È una storia frequente in Italia, il passaggio del testimone da padre a figlio e la costruzione, tra alti e bassi, di una vita incentrata sul lavoro.
di Greta Nani
Nato e cresciuto in un paese di provincia, Michele ha iniziato a lavorare con il padre subito dopo la scuola: «avevo quattordici anni e poca voglia di studiare, mio babbo mi ha preso con sé e mi ha insegnato quello che oggi è il mio lavoro». È una storia frequente in Italia, il passaggio del testimone da padre a figlio e la costruzione, tra alti e bassi, di una vita incentrata sul lavoro.
«Mio padre è nato lavorativamente parlando come fabbro. Una volta l’idraulico era una sorta di fabbro e saldatore che si prodigava a costruire le tubazioni, prima si lavorava prevalentemente con il piombo e con il ferro, arrivava tutto dal buon artigianato. Quando sono arrivato io la figura professionale era definita ma lui sapeva fare tantissime altre cose per cui ho imparato a fare lavori che oggi non esistono più».
Michele racconta un’Italia che non esiste più, un paese in cui il passaparola era alla base del lavoro e gli accordi si concludevano con una stretta di mano. Anche il rapporto con le banche era più semplice: «Una volta si andava quasi sulla parola. Quando volevamo cambiare il camioncino mio papà andava dal direttore della banca, dava una cifra e tornava a casa con i soldi sul conto. Ovviamente aveva una credibilità, una storia d’azienda ma era tutto più semplice». L’Italia che emerge dal suo racconto è quella del boom economico: «Negli anni Novanta – dice – c’era tantissimo lavoro e questo permetteva di assumere e fare investimenti. Il lavoro manuale era pesante e serviva una grande mano d’opera per riuscire a rispondere alle richieste del mercato. Se prima in un mese concludevamo i lavori in una casa, oggi da solo riesco a farlo in una settimana».
A cambiare radicalmente il lavoro è stata soprattutto la tecnologia: «ha permesso un salto in avanti, banalmente con i cellulari è diventato tutto più semplice e immediato: puoi interloquire con geometri e architetti quando hai bisogno di chiarimenti, prima con i telefoni fissi dovevi andare direttamente sul posto o prendere appuntamenti, oggi se qualcuno ti cerca in due secondi ti trova». L’evoluzione dei dispositivi di comunicazione ha accelerato i ritmi lavorativi.
Michele racconta di quando a volte, dopo essere rientrati a casa, lui e il padre dovevano tornare in città per rispondere alle chiamate d’emergenza ricevute durante la giornata: «Mio papà è sempre stato al passo con la tecnologia, anche se costava tanto cercavamo di seguire l’evoluzione. Appena è stato possibile abbiamo preso il telefono trasportabile. Non ti puoi fossilizzare, il lavoro ha un’evoluzione».
Nel ripercorrere la storia dell’azienda emerge un percorso fatto di alti e bassi. La piccola impresa di famiglia si era ampliata, assumendo personale e investendo, fino al tracollo causato da un subappalto. «Un’azienda con un grandissimo appalto distribuito in tutta Italia è fallita a causa di lavori mal riusciti in altre regioni – dice -. La situazione è crollata: le fatture saltavano, cercavano scuse per non pagare. Mio padre non voleva lasciare, ci credeva ancora, ho dovuto fermarlo io. Da lì è scoppiato il caos: avevamo chiesto anticipi per fare investimenti, i soldi non entravano da tanto e non sarebbero mai arrivati. Quando da figlio vedi un padre intraprendente cadere in ginocchio un po’ ti intimorisci, senti che alla fine anche i duri si piegano».
Michele sostiene di essere stato sempre meno coraggioso del padre e ne ricorda la forza: «è sempre stato una persona seria, sicura di sé, col pugno duro, che non si tira indietro, una persona con una visione. Aveva una grande mentalità da imprenditore». Secondo lui il coraggio è oggi la chiave fondamentale per fare impresa. Gli ultimi dati rilasciati dalla Cna raccontano una diffusa incertezza: circa il 58,4% dei 2.352 intervistati dichiara di non essere in grado di effettuare previsioni sull’andamento della propria impresa. Michele conferma questa sensazione: «Non sappiamo mai cosa ci aspetta domani, oggi il lavoro è più veloce e quindi dovresti aver davanti moltissime offerte. Se avessi un dipendente o due dovrei trovare un condominio al mese su cui lavorare». Il lavoro di manutenzione, però, non manca: «per fortuna il telefono suona, ma vivo ancora di passaparola». Ciò che oggi considera davvero necessario è trovare la tranquillità: «A un certo punto sei stanco. La vita deve essere vissuta, bisogna trovare l’equilibrio».
Articolo scritto all’interno del Laboratorio di Giornalismo realizzato da Edera Rivista all’Università di Firenze