La corsa ad ostacoli del diritto all’autodeterminazione fino alla fine
di Costanza De Caro
“Trattamenti di sostegno vitale”. È qui che si condensa il nodo interpretativo al centro della questione di legittimità costituzionale discussa in udienza il 23 giugno scorso davanti alla Consulta. Ancora una volta, la (mancata) normativa sul suicidio medicalmente assistito torna a interrogare i giudici costituzionali.
Ormai otto anni fa, la Corte invitava il legislatore a introdurre una disciplina organica sul fine vita. Circa un anno dopo, constatata l’inerzia del parlamento, la stessa Corte ribadiva nella sentenza Cappato/Antoniani (la n. 242 del 2019) i requisiti necessari per accedere alla morte volontaria. O meglio, per escludere, a determinate condizioni, la punibilità delle condotte di aiuto al suicidio. Tra queste condizioni vi è che la persona “sia tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale”. La Corte ha già riconosciuto che rientrano in questi trattamenti le procedure che “si rivelino in concreto necessarie ad assicurare l’espletamento di funzioni vitali”, ma c’è chi ritiene che non sia sufficiente. Perché, come ha detto l’avvocata Filomena Gallo, si avrebbe una “soglia mobile” di accesso alla morte volontaria, che dipende dallo scorrere del tempo e dall’aggravamento della malattia, o addirittura dalla patologia stessa.
«Pensa a chi soffre di SLA. Che non ha bisogno di un respiratore, ma di chi lo lavi, lo imbocchi, lo giri, lo vesta, lo spogli, lo metta a letto – dice Felicetta Maltese, 75 anni, co-coordinatrice della cellula Coscioni di Firenze e indagata nel procedimento penale che ha dato origine all’udienza dello scorso giugno in Corte Costituzionale -. Cose ugualmente indispensabili per non morire di stenti». Felicetta si è autodenunciata già due volte al rientro dalla Svizzera, dove ha accompagnato delle persone in cliniche specializzate. E sono altrettanti i procedimenti penali che la vedono indagata insieme ad altre attiviste e a Marco Cappato, presidente dell’Associazione Soccorso Civile. Nella maggior parte dei casi, le situazioni patologiche delle persone che chiedono aiuto a questa realtà non rientrano nel perimetro delineato dalla sentenza Cappato/Antoniani. In altri casi vi rientrerebbero, ma lungaggini burocratiche e dinieghi ingiustificati da parte delle commissioni mediche territoriali costringono le persone malate ad andare all’estero per esercitare il loro diritto.
Quello che ha riconosciuto la giurisprudenza costituzionale è, insomma, un diritto «non fruibile», continua Felicetta. E allora? Serve una legge. Servono linee guida chiare, omogenee ed azionabili che impongano alle autorità di prendere in carico le richieste dei soggetti malati e di rispondere nel più breve tempo possibile. Per non lasciare che la sentenza della Corte rimanga lettera morta. La legge regionale della Toscana in tema di fine vita, di cui è stata promotrice Felicetta Maltese nell’ambito della campagna “Liberi Subito” lanciata dall’Associazione Luca Coscioni, fa questo. Garantisce procedure e tempi certi, che hanno permesso a Daniele Pieroni, “Libera” e “Mariasole” di autosomministrarsi il farmaco. Servirebbe, ora, una disciplina nazionale.
Eppure, c’è chi una legge, e un’estensione del diritto al di là dei trattamenti di sostegno vitale, non la vuole.
Non la vogliono i movimenti cattolici, che parlano di legalizzazione dell’omicidio di stato. «Qualcuno mi considererà un’assassina – sorride Felicetta – ma io non voglio ammazzare nessuno. Gli accompagnamenti sono dei lutti anche per me».
Non la vogliono alcune persone che vivono sul proprio corpo il deterioramento e l’irreversibilità di gravi malattie. Cinque di loro si sono costituite all’udienza del 23 giugno, sostenendo che l’eliminazione della condizione dei trattamenti di sostegno vitale le indurrebbe alla tentazione di ricorrere alla morte volontaria.
Né la vuole una certa politica. L’attuale disegno di legge in discussione al Senato e proposto dai parlamentari di maggioranza Zullo (FdI) e Zanettin (FI) stravolge i progressi fatti fino ad ora. Restringe ulteriormente i requisiti necessari, obbliga i pazienti a un percorso di cure palliative propedeutico, paragonabile a tutti gli effetti a un trattamento sanitario obbligatorio, ed esautora il sistema sanitario nazionale dalla verifica delle condizioni necessarie e dalla fornitura del farmaco. Lasciando così ampio margine ai privati e alla finanziarizzazione delle patologie irreversibili, e consacrando l’Italia al modello svizzero: chi ha i soldi accede alla morte volontaria; chi non ne ha, resta a soffrire.
La battaglia legale, politica e culturale per il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione fino alla fine continua. Fino ad allora, molte persone continueranno a doversi recare in Svizzera, altre potranno accedere al suicidio nelle proprie case. Sicuramente tutte proveranno dolore. «Ma non lo fanno per disperazione o per solitudine – tiene a precisare Felicetta -. Lo fanno con convinzione e per la libertà di scelta».
Articolo scritto all’interno del Laboratorio Edera Summer Camp di comunicazione e scrittura giornalistica realizzato da Edera Rivista.