Intervista a Giulio, 24 anni, quattro mesi tra Vietnam, Laos e Thailandia
di Giulio Romeni
C’è chi prenota mesi prima, chi parte con itinerari segnati al minuto e valigie perfette. E poi c’è Giulio, 24 anni, uno zaino mezzo rotto, pochi soldi e quattro mesi attraversando Vietnam, Laos e Thailandia, usando bus improbabili, treni notturni e passaggi di fortuna. Nessun piano preciso, solo la voglia di vedere cosa succede quando smetti di controllare tutto.
Quando lo incontro è appena tornato in Italia. Ha ancora quell’aria strana di chi non è completamente rientrato. Mi racconta che il viaggio è iniziato quasi per caso.
«Avevo bisogno di staccare da tutto. Università, lavoro, routine… sentivo di stare vivendo col pilota automatico. Così ho preso un volo per Hanoi, con 32 ore di scalo ad Atene, senza sapere davvero cosa avrei fatto dopo».

Il Vietnam è stato il primo impatto forte.
«Hanoi mi ha travolto. Motorini ovunque, rumore continuo, gente che cucina per strada a qualsiasi ora. La prima notte ho dormito tre ore perché sembrava che la città non si fermasse mai».
Da lì ha iniziato a spostarsi verso sud usando soprattutto autobus locali e treni economici.
«I treni notturni vietnamiti sono assurdi. Una volta mi sono ritrovato in uno scompartimento con una famiglia che non parlava inglese. Dopo dieci minuti, stavamo mangiando noodles insieme guardando video sul telefono del padre. Non capivamo niente l’uno dell’altro ma ridevamo continuamente».
Uno degli episodi che ricorda meglio è successo vicino a Da Nang.«Avevo perso l’ultimo bus per arrivare in ostello. Ero praticamente bloccato in una stazione minuscola nel nulla. A un certo punto un signore anziano mi si avvicina, mi fa cenno di seguirlo e mi carica sul retro del suo motorino. Ha guidato per quaranta minuti sotto la pioggia senza dire una parola. Quando siamo arrivati davanti all’ostello mi ha salutato e se n’è andato. Non ha voluto soldi, niente».
Dopo il Vietnam è entrato in Laos attraversando il confine in autobus. «Sembrava di entrare in un altro mondo. Tutto più lento, più silenzioso. In Laos il tempo perde significato».
Mi racconta di un viaggio interminabile su un bus locale diretto verso Luang Prabang.
«Eravamo stipati dentro per tipo dodici ore. A un certo punto il bus si rompe in mezzo alle montagne. Nessuno si lamenta. L’autista apre il cofano, alcuni passeggeri iniziano ad aiutarlo e gli altri tirano fuori cibo e birre come fosse un picnic. In Europa sarebbe scoppiata una rivolta».
In Laos ha anche vissuto il momento più difficile del viaggio.
«Mi sono perso durante un trekking vicino a Nong Khiaw. Avevo seguito un sentiero sbagliato e dopo due ore ero completamente solo, senza campo e con il sole che stava calando. Credo sia stata la prima volta in cui ho avuto davvero paura».
Come ne è uscito?
«Ho continuato a camminare finché ho trovato una specie di capanna con due anziani che vivevano lì. Non parlavano inglese, ma mi hanno fatto cenare con loro e dormire per terra su una coperta. Il giorno dopo il loro nipote mi ha riaccompagnato al villaggio».
Quando parla della Thailandia, invece, cambia tono. Sorride di più.
«Bangkok è caos puro ma in modo magnetico. Penso di non aver mai visto una città così viva».
Per risparmiare dormiva spesso in ostelli minuscoli o accettava passaggi trovati online.
«Una volta ho attraversato mezza Thailandia sul retro di un pick-up con altri cinque ragazzi incontrati due ore prima. Nessuno sapeva veramente dove stessimo andando ma ci fidavamo tutti abbastanza da partire».
Gli chiedo quale sia stata la cosa più importante imparata durante quei quattro mesi.
Ci pensa parecchio prima di rispondere.
«Che puoi cavartela anche quando non hai tutto sotto controllo. Prima avevo bisogno di pianificare qualsiasi cosa. In viaggio ho capito che spesso le esperienze migliori arrivano quando smetti di voler decidere tutto».
Poi aggiunge una frase che probabilmente riassume l’intero viaggio.
«Nel Sud-est asiatico ho capito che puoi perderti senza essere davvero perso».
Mentre finiamo di parlare, Giulio guarda il telefono. Sullo schermo ha ancora la foto di un tramonto sul Mekong. Dice che da quando è tornato fatica a riabituarsi ai ritmi italiani.
«Lì vivevo con pochissimo; eppure, mi sembrava di avere tutto il necessario. Qui siamo sempre di corsa, ma spesso non sappiamo neanche verso cosa».
Gli chiedo se ripartirebbe.
Ride.
«Anche domani».
Articolo scritto all’interno del Laboratorio di Giornalismo realizzato da Edera Rivista all’Università di Firenze