Chi ha addomesticato la musica?
di Costanza Chirdo – Foto di Eleonora Matteoli
L’11 aprile 2026 la sindaca di Genova Silvia Salis ha organizzato un rave in piazza Matteotti. L’evento ha fatto molto discutere. Con in consolle la dj techno di fama internazionale Charlotte De Witte, l’affluenza complessiva è stata di circa ventimila persone: un successo. Per non parlare del ritorno mediatico per il capoluogo ligure, oltre che per Salis stessa. Ovviamente questo successo è stato interpretato. È giusto parlare di “rave”? L’evento era techno, gratuito e con libero accesso. Sicuramente può essere giusto rivestirlo di un certo significato politico, considerato che in Italia vige il decreto “anti-rave” dal 31 dicembre 2022. Per questo le polemiche non sono mancate, le stesse che di solito investono un qualsiasi free party organizzato in Italia riguardo la sicurezza, il giro di sostanze, l’impatto di un evento del genere. Ma non solo.
Da tempo si parla di “commercializzazione della techno”: la techno non è più un genere solo underground o “di nicchia”. E in realtà forse non lo è mai stata completamente. Nata negli anni ’80 nelle periferie industriali di Detroit, già con il suo sbarco in Europa negli anni ’90 si parlava della techno come “fenomeno di massa”: ampissima diffusione, club e festival, e soprattutto una tale quantità di sottogeneri che rende difficile elencarli tutti. Nell’ecosistema più grande della musica elettronica (quella che in America identificano con Edm), la techno è sicuramente uno dei generi madre. Che negli anni abbia trovato un seguito sempre maggiore è un fattore positivo, in un certo senso. La controversia è un’altra.
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