Inseguire un sogno tra rinunce e soddisfazioni
di Fabio Lippi
Spesso quando chiediamo a un bambino che cosa vuol fare da grande ci sentiamo rispondere «il calciatore» o «il giocatore di basket» piuttosto che «l’avvocato» o «l’architetto». Queste risposte, seppur nella loro purezza e ingenuità , non raccontano soltanto sogni e speranze infantili, ma nascondono qualcosa di più. Perché diventare un giocatore professionista significa arrivare a guadagnare praticando quotidianamente lo sport che ami. Un sogno e un’esperienza che quasi tutti vorrebbero vivere senza alcuna esitazione.
Del resto, secondo un famoso aforisma, scegliendo il lavoro che ami, non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita. Ma così si genera un’idea, se vogliamo anche parecchio superficiale, secondo la quale gli sportivi professionisti siano figure privilegiate. Allora è opportuno riflettere sulla prima parte della carriera di un professionista, ovvero quella vissuta da adolescente, quando ogni giorno si trova ad affrontare una serie di sacrifici e rinunce. Perché si può essere d’accordo nel ritenere gli atleti privilegiati, ma raggiungere quella condizione è davvero così facile?
Per rispondere a questa domanda ho deciso di intervistare un mio ex compagno di squadra Matteo Lenci, con il quale ho condiviso lo spogliatoio in passato. Nato nel duemilasette, la sua carriera professionistica è iniziata due anni fa quando si è allontanato da casa per entrare a far parte di una delle società più importanti nel panorama cestistico italiano, la Virtus Bologna.Â
La carriera di un professionista parte da una decisione non semplice da prendere, specialmente in età adolescenziale, ovvero quella di mettersi in gioco. Scegliere di allontanarsi dalla propria comfort zone per inseguire un sogno. E parlando della sua esperienza Matteo afferma che «l’idea di voler diventare un professionista era già radicata nella sua mente sin da quando aveva quattordici anni e nel momento in cui si è verificata la possibilità ha deciso di intraprendere questo percorso senza esitazioni». Questa occasione ha avuto per lui molti aspetti positivi, su tutti «la possibilità di allenarsi tutti i giorni con giocatori di alto livello in strutture all’avanguardia e soprattutto la nascita di legami molto più profondi delle amicizie normali con i compagni di squadra».Â
Quindi tanto entusiasmo per la chiamata della Virtus Bologna e una gioia enorme per la grande opportunità ; poi Matteo ha voluto fare una riflessione sulle prime difficoltà , dovute ai sacrifici e alle rinunce che si è trovato ad affrontare. Ma, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, non ha parlato della lontananza da casa e dagli amici, né della complessità del vivere da solo, né della quantità elevata di allenamenti da svolgere. Invece, ha riconosciuto che «all’inizio la cosa più dura è stata sentirmi un po’ diverso dai miei amici, perché loro uscivano e stavano insieme fino a tardi, mentre io dovevo tornare a casa a riposare o a studiare».Â
Poi, ha aggiunto che «un altro sacrificio che mi sono trovato ad affrontare è stato quello di seguire una dieta adeguata senza cibo spazzatura, ma anche massimizzare la produttività durante la giornata, studiando nei pochi ritagli di tempo disponibili». Questa affermazione fa riflettere molto sulla vita del professionista. Una vita che, come sostiene Matteo, «forgia un carattere forte e ti fa crescere molto sia dentro, che fuori dal campo», ma che fin da subito ti chiede anche di limitare o rinunciare a esperienze che i tuoi coetanei vivono nella quotidianità . Matteo precisa infatti che «avere la testa sulle spalle è la cosa che conta di più in assoluto per far sì che la tua carriera possa avere successo», aggiungendo che «è fondamentale darsi delle regole da solo e rispettarle per il tuo bene, nonostante nessuno ti stia addosso per controllarti».Â
La carriera professionistica mette gli atleti di fronte a scelte difficili e a sacrifici necessari per tutta la sua durata. Scelte e sacrifici, ovviamente, di natura diversa a seconda dell’età che si ha quando ci si trova ad affrontarli. La differenza è che da adulto tende a svilupparsi un senso di responsabilità che da adolescente non è dovuto, ma che a un ragazzo che fa il professionista viene categoricamente richiesto.
Obbligo di maturare e ragionare da adulto nella fase di vita della spensieratezza inseguendo un sogno ricco di incognite. Alla fine è questa l’essenza della vita del professionista. Ma siamo sicuri che tutti i ragazzi che amano lo sport sarebbero disposti a farlo?
Articolo scritto all’interno del Laboratorio di Giornalismo realizzato da Edera Rivista all’Università di Firenze