Francesco Ghelardini, ex-rapinatore di banche, commenta il colpo alla Credit Agricole di Napoli
Testo di Andrea Tognini
Francesco era un rapinatore. Per anni ha fatto irruzione nelle banche di tutta Italia, svaligiando le casse e prendendo in ostaggio decine di persone, ogni volta. Poi, un giorno, è stato arrestato. Ha scontato la sua pena in carcere, e quando è uscito ha cambiato vita. Ha lasciato il mondo del crimine e oggi guida le ambulanze del 118.
Per questo, il 16 aprile, ha seguito con particolare attenzione la rapina alla filiale Crédit Agricole di piazza Medaglie d’Oro, a Napoli. Secondo le ricostruzioni emerse sui giornali, i rapinatori hanno tenuto in ostaggio 25 persone tra clienti e dipendenti, per poi fuggire attraverso un passaggio sotterraneo dopo aver forzato decine di cassette di sicurezza. L’entità del bottino resta ancora incerta, e probabilmente non si saprà mai.

A colpire Francesco, più di tutto, è stata la scelta dell’obiettivo: non il denaro della banca, ma le cassette di sicurezza dei clienti. Non si è trattato di una scommessa, ma di un calcolo preciso. «Anche senza sapere cosa ci fosse dentro, puntare alle cassette aveva una logica precisa: di solito custodiscono valori ben maggiori rispetto ai cassetti o alle casseforti della banca. Lì dentro le persone mettono oro, gioielli, brillanti, titoli al portatore, spesso anche beni non dichiarati. Quindi direi che puntare alle cassette non è stata una lotteria, ma un rischio assolutamente calcolato».
Il problema si porrà adesso, per i proprietari di quelle cassette, che il giorno stesso della rapina si sono affollati all’ingresso della banca per sapere quali i rapinatori avessero svaligiato. «Di sicuro non avranno il giusto risarcimento. Non sapendo cosa ci fosse all’intero, ai proprietari verrà risarcito solo il valore per cui la cassetta era assicurata. Se l’hai assicurata per 10mila euro e dentro ci hai messo oro e valori per 50mila, hai perso tutto il resto».
Un altro punto centrale della rapina di Napoli è stata la gestione degli ostaggi. Anche su questo Francesco parla da uomo che quel tipo di situazione l’ha vissuta dall’altra parte. «In quei momenti bisogna essere tranquilli e non toccare gli ostaggi. Io lo chiarivo sempre appena entravo: ‘Non vi farò del male, sono qui per rapinare la banca, non voi’. Anche se vedi un cliente con un anello prezioso, quell’anello non lo prendi. Devi conquistarti la loro fiducia».
La rapina di Napoli, per modalità e organizzazione, non gli sembra però destinata a fare scuola. È un colpo troppo grosso, che in Italia non si vedeva da anni, e difficilmente può essere replicato. «Mi auguro che questa rapina non riporti in auge colpi del genere, ma non credo. Per colpi come questo non basta il desiderio di emulazione. Queste rapine le fanno solo grandi professionisti».
Alla fine, però, è sul passato che torna davvero a soffermarsi. Francesco ha conosciuto il crimine, il carcere e poi la possibilità di ricominciare. E il messaggio che manda a chi oggi potrebbe sentirsi attratto da quel mondo è chiaro: «come dico sempre, il crimine paga sul momento, ma alla lunga ti toglie talmente tanto che non ne vale mai la pena. Mi ricordo le visite in carcere, una volta alla settimana. Aspetti per giorni quell’ora per poter parlare un po’ con i tuoi genitori, tua moglie, i tuoi figli. Ma poi torni in cella e senti un vuoto immenso. Il crimine non paga mai, perché quello che ti toglie sarà sempre più grande di quello che ti dà».