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NON CHIAMATELO CALCIO FEMMINILE

La storia di Roberta Morelli: «In campo difendo la porta, il risultato, le mie compagne. E nella vita è uguale. Sono sempre in prima linea per difendere i diritti di noi donne, e di chiunque altro abbia bisogno»

di Andrea Tognini

Roberta Morelli gioca in difesa. È una guerriera, una di quelle che non mollano mai. La capitana sempre in prima linea quando un’avversaria entra a gamba tesa su una delle compagne. Roberta è sempre lì, fino al novantesimo minuto, pronta a difendere la porta, il risultato, la squadra. Un po’ come nella vita, insomma.

«Penso che tra un campo da calcio e il campo della vita ci siano ben poche differenze», racconta. «In campo difendo la porta, il risultato, le mie compagne. E nella vita è uguale. Sono sempre in prima linea per difendere i diritti di noi donne, e di chiunque altro abbia bisogno».

Per anni Roberta ha lavorato come educatrice, occupandosi di ragazzi disabili. Ma il calcio è sempre stato il centro della sua vita. Il sole attorno a cui far ruotare tutto il resto. Ha iniziato da bambina, all’oratorio, per poi entrare in una società professionistica di Milano. Allenamenti, partite, spogliatoi. Il campo è diventato casa. Il rettangolo dove rifugiarsi quando tutto, là fuori, diventava faticoso.

A un certo punto però ha deciso di fare qualcosa di più. Non solo giocare, ma creare uno spazio nuovo. Così ha lasciato il lavoro da educatrice e con la liquidazione ha fatto il primo investimento per fondare una squadra tutta sua.

«Insieme a una mia ex compagna abbiamo iniziato a cercare altre donne che volessero entrare in squadra. Poi abbiamo trovato un campo, un allenatore, un preparatore dei portieri. E l’8 febbraio 2026 abbiamo giocato la nostra prima partita».

Mentre parla la voce tradisce l’emozione. Si sente anche attraverso il telefono che il calcio per lei non è un hobby, non è uno sport a cui dedicare qualche ora alla settimana. È molto di più.

«È un riscatto – dice -. Siamo tutte donne lavoratrici, molte hanno famiglia e figli. Non è facile conciliare tutto, ma è necessario. Il campo ci permette di staccare la testa, di avere un obbligo solo nei confronti di noi stesse, e di nessun altro».

Nel Santa Chiara, la squadra fondata da Roberta, ogni giocatrice porta con sé una storia, e molte sono storie difficili.

«Una delle mie compagne ha subito violenza quando era giovane – racconta -. Giocava in una squadra maschile e l’allenatore le faceva credere che il calcio per le donne non valesse nulla, che le donne fossero solo un oggetto. Un’altra giocatrice ha perso quattro bambini. Ma terminate le pratiche mediche non correva a casa – dice Roberta – veniva direttamente al campo ad allenarsi. Capisci quanto il pallone sia importante per noi? È il nostro posto sicuro. Qui nessuna può essere giudicata o maltrattata. Giochiamo solo per noi stesse e per le nostre compagne».

Tra le giocatrici, di tutte le età, c’è anche chi ha perso il lavoro. «Una è stata licenziata appena è rimasta incinta. Ma nella nostra squadra troverà sempre spazio. Appena potrà tornerà sul campo insieme a noi, perché qui c’è un posto per tutte».

L’8 marzo Roberta e il “Santa Chiara e Francesco” scenderanno in campo durante un evento organizzato dall’Unione Nazionale Vittime per «dare un calcio alla violenza». Ogni tipo di violenza: fisica, psicologica, sul lavoro.

Per Roberta il calcio è soprattutto questo: uno spazio di libertà, di comunità, di solidarietà tra donne che spesso nella vita quotidiana si trovano ad affrontare battaglie ovunque. In famiglia, al lavoro, per strada.

«L’8 marzo festeggeremo le donne sul campo da calcio. Dato che sono una pasticciera, la mattina mi sveglierò presto, correrò in pasticceria a preparare qualche dolce e poi andrò dritta al campo. Non vedo l’ora».

Le chiedo quale sia il suo sogno per il futuro, e lei ha le idee chiarissime.

«Spero che un giorno non si parlerà più di calcio femminile – dice. – Si parlerà solo di calcio, perché lo sport è sport, a prescindere che a giocare siano uomini o donne. Non dovrebbero esserci distinzioni. Né in campo, né fuori».

Poi Roberta si ferma, prende fiato. Sentirla parlare con un tono così acceso me la fa immaginare in campo, a lottare su ogni pallone come se da quel pallone dipendesse la vita. La vedo lì, sempre lì, come canterebbe Ligabue. 

Lì nel mezzo, a litigar palloni. A giocare generosa.

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