Se dovremmo raccontare ai figli, che sapore avranno questi anni,

sarà il vento di quest’ignoranza, a tramandare tutti i nostri sbagli. (Fask)

Prima di fare danni mettiti gli stessi panni,

come direbbe mamma, dopo la fiaba a nanna. (Willie Peyote )

Fuori il primo feat della storia dei Fast Animals and Slow Kids (FASK) con Willie Peyote, chiamato “Cosa ci direbbe” (ascolta qui). Una vera e propria analisi interiore del periodo che stiamo passando, di come i giudizi offuschino il nostro pensiero, di come sia necessario guardarci dentro per uscirne migliori. Un sound acustico in cassa dritta, una canzone “per correre o da cantare in macchina”, come ci racconta Aimone. E la partecipazione di Willie, che in due barre riesce a sintetizzare un mondo di immagini e verità. Ne abbiamo parlato con i 4 ragazzi di Perugia, dalla loro saletta che brulica di idee e progetti nuovi, che non vedono l’ora di farci sentire.

Com’è nata questa collaborazione con Willie?

“È nata in maniera molto naturale. Willie è un amico, ci siamo conosciuti sul palco del primo maggio nel 2018 e da lì siamo rimasti in contatto. Avevamo questo pezzo in testa da un po’, ma secondo noi mancava qualcosa che definisse in modo chiaro il concetto che c’è dietro, e Willie è uno che in due barre ti spiega tutto. Ci siamo quindi confrontati sul tema del testo, e poi lui si è inserito liberamente dove voleva. Si è trattata di una vera e propria collaborazione tra amici, che si mettono insieme facendo una cosa che piace a entrambi”.

la cover del nuovo singolo “Cosa ci direbbe” – FASK feat Willie Peyote

Quanto c’è di personale all’interno del testo?

“Tantissimo. Il lockdown ha portato tanto ad autoanalizzarci, a metterci al centro di questa situazione. Questo atteggiamento ci porta spesso a giudicare in maniera inappropriata, non sappiamo un cazzo e nonostante questo critichiamo. Dovremmo guardare più dentro di noi che fuori, vedere cosa stiamo vivendo e capire come migliorare noi stessi. Sembra sempre meglio guardare fuori dalla finestra e non la casa che brucia, e questo è un po’ il senso alla base del testo. Se c’è una cosa che ci ha insegnato questo periodo è che fa schifo essere soli, fa schifo stare lontani e non potersi godere la socialità. Per uscire migliorati da tutto questo è importante guardare ai nostri percorsi e mettersi in discussione.”

Com’è cambiato l’approccio alla scrittura in questo periodo?

“Sicuramente è cambiata la quantità di tempo a disposizione per scrivere. Dal nostro primo disco siamo praticamente sempre stati in tour, i pezzi li scrivevamo insieme durante le prove o negli alberghi. Per la prima volta ci siamo trovati con tanto tempo a disposizione, e allora abbiamo approfondito e studiato ogni singolo suono, potendo cambiare idea mille volte.” 

Il sound di “Che cosa ci direbbe” è più acustico rispetto a quello dei primi dischi. Seguirà questo stile anche il disco?

“Questo brano ha molte influenze relative a quello che stiamo ascoltando, dai The Smiths ai The Cure, dal rock anni ’80 britannico al sound americano. C’è tanto materiale assorbito che proponiamo a modo nostro. Sicuramente è un brano in cui la chitarra acustica è preponderante, ed è raro per noi. Al contempo la batteria è dritta, è un pezzo che ascolti mentre corri o mentre guidi. La parte di Willie poi per noi è una novità assoluta e siamo molto contenti di come è stata pensata, una parte rap che è forse quella più svuotata da un punto di vista di suoni. E l’idea di unire questi due mondi ci gasava da pazzi. Il disco non sappiamo ancora che forma avrà, magari sarà acustico, magari heavy metal, chi lo sa…”

Ci saranno annunci su tour o sul nuovo disco a breve?

“Ci troviamo nella situazione in cui abbiamo paura ad annunciare qualsiasi cosa. Stiamo producendo tantissime canzoni, ma non siamo ancora sicuri di cosa e come pubblicare. Non c’è niente di più deludente in questo periodo di spostare e riprogrammare nuovamente tour e uscite. In cantiere ci sono tante idee, ancora però niente di concreto”

Durante la quarantena la cultura, dalla musica all’intrattenimento, è stata messa al centro di tutto. Servirà questo periodo per dare finalmente valore al lavoro dell’artista secondo i FASK?

“I cambiamenti nella percezione della realtà sono molto lenti, lo vedremo tra 5/10 anni. Sicuramente adesso c’è più coscienza all’interno del compartimento musica. Ci si è resi conto per esempio che non sono gli operatori dello spettacolo al servizio degli artisti ma viceversa, perché senza di loro noi col cazzo che suoneremo ancora. Ancora in Italia non è chiaro il codice Ateco per il musicista, per dirne una. Sicuramente si è avviato il processo di stimolo e comunicazione con lo stato, cosa che prima non era mai accaduta in quanto il settore dell’intrattenimento si teneva in piedi da solo. Speriamo che qualcosa cambi, anche se la strada sarà ancora lunga e dispendiosa.”

di Leonardo Torrini per Edera online

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *