni, il braccio armato dello Stato Karenni. Con lui non era andata in porto, ma tramite Philip ero arrivato a Betty, che mi aveva consigliato di appoggiarmi all’Esercito di liberazione nazionale Karen. Una settimana dopo ero a Bangkok. Appena atterrato, avevo preso un treno diretto per Chiang Mai, nel nord della Thailandia, per incontrarla. Abbiamo cenato insieme e il giorno dopo siamo partiti in autobus per Mae Sot, una città di confine popolata da decenni da esuli birmani.
Mae Sot è un posto ambiguo, segnato dal contrabbando e da continue tensioni, ma capace di apparire, in superficie, quasi tranquillo.
La città si affaccia sul fiume Moi, che segna il confine con il MyanmarIn una piccola casetta di legno c’era un vecchio che scrutava l’acqua fumando una sigaretta artigianale lunga venti centimetri. Il suo compito era controllare che la polizia thailandese non fosse nei paraggi. Anche questo, nella lista ufficiale delle spese del viaggio, rientrava nella voce “la quota comprende”. Poco dopo è arrivato un uomo con una barca. Mi hanno coperto il volto con una kefiah e abbiamo attraversato il fiume. Sull’altra sponda, in territorio birmano, ci aspettava Saw Saey, armato di M16, a bordo di un Toyota Hilux. Sarebbe stato il mio driver, la mia scorta, la mia ombra. Ero in Myanmar.

CONTEXT
Quella che si combatte in Myanmar è una delle guerre più rilevanti e ignorate di questi anni. Il conflitto è scoppiato nel febbraio del 2021 quando, dopo una breve parentesi di aperture democratiche, l’esercito ha ripreso il controllo del Paese, incarcerando i leader eletti e reprimendo nel sangue ogni forma di dissenso. In risposta, gruppi di opposizione e milizie etniche storicamente rivali si sono uniti contro la giunta militare. Ho vissuto una settimana con i soldati della Brigata Sei del Knla, il braccio armato dell’Unione nazionale Karen, che da decenni combatte per l’autonomia del proprio popolo, il terzo più grande gruppo etnolinguistico del Myanmar. Il territorio sotto il loro controllo, concentrato nel sud-est del Paese, è suddiviso in sette brigate, ognuna responsabile di una zona. Operano in modo autonomo, ma sono unite nella stessa guerra. La Brigata Sei ha avuto un ruolo fondamentale nella nascita del governo di unità nazionale, il Nug, il governo ombra creato dopo il colpo di stato. I Karen sono stati tra i primi a offrire addestramento e supporto logistico alle Forze di difesa del popolo, le Pdf, permettendo una vera risposta armata. Dall’altra parte c’è il Tatmadaw. Le forze armate del Myanmar sono al centro della politica del Paese dal colpo di stato del 1962 e, anche durante la breve fase democratica, hanno mantenuto il controllo delle istituzioni, riservandosi il 25% dei seggi parlamentari e i ministeri chiave.

Prosegue con l’articolo completo su Edera 83…