Aggressioni agli operatori sanitari: il peso invisibile che resta dopo l’episodio
di Asia Brizzi
Negli ospedali la fragilità non riguarda solo i pazienti. Accanto alla loro, c’è quella di chi lavora ogni giorno tra urgenze, attese e decisioni difficili, e che sempre più spesso si trova a confrontarsi anche con episodi di aggressività.
In queste condizioni, la relazione tra pazienti, familiari e operatori può diventare complessa e, in alcuni casi, sfociare in aggressioni verbali o fisiche. Alla base si intrecciano paura, frustrazione e difficoltà comunicative, insieme a dinamiche organizzative che incidono sugli equilibri del sistema di cura.
Ma ciò che spesso resta in secondo piano è l’impatto di questi episodi su chi li subisce: sul piano emotivo, professionale e umano, nel momento in cui l’operatore è chiamato a proseguire il proprio lavoro dopo l’aggressione.
A raccontare questa realtà è la dottoressa Giulia Ricci, psicologa clinica e psicoterapeuta che si occupa del benessere degli operatori sanitari e del supporto nei contesti di difficoltà.
«Il nostro lavoro comprende ascolto psicologico, interventi individuali e di gruppo, attività di formazione e sostegno agli operatori che vivono situazioni di disagio, anche legate ad aggressioni».
Quando un operatore subisce un episodio di violenza, il primo passo è offrirgli uno spazio protetto in cui poter raccontare quanto accaduto. «Non si tratta solo di ascolto: aiutiamo a elaborare le emozioni legate all’evento e, quando necessario, a ritrovare strumenti relazionali e comportamentali utili ad affrontare situazioni future».
Secondo la psicologa, questi episodi si inseriscono in un cambiamento più ampio della società, in cui la gestione delle emozioni è sempre più complessa. «Si osserva una crescente difficoltà nel riconoscere e regolare ansia, paura e frustrazione. Quando non vengono elaborate, possono trasformarsi in rabbia e riversarsi sull’operatore sanitario».
Spesso, aggiunge, la paura legata a una situazione critica non viene riconosciuta e si traduce in aggressività. «L’operatore diventa così il bersaglio di una sofferenza che ha un’altra origine». Una dinamica che non giustifica l’aggressione, ma ne aiuta la comprensione.
La maggior parte degli episodi resta di natura verbale, anche se nei contesti più carichi emotivamente il rischio di escalation aumenta.
Le conseguenze non si esauriscono nell’immediato. «La prima reazione è la paura, legata alla propria incolumità. Poi possono emergere rabbia, vergogna e senso di colpa. Molti operatori si interrogano su ciò che avrebbero potuto fare diversamente, anche in assenza di responsabilità».
A rendere più complessa l’elaborazione dell’accaduto è la natura stessa della relazione di cura, fondata su fiducia e affidamento reciproco. «L’operatore è lì per aiutare una persona che dovrebbe potersi affidare a lui. Quando subisce un’aggressione, si incrina quel rapporto di fiducia che è uno degli elementi centrali della cura».
Il fenomeno si inserisce inoltre in un cambiamento sociale più ampio, che sta modificando le dinamiche di fiducia tra cittadini e istituzioni e che si riflette anche nei contesti sanitari. «C’è una crescente difficoltà nel tollerare la frustrazione e nel gestire le emozioni negative, che riguarda non solo i più giovani, ma tutte le fasce d’età».
Per la psicologa è fondamentale ricordare che, prima dei ruoli, ci sono le persone. «Anche un episodio apparentemente lieve, come un innalzamento del tono di voce, può attivare vissuti personali legati alla propria storia». Ogni aggressione può così assumere significati diversi per chi la subisce. «Per questo è difficile generalizzare: l’impatto dipende sempre dalla storia e dalla sensibilità individuale».
Sul fronte della tutela, il tema è oggi più riconosciuto rispetto al passato, ma ancora insufficiente. «Si può e si deve fare di più. La tutela psicologica degli operatori è centrale e non può essere secondaria rispetto agli aspetti organizzativi o normativi».
Anche i segnali del disagio possono manifestarsi in modi differenti: chiusura emotiva, pianto, atteggiamenti difensivi o linguaggio del corpo che esprime bisogno di protezione. «Il compito non è forzare, ma esserci. Offrire sostegno rispettando tempi e spazi della persona».
Comprendere la violenza contro gli operatori sanitari significa andare oltre il singolo episodio. Significa riconoscere che, dietro ogni camice, c’è una persona con la propria storia, le proprie fragilità e un modo unico di dare significato a ciò che vive. Prendersi cura di chi cura non significa solo garantire sicurezza, ma anche riconoscere il valore dell’ascolto, della prevenzione e del supporto psicologico.
Articolo scritto all’interno del Laboratorio Edera Summer Camp di comunicazione e scrittura giornalistica realizzato da Edera Rivista.