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NASCERE SOTTO ASSEDIO

La storia del piccolo Adam al-Ustaz racconta l’emergenza sanitaria negli accampamenti di Gaza

di Claudia Bruni

Adam al-Ustaz ha un mese di vita. Nella fotografia scattata dal fotoreporter palestinese Moiz Salhi, la sua guancia sinistra porta una ferita profonda: durante la notte, mentre dormiva in una tenda per sfollati, un topo gli ha rosicchiato il viso.

La foto è stata scattata il 28 marzo all’ospedale pediatrico Al-Rantisi di Gaza City. Ma Adam non è un caso isolato. È il volto di un’emergenza sanitaria che continua anche lontano dai riflettori. Secondo i dati delle Nazioni Unite riportati dalla giornalista Elena Testi, l’81% dei siti per sfollati nella Striscia segnala infestazioni costanti di topi e insetti. Oltre 1,4 milioni di persone sono esposte ogni giorno a gravi rischi sanitari e, solo nei primi mesi di quest’anno, sono stati registrati più di settantamila casi di infezioni e malattie correlate alle infestazioni.

«Il giorno in cui ho fotografato Adam è stato uno dei momenti più dolorosi della guerra – racconta Salhi – Aveva solo un mese e soffriva per una grave ferita al volto. Il sovraffollamento, la distruzione e il collasso dei servizi igienici hanno creato condizioni insopportabili per le famiglie». In ospedale, aggiunge, mancavano medicine, forniture mediche e perfino i beni umanitari più essenziali.

Dallo scorso ottobre è in vigore un cessate il fuoco, ma questo non ha contribuito a riportare la normalità. «La situazione umanitaria resta catastrofica», spiega Salhi. Migliaia di famiglie vivono ancora in tende lacerate, scuole danneggiate o accanto alle macerie delle proprie case, con scarsità di acqua pulita, elettricità e servizi sanitari.

Elena Testi ha condiviso la fotografia di Adam sui social quando si è accorta che Gaza stava lentamente scomparendo dal racconto quotidiano. «I riflettori si sono spenti – spiega -. Non perché si voglia censurare ciò che accade, ma perché una notizia si mangia l’altra». In un flusso continuo di guerre, crisi internazionali e tensioni geopolitiche, la Striscia rischia di diventare un rumore di fondo.

Per questo, racconta, oggi i social network sono uno dei pochi strumenti per mantenere viva l’attenzione. «C’è una responsabilità nel continuare a mostrare quello che accade. Anche una sola storia, come quella di Adam, può riassumere una parte della sofferenza di un intero popolo».

Dietro quella fotografia c’è un contesto ancora più drammatico. Testi sottolinea che le violazioni della tregua sono continuate e che la popolazione civile è concentrata in una porzione sempre più ridotta della Striscia, tra edifici distrutti e luoghi inabitabili. Alla mancanza di cibo e acqua si sommano la scarsità di farmaci, le difficoltà nelle evacuazioni mediche e la presenza costante di roditori, blatte e pidocchi, portatori di malattie che colpiscono soprattutto i più piccoli.

Eppure, la giornalista invita anche a guardare oltre il potere simbolico delle immagini. Ricorda il caso di Alan Kurdi: una fotografia capace di scuotere il mondo, ma non di cambiare davvero il corso degli eventi. «Viviamo in un mondo estremamente complesso e caotico – osserva -. Ci auguriamo che queste immagini restino, ma spesso sono destinate a scomparire dalla memoria collettiva».

A questa emergenza umanitaria si aggiunge un’incertezza più profonda. «Non si capisce quale sarà il futuro di Gaza – dice Testi -. Non solo dal punto di vista della ricostruzione, ma anche da quello politico. E questa domanda riguarda i palestinesi, gli israeliani e, in fondo, il mondo intero».

Lo stesso Salhi, mentre continua a documentare la guerra, affronta una grave malattia e ha difficoltà ad accedere alle cure. La sua storia personale si intreccia con quella di Adam: due vite unite dalla stessa urgenza di ricevere assistenza medica in un contesto in cui la salute è diventata un privilegio fragile. Eppure, nonostante tutto, Salhi continua a fotografare. Come se ogni immagine fosse un modo per sottrarre queste storie all’oblio.

«Nascere a Gaza oggi significa iniziare la vita in mezzo a guerre, paura e privazioni», dice Salhi.

Adam dormiva. Un topo lo ha ferito nel sonno. Ma la ferita più grande è quella di un popolo costretto a sopravvivere in condizioni incompatibili con la dignità umana. Raccontarla, oggi, è un modo per impedire che diventi invisibile.

In foto: Il neonato Adam al-Ustaz presso l’ospedale pediatrico al-Rantisi di Gaza City dopo essere stato morso da un topo all’interno di una tenda per sfollati, il 28 marzo 2026. (Foto: Moiz Salhi)

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