L’impegno di Ihp per restituire ai cavalli la loro vera natura
di Aurora Castillo
Siamo abituati a vedere i cavalli nei concorsi ippici o chiusi in box immacolati. Ma siamo sicuri che ciò di cui hanno realmente bisogno sia vivere in un piccolo spazio e avere la loro “ora d’aria” solo per essere usati come oggetti? Italian Horse Protection, il primo centro di recupero riconosciuto dal ministero della salute, è stato aperto 16 anni fa da Sonny Richichi, con cui ho parlato dell’idea di benessere che le persone hanno quando si parla dei cavalli.
Quali sono le principali cause per cui i cavalli arrivano qui, sotto la vostra tutela?
«Per moltissime situazioni diverse, perché i cavalli sono la specie più sfruttata dall’uomo. Da quando è stato aperto questo centro di recupero sono arrivati cavalli da tutta Italia, dalle più svariate realtà. Da allevamenti e privati, dopo denunce per maltrattamenti, perché tenuti in ambienti chiusi e sporchi senza cibo e acqua. Ma anche da persone legate alla criminalità organizzata, che tenevano i cavalli illegalmente, senza identificazione, per mandarli al macello».
Quando arriva un cavallo al centro di recupero, come si svolgono i primi giorni?
«Dipende dalle condizioni fisiche in cui arriva. Se è in buone condizioni lo teniamo in un recinto a sé per tenerlo sotto osservazione e vedere se ci sono problematiche fisiche, ma anche comportamentali. Se invece il cavallo ha bisogno di cure e terapie immediate, lo seguiamo da subito con le visite necessarie. Dopodiché il cavallo viene inserito in un gruppo che è condizionato da vari fattori, come l’età o il tipo di terapie di cui hanno bisogno».
Perciò quando vi trovate con un cavallo che ha subito dei maltrattamenti, riuscite poi ad avere la loro fiducia, anche nel caso in cui non fossero abituati al contatto con l’uomo? E c’è una storia che ti è rimasta impressa?
«Sì, perché per fortuna sono animali dotati di un’intelligenza per cui riescono a riconoscere le modalità di avvicinamento e di relazione, perciò tornano a fidarsi. Ma non è sempre così, a volte dobbiamo fare un lavoro più lungo, che per noi è basato solo sulla conoscenza scientifica, infatti per tanti anni abbiamo collaborato con il dipartimento di etologia dell’università di Pisa. Un cavallo, ad esempio, è stato portato qui dal mondo delle corse clandestine e quando è arrivato era totalmente svuotato nell’animo, con lo sguardo spento e pieno di segni sul corpo, ma in pochi mesi è diventato irriconoscibile rispetto a quando è arrivato».
Una delle cose fondamentali per IHP è di lasciare i cavalli in spazi molto grandi, perché allora negli sport equestri è la norma lasciarli a giorni interni chiusi nei box?
«È un problema sia culturale che di conoscenza. La maggior parte delle persone che hanno un cavallo non lo conosce veramente, ma sa solo come gestirlo, in base a quello che viene insegnato dai cosiddetti esperti che danno delle conoscenze solo sulla base della convenienza, in modo che il cavallo possa gareggiare il più a lungo possibile. Per loro è una tutela, ma in realtà possono recare numerosi danni a lungo andare. I cavalli hanno bisogno di tre cose principalmente: stare in spazi ampi, con i propri simili e pascolare. Perciò tenerli chiusi in box, isolati e nutriti a razioni è ciò che va più contro la loro natura».
Pensi che si possa trovare qualche modo, negli sport equestri, per andare incontro alla tutela dei cavalli?
«No alla tutela completa non si potrà mai arrivare. In ogni convegno che viene organizzato, si parla del benessere del cavallo, ma ciò porta solo a maggiori controlli nelle gare e nei maneggi, non risolve il problema alla radice, questo perché altrimenti il sistema crollerebbe per insostenibilità economica».
Come funzionano invece le denunce o i sequestri? Che rapporto avete con le istituzioni e le autorità?
«Dopo aver ricevuto una segnalazione di maltrattamento, dobbiamo capire se possiamo mettere giù una denuncia, perché in Italia non c’è una legge specifica che indichi le condizioni di benessere o malessere del cavallo, ma solo una legge generica contro il maltrattamento degli animali. Inoltre le autorità spesso non intervengono perché dovrebbero farlo i veterinari pubblici, dell’Asl, che la maggior parte delle volte non hanno una conoscenza specifica sui cavalli e spesso non riconoscono il maltrattamento. Se invece ciò accade, la procura sequestra il cavallo, che viene poi dato in custodia giudiziaria fino alla fine del processo, cosa che riguarda anche gli animali che abbiamo qui. Non avendo però delle leggi, stiamo sempre alla sorte di trovare delle autorità che sappiano fare il loro lavoro e che lo vogliano fare, perché ci è capitato di trovarci davanti a casi evidenti di maltrattamento dove le autorità non hanno mosso un dito».
Le persone che vanno a fare volontariato a Ihp perciò non salvano solo un animale, ma partecipano anche a una battaglia culturale, che può portare a un futuro in cui i cavalli potranno essere visti come tali e non come oggetti pronti a soddisfare le nostre esigenze.
Articolo realizzato dalle classi del Russell Newton di Scandicci nell’ambito del Laboratorio di Edera “Il giornalismo in classe”.