Nella frenesia della vita quotidiana, assicurarsi che gli artisti non vengano dimenticati è imprescindibile. Fra questi, troviamo Aligi Sassu. A parlarne è il figlio Vicente
di Federico Locurcio
Siamo continuamente circondati dall’arte. Camminando per le vie delle nostre città, passiamo accanto a decine di opere a noi sconosciute, ma testimonianza di un patrimonio culturale che l’Italia vanta in tutto il mondo. Ciò può accadere passeggiando lungo via Brera a Milano, dove è collocato il Grande Cavallo impennato di Aligi Sassu (1912-2000), uno dei più importanti artisti del secolo scorso nel capoluogo lombardo.
A raccontarci la sua storia è il figlio adottivo, Vicente.
Mi parli del rapporto che aveva con suo padre. Nella vita di tutti giorni che tipo di papà era? Che clima si respirava in casa?
«Essendo un artista, era assorbito dalla sua arte. La mattina si alzava e si recava nel suo studio che aveva fatto costruire su misura nella nostra a casa a Monticello Brianza. Era molto presente e sensibile.
Quello che ci si porta dietro da questo tipo di ambiente familiare è la disciplina. Il mondo dell’arte, visto come bohémien, si basa in realtà su applicazione e duro lavoro. Ciò che mi è rimasto di più è l’idea del sacrificio».
Antifascista e antifranchista, Aligi Sassu formò il Gruppo Rosso e organizzò con questo diverse proteste, per finire poi arrestato e incarcerato. Si può dire che ciò abbia influenzato il suo modo di fare arte?
«Il papà di Aligi fu uno dei fondatori del Partito Socialista in Sardegna. Quindi, ha sempre respirato quest’aria di libertà in casa. Tant’è vero che l’assassinio di Matteotti nel ’24 fu molto d’impatto per lui.
Il suo tipo di pittura, basato su un cromatismo acceso, entrava completamente in collisione con la pittura del regime fascista, ricca di toni grigi e marroni.
In quel periodo, Aligi cominciò a produrre il ciclo degli Uomini Rossi, rappresentati nudi per sottolineare la libertà dell’uomo. Durante il periodo nel carcere di Fossano dipinse anche La morte del Cesare, un modo per rappresentare la morte auspicata del tiranno.
Alla fine, riuscì ad ottenere la grazia dal re e venne scarcerato. Successivamente, condusse attività partigiane, trasportando armamenti con la prima moglie (ndr, Fernanda Rinaldi)».
Nel corso della sua vita incontrò diverse celebrità, come Maria Callas e Gina Lollobrigida, e viaggiò molto, disseminando per tutto il mondo una quantità enorme di opere. Ci racconta qualche episodio?
«Negli anni dopo la guerra andò a vivere ad Albissola, dove c’era una fornace di ceramica. Lì conobbe vari artisti come Lucio Fontana e dipinse dei piatti che poi vendeva in America per mantenersi. In quel periodo, conobbe la sua seconda moglie, Maria Helenita Olivares, e visitò la Cina, poi la Foresta Amazzonica e Cuba.
Ciò che mise in atto con le personalità che incontrava in quel periodo fu proprio un’attività di scambio. Per esempio, nel ’55 dipinse tre ritratti per Gina Lollobrigida e anni dopo, nel ’73, lavorò a stretto contatto con Maria Callas e Giuseppe Di Stefano a Monticello. In quell’anno si inaugurò il teatro Regio e Aligi venne chiamato per lavorare alla scenografia».
Qual è l’opera nella quale ritiene sia condensata al meglio la carriera di suo padre e l’uomo che era? E perché?
«La sua essenza è più facilmente rintracciabile ne I miti del Mediterraneo, un’opera monumentale di 22 metri per 11 posizionata nel Parlamento Europeo a Bruxelles e che realizzò all’età di 82 anni. Qui volle condensare tutto l’amore che provava per il mito, uno dei temi che più ha trattato nel corso della sua carriera artistica.
È un’opera che ha fortemente voluto; è stato necessario più di un anno per realizzarla. Non riassume solo la sua arte, ma anche l’uomo determinato che era».
Lei si occupa dell’eredità artistica di Aligi Sassu. Perché ritiene che preservare l’arte sia importante? Cosa ci può insegnare, soprattutto in questo periodo storico?
«È importante preservare l’arte per far capire alle nuove generazioni da dove veniamo, soprattutto perché la storia ci insegna che gli uomini non imparano mai la lezione.
La lezione di Aligi Sassu è importante soprattutto perché è nato dal nulla e grazie alla sua arte e determinazione è riuscito ad avere successo, nonostante i tracolli finanziari familiari e i problemi con l’autorità.
Era una sorgente inesauribile di idee, disegnare era come vivere e mangiare per lui. Ora ci è tutto facile, abbiamo tutto a disposizione, invece lui ha faticato parecchio.
Dal punto di vista artistico, ha influito sulla storia dell’arte italiana, soprattutto quella del Novecento storico. Bisogna promuovere gli artisti come lui e far sì che non vengano dimenticati».
Articolo scritto all’interno del Laboratorio di Giornalismo realizzato da Edera Rivista all’Università di Firenze