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OLTRE IL FISCHIO D’INIZIO

Il miracolo di “Un Calcio per Tutti” tra inclusione e vita vera

di Livia Alderighi, Arianna Balzoni e Oliva Alicya

In un prato verde, il rimbalzo di un pallone non è mai solo un rumore sordo. Per alcuni, è il battito di un cuore che impara a stare al ritmo del mondo. A Malmantile, nel Comune di Lastra a Signa (Firenze), quello che tredici anni fa era solo un sogno visionario, oggi è una realtà solida che porta il nome di “Un Calcio per Tutti”. Non si tratta di una semplice scuola di calcio, ma di un laboratorio di umanità dove la disabilità cognitiva e motoria smette di essere un limite invalicabile per diventare il punto di partenza di un viaggio verso l’autonomia .

Un sogno nato sul campo

Tutto ha inizio nel 2013. Le “menti” dietro all’iniziativa sono quelle di un gruppo di amici e professionisti legati dal filo rosso dello sport: tra loro Daniele Buzzegoli, all’epoca calciatore professionista del Novara, il vicepresidente Enrico Gallo e la coordinatrice del progetto, la cui storia personale è profondamente intrecciata al mondo della disabilità per via di una sorella non vedente. L’ispirazione scocca guardando un video di Buzzegoli con suo figlio, affetto da autismo, durante un evento a Novara. Da lì, la scommessa: creare un modello di calcio “adattato” che permetta di calcare il campo anche a chi ha gravi difficoltà di comprensione, relazione o motorie.

Quella che era iniziata come una piccola sperimentazione con soli sei bambini e quattro operatori, oggi conta quasi 50 ragazzi e un team di oltre 20 professionisti. Non sono semplici volontari, ma un pool di esperti: docenti, laureati in scienze motorie, educatori professionali, insegnanti di sostegno e neuropsicomotricisti relazionali.

La scienza dell’abbraccio: il metodo

Il segreto del successo di “Un Calcio per Tutti” risiede nell’unione tra sport e psicologia comportamentale. Si utilizza il rinforzo positivo: ogni piccolo obiettivo centrato dal ragazzo viene premiato con un gesto gratificante, che sia una caramella, un applauso o un abbraccio. Questo approccio permette ai giovani atleti di aprirsi al mondo. «In campo ci sono momenti comuni e momenti individualizzati», ci spiega Cristina; il rapporto tra adulti e ragazzi è spesso di uno a uno, o addirittura di due a uno, per garantire che ogni bisogno venga ascoltato.

L’impatto non è solo sui ragazzi, ma su intere famiglie. Sugli spalti, i genitori possono finalmente fare quello che fanno tutte le altre famiglie: guardare l’allenamento, chiacchierare, rilassarsi, sapendo che i propri figli sono in mani sicure. Negli spogliatoi, i genitori non entrano; lì i ragazzi imparano l’autonomia con il personale dedicato, un “sollievo” fondamentale per chi vive quotidianamente il peso della cura .

Ricevere più che dare: la storia di Lorenzo

Uno degli aspetti più toccanti del progetto è la capacità di trasformare anche chi, apparentemente, non avrebbe bisogno di aiuto. Ci raccontano la storia di Lorenzo (nome fittizio), un sedicenne “dotato” ma turbolento, inviato dai servizi sociali di Scandicci per un percorso riparativo. Inizialmente era riluttante, quasi sprezzante: «Vengo oggi, poi non torno più». È rimasto un anno e mezzo. A contatto con i ragazzi disabili, ha compreso il valore della sua salute e la stupidità di certi suoi comportamenti a rischio. Al momento dei saluti, ha ringraziato i ragazzi uno a uno, piangendo. Aveva capito che loro, i “disabili”, non avevano avuto la scelta di essere sani, mentre lui stava sprecando la sua libertà in “cose folli”. È la dimostrazione vivente del motto dell’associazione: in questi percorsi, si riceve molto più di quanto si dà.

La sfida del Covid e la “bellezza di essere simili”

L’emergenza sanitaria ha messo a dura prova il legame con i ragazzi, per i quali la routine e la relazione sono vitali. Ma il gruppo non ha mollato. Sono nati gli allenamenti online tramite Meet: non esercizi fisici, ma sessioni di “relazione” per non perdersi, per continuare a parlare e a tirarsi fuori dal disturbo del rumore perenne che caratterizza, ad esempio, l’autismo. 

Oggi l’associazione guarda oltre il rettangolo di gioco. È nata la pizzeria inclusiva e il progetto si è esteso all’inserimento lavorativo. I risultati sono straordinari: quest’anno quattro dei ragazzi più grandi hanno ottenuto un contratto a tempo indeterminato. Le lezioni di calcio si trasformano in lezioni di vita, come nel caso del cameriere con sindrome di Down che ha imparato come muoversi nel mondo del lavoro.

Un messaggio per il futuro

“Tutti, ma proprio tutti possono giocare a calcio” e “Insieme possiamo farcela” sono gli slogan che campeggiano sulle loro bottiglie e nei cuori di questa squadra. Ma il messaggio più profondo è quello della “meraviglia di essere simili”. Essere simili non significa essere omologati, ma riconoscersi nell’altro con le proprie caratteristiche uniche. 

La speranza di “Un Calcio per Tutti” è rivolta alle nuove generazioni: a quei giovani che, pur avendo un potenziale enorme, spesso si pongono limiti mentali da soli. L’invito è a guardare all’inclusione non come a un pacchetto a parte, ma come a una realtà dove “tutto è utile”. Se alla fine delle due ore di allenamento un ragazzo torna a casa contento, l’obiettivo è raggiunto. Perché, in fondo, lo scopo ultimo non è calciare bene un pallone, ma essere felici insieme.

Articolo realizzato dalle classi del Russell Newton di Scandicci nell’ambito del Laboratorio di Edera “Il giornalismo in classe”.

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