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QUANDO LA MIA TERRA TREMA

La tragedia del terremoto del 2016 raccontata da chi è riuscito a tornare a casa

di Elena Menghi

La brutale sequenza sismica che ha sconvolto il centro Italia e colpito duramente diversi comuni tra Lazio, Abruzzo, Umbria e Marche compirà dieci anni il prossimo ottobre. Ma come è cambiata, a distanza di un decennio, la quotidianità di chi ha vissuto un prima e un dopo rispetto alla tragedia del sisma? Lo racconta Luigina, da sempre residente a Visso, un piccolo comune montano al confine tra Umbria e Marche, nonché uno dei centri più colpiti dalle scosse. 

Se qualcuno ci domandasse cosa stessimo facendo la sera del 26 ottobre 2016 tra le 19 e le 21, probabilmente risponderemmo che è impossibile ricordare un preciso frammento di tempo così remoto. Eppure, c’è chi quel momento ce l’ha cucito addosso. Il 26 ottobre del 2016 il cuore di Visso si è fermato, e con lui la spensieratezza di migliaia di cittadini che hanno visto crollare davanti ai propri occhi anni di ricordi. 

Le tre scosse principali sono state ravvicinate e devastanti. Le prime due hanno colpito la sera del 26 ottobre, rispettivamente alle 19.10 e alle 21.18. La più potente si è invece fatta attendere qualche giorno: la domenica mattina del 30 ottobre, alle 7.40, una violentissima scossa di magnitudo di 6.5 ha compromesso i centri storici dei borghi epicentro del sisma, aggiudicandosi il tragico primato di terremoto più potente registrato in Italia da quello dell’Irpinia del 1980.

Come ricorda la sera del 26 ottobre?

«Tutto è iniziato con pioggia e grandine improvvise. Poi il boato fortissimo, il vento che ha cominciato a soffiare sempre più forte, e la scossa. Le tegole dei tetti cadevano sopra le automobili, sembrava che la terra si stesse aprendo sotto ai nostri piedi. Era così surreale che ho impiegato qualche istante a realizzare. Ho provato a chiamare mio figlio, ma i telefoni erano isolati. Era come se tutto si fosse fermato, sembrava la fine del mondo. Eppure, il peggio doveva ancora arrivare».

E la mattina del 30, invece?

«Non ero a casa, mio figlio aveva insistito affinché rimanessi da lui a Perugia qualche giorno, per prevenzione. Le due scosse del 26 ci hanno salvato la vita, è grazie a quelle se non si sono registrate vittime quella domenica. Quando ho saputo del magnitudo 6.5 con epicentro proprio a Visso, ho già capito che il mio paese era finito, e con lui anche la mia casa. 

Il giorno dopo ci hanno vietato di rientrare nelle abitazioni e ci hanno detto che dovevamo andare via da lì, ma io non volevo. Mi sono ricordata di quando, mesi prima, dopo il terremoto devastante di Amatrice, guardavo il tg e non mi capacitavo del perché i sopravvissuti non volessero allontanarsi, dato il rischio. Poi è successo a noi, e ho capito perfettamente invece quanto fosse doloroso lasciare casa propria. Ci hanno messi su un pullman e portati verso il mare, anche se nessuno sapeva dove avremmo dormito quella notte, o quelle seguenti». 

Dove siete finiti e per quanto tempo avete vissuto in giro?

«Per circa sette anni la mia casa si è divisa tra Abruzzo, Marche ed Umbria. Abbiamo vissuto in quattro strutture diverse, dal mare all’entroterra. Non è stato facile, non tutti ci volevano. Eravamo sfollati: avevamo tutti lo stesso sguardo scioccato che ci accomunava. 

Finalmente poi siamo riusciti ad ottenere le Sae (soluzioni abitative di emergenza, le cosiddette “casette”), dove abbiamo vissuto per cinque anni. Non si stava male, ma non era comunque casa nostra».  

E oggi, è riuscita a tornata a casa sua?

«Sì, la mia abitazione è stata tra le prime a essere ricostruite da zero. Mi reputo fortunata, non tutti hanno avuto lo stesso privilegio. Ci sono ancora centinaia di famiglie che, a distanza di dieci anni, vivono nelle Sae. I lavori vanno a rilento e i costi delle materie prime sono aumentati moltissimo».

Invece, come è cambiata la vita a Visso dopo il terremoto?

«È cambiata del tutto. Tanta gente se n’è andata e non è più tornata, altra è morta. Spesso non abbiamo più neanche voglia di uscire. Si passeggia tra case ancora mezze diroccate, lasciate lì a morire tra le macerie come se il tempo si fosse fermato a quel giorno. Sono pochi gli edifici in costruzione, la piazza principale e il centro storico sono ancora inagibili».

Lei come vive oggi, dieci anni dopo, quel fatidico anno?

«Con la costante paura e la consapevolezza che un altro terremoto così forte possa tornare. Sono sempre in allerta, temo che da un momento all’altro possa succedere qualcosa di brutto. 

Appena sento un minimo rumore anche lontano inizio a tremare. Il terremoto ci ha rovinati in tanti sensi, forse in tutti. 

Mi fa effetto anche solo pronunciare quella parola».

Articolo scritto all’interno del Laboratorio di Giornalismo realizzato da Edera Rivista  all’Università di Firenze

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