La Repubblica, a volte, comincia in una cucina. Non nei manuali di storia, ma nei racconti che restano nelle famiglie
di Lucrezia Mondola
La Repubblica, a volte, comincia in una cucina. Non nei manuali di storia, ma nei racconti che restano nelle famiglie, nei nomi pronunciati a mezza voce, nei gesti che sembrano minimi e invece reggono un’epoca. Pierina Fantoni è uno di quei nomi.
Ogni anno celebriamo il 2 giugno. Una data che conosciamo, una ricorrenza che torna puntuale, parole — libertà, democrazia, Resistenza — che ci sembrano ormai familiari. Eppure proprio ciò che diventa familiare rischia di apparire scontato. La libertà, invece, non lo è mai stata. Prima delle parate, delle bandiere e dei discorsi ufficiali, però, resta una domanda semplice: attraverso quali vite è passata, davvero, la Repubblica?
Per Pierina Fantoni, la libertà non era un principio astratto né una parola da cerimonia istituzionale: era una scelta concreta. Nata il 26 aprile 1919 a Campiglia, allora nel comune di Pian di Scò, nel Valdarno aretino, Pierina crebbe in un’Italia povera e contadina, in cui la sopravvivenza aveva già il passo duro della resistenza quotidiana. Quando arrivarono la guerra, l’occupazione nazista e la Repubblica sociale, era poco più che una ragazza. Come per molti della sua generazione, a un certo punto non bastò più tirare avanti: bisognò scegliere.
Scelse la Resistenza.
Fu staffetta partigiana, uno di quei ruoli che spesso restano ai margini del racconto storico, ma senza i quali molte brigate non avrebbero potuto continuare ad esistere. Ridurre tutto a un compito di supporto, però, sarebbe un errore. Le donne nella Resistenza non furono soltanto “di aiuto”: organizzarono collegamenti, trasportarono armi e munizioni, curarono feriti, tennero in piedi la rete logistica e in molti casi presero parte diretta alla lotta. Passavano da una formazione all’altra, attraversavano posti di blocco, usavano i sentieri e la conoscenza del territorio come un linguaggio di guerra. Un’esperienza che fu decisiva, esposta alla tortura, alla cattura, alla morte. Sulle alture sopra Pian di Scò, tra Campiano, Pulicciano e i percorsi che salgono verso il Pratomagno, Pierina riforniva i partigiani nascosti. Non imbracciava sempre un’arma, ma viveva dentro lo stesso rischio.

Per decenni figure come la sua sono rimaste ai margini del racconto pubblico, eppure la Resistenza fu fatta anche di attese, collegamenti, cure, trasporti, sangue freddo. Fu fatta da donne che agivano senza retorica e spesso senza riconoscimento.
È qui che la vicenda di Pierina diventa più di una memoria familiare. Prima ancora di votare, stava già praticando una forma di cittadinanza. Prima ancora del 2 giugno 1946, quando le italiane parteciparono per la prima volta a una consultazione politica nazionale ed elessero l’Assemblea Costituente, c’erano state donne che la democrazia l’avevano resa possibile sul terreno, senza poterla ancora esercitare fino in fondo.
Nella memoria familiare, Pierina resta anche questo: una donna minuta, apparentemente fragile, ma durissima. Rimasta vedova relativamente giovane, con pochi mezzi e una vita tutt’altro che semplice, continuò a essere il centro della famiglia. Non trasformava nulla in mito. Ed è forse proprio questo a renderla esemplare: il coraggio, a volte, non esplode; resiste. Continua a stare nelle cose minime, nella tenacia dei corpi, nella dignità con cui si attraversano gli anni.
Per questo il 2 giugno non dovrebbe ridursi a una ricorrenza. Dovrebbe ricordarci che la Repubblica è una pratica di partecipazione. Oggi non si combatte sulle montagne, ma esistono altre forme di indifferenza, altri modi in cui la libertà può essere erosa lentamente: nella fragilità della memoria collettiva, nella disaffezione verso la vita pubblica, nell’idea che la Democrazia sia un meccanismo automatico che non richiede impegno.
In un tempo in cui la partecipazione politica si assottiglia e il distacco dalla vita pubblica cresce, soprattutto tra i più giovani, storie come quella di Pierina non servono a fare nostalgia. Servono a ricordarci che la Repubblica che celebriamo il 2 giugno non nasce soltanto da un referendum o da un passaggio istituzionale. Nasce dalle scelte silenziose di persone comuni che decisero che la libertà valesse il rischio.
Pierina Fantoni non è un nome da monumento. Ma è uno di quei nomi che ci spingono a capire quanto la Repubblica sia stata prima di tutto un fatto umano. E che cosa chieda ancora, oggi, a chi la abita.
L’articolo è stato realizzato all’interno del “Laboratorio di comunicazione, scrittura e giornalismo” dell’Università di Firenze.