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«MONTAGNA RUBATA», COME LE ALPI APUANE SI STANNO SVUOTANDO

Un viaggio tra un sacrificio antico e ferite ancora aperte

di Gabriel Gallo

Sulle Alpi Apuane, in Toscana, dorme un gigante di pietra sacrificatosi per amore. Lo chiamano Omo Morto. Il suo volto, secondo una leggenda, fu impresso su questi monti per unire la Pania Secca e la Pania della Croce, bloccando la vista del Mar Tirreno e separando definitivamente la Versilia dalla Garfagnana. È proprio ai suoi piedi che ho incontrato Marco Giudici, neopresidente di Apuane Libere, associazione dedita alla conservazione ambientale, culturale e storica delle Alpi Apuane. Nata il 25 aprile 2021 – stesso giorno della Liberazione, sottolinea Marco – l’associazione segue da vicino le problematiche legate alle cave di marmo presenti sul territorio. L’interesse per il marmo apuano non ha di certo origini recenti, ma negli anni il numero dei siti estrattivi e l’intensità degli scavi sono aumentati notevolmente. Così, a monitorare la legalità delle pratiche di estrazione, oltre al Parco Regionale delle Alpi Apuane e agli enti locali, contribuiscono anche organizzazioni di volontari come Apuane Libere. Un compito reso più difficile dal sempre più scarso personale del Parco, ridotto a sole 21 unità (di cui quattro guardiaparco), che faticano a rispondere alle segnalazioni.

Ad oggi, Apuane Libere ha già presentato 109 denunce. Di queste, circa una su cinque ha portato a sospensive, sanzioni o diffide regionali. «Le infrazioni sono di diverso tipo – dichiara Marco – Si passa dal furto di marmo allo sconfinamento, dallo sversamento nelle sorgenti di grassi, oli e idrocarburi alla creazione di nuove discariche abusive e ravaneti». Un fenomeno particolarmente diffuso e difficile da intercettare è l’inquinamento da marmettola, il fango biancastro prodotto dal taglio del marmo. Secondo il più recente studio dell’agenzia ambientale regionale Arpat, non è possibile risalire alla cava di origine dei residui né misurarne l’impatto sulle falde e le sorgenti carsiche. Sulla base di tutte le irregolarità individuate, Marco mi racconta che l’associazione ha presentato all’Unione Europea – la quale si è detta «già a conoscenza della situazione» – un documento in cui vengono evidenziate tutte le violazioni delle norme comunitarie in materia.

Con l’obiettivo di sollecitare le istituzioni ad agire, lo scorso 7 giugno, Apuane Libere ha organizzato una manifestazione pacifica, una passeggiata attraverso la Val Serenaia, nel Comune di Minucciano (Lucca), dove hanno sede alcuni dei siti estrattivi protagonisti delle infrazioni. L’evento ha suscitato diverse reazioni. Da un lato, si è registrata un’ampia partecipazione: circa trecento persone, tra cui tre consiglieri regionali. Dall’altro, alcune minacce ricevute sui social si sono tradotte in una piccola contro-protesta. «Il giorno della passeggiata siamo stati accolti da alcuni soggetti con insulti e minacce di morte. Li abbiamo filmati e abbiamo allertato le forze dell’ordine – mi racconta Marco -. Dopodiché, due carabinieri ci hanno scortato fino al nostro ritorno al parcheggio, dove abbiamo scoperto che molte macchine erano state vandalizzate». Si parla di oltre 40 veicoli danneggiati (tra cui quello di un consigliere regionale), fatto per cui sia i partecipanti che l’associazione hanno già presentato denuncia. Risalire ai colpevoli, però, si preannuncia complicato.

Nei giorni successivi sono arrivati i primi commenti. Il Comune di Minucciano ha espresso preoccupazione, condannando il gesto attraverso un comunicato stampa e riconducendolo a «un clima di tensione crescente, caricato da mesi di violente campagne social», che, secondo l’amministrazione, avrebbe portato anche a «episodi di danneggiamento di strutture, mezzi e cartellonistica a danno dei concessionari delle attività estrattive». 

Anche chi gestisce i tre rifugi situati nei pressi delle cave – Orto di Donna, Donegani e Val Serenaia – ha voluto esprimersi, affidando il proprio pensiero a un post pubblicato su Facebook dalla responsabile del rifugio Orto di Donna. La rifugista racconta il crollo delle presenze registrato nelle due settimane successive alla manifestazione, situazione vissuta drammaticamente da lei e dalle colleghe. «Dopo i tristi fatti di inizio giugno – scrive – la paura ha preso il sopravvento e la Val Serenaia si va svuotando». Nonostante tutto, il messaggio si chiude con un appello a tutti gli amanti della montagna: «Non lasciateci sole».

 

Così, ho deciso di rispondere di persona all’invito, recandomi in Val Serenaia una domenica, giorno di stop per le attività estrattive. Lì, contrariamente a quanto raccontato, ho notato una buona affluenza generale. Tanti gli escursionisti sui sentieri, come i clienti al rifugio Donegani, dove ogni tavolo era già occupato. Questa impressione mi è stata confermata da una dipendente del rifugio Val Serenaia, che mi ha parlato di un continuo viavai di persone. La valle, però, ha più di un volto. Proseguendo, non ho potuto ignorare il contrasto tra l’incontaminato versante ovest del Monte Pisanino e le cave dell’Orto di Donna, rese desertiche dai residui di polvere e costellate di slogan contro i cavatori. «Montagna rubata», recitano alcuni. Un’accusa che ribalta i miti di queste vette. Se un tempo l’uomo si sacrificava per unirle, oggi c’è chi ne cancella illegalmente le sembianze per un maggiore profitto economico.

Articolo scritto all’interno del Laboratorio Edera Summer Camp di comunicazione e scrittura giornalistica realizzato da Edera Rivista.

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