Uno sguardo dietro le quinte di un red carpet
di Vanessa Abatecola
Il cinema è un’arte in continuo sviluppo che, anno dopo anno, si scontra con le problematiche della società e ne riflette le necessità, oltre a fungere da escapismo. È una macchina complessa che per funzionare ha bisogno della collaborazione tra tutti i suoi ingranaggi. Molto spesso, infatti, ci si focalizza principalmente sulla facciata scintillante dei red carpet, senza rendersi conto di quanto sia elaborato e sfaccettato questo mondo. Parlando con il giornalista cinematografico e inviato Rai, Mattia Carzaniga, si scopre un punto di vista più umano, fatto di accortezze, dettagli e passione nel racconto del dietro le quinte della settima arte.
È pomeriggio, quando dall’altro capo del telefono risponde la voce squillante ed energica di Mattia Carzaniga, in procinto di partire per la Biennale di Venezia – di cui hanno da poco annunciato il programma – che si svolgerà al prestigioso Lido dal 2 al 12 settembre.
Cosa ti ha spinto a fare il giornalista?
«Ancora faccio fatica a definirmi giornalista, perché la spinta iniziale era e rimane sempre vedere i film, dato che il mio campo principale è quello del cinema. Quindi ho messo insieme il mio amore per la scrittura con quello per il cinema facendone un lavoro. Ho iniziato in un giornale di cinema, ma non ho fatto scuole di giornalismo… sono diventato giornalista facendolo e principalmente vedendo i film».
Com’è iniziato il tuo sodalizio con Venezia? E che approccio hai con il cinema come cinefilo?
«Il mio primo approccio con Venezia è stato come spettatore in anni universitari. Frequentavo già il lido perché avevo amici veneziani, quindi le prime mostre le ho fatte da spettatore comprando i biglietti per gli spettacoli o avendo botte di fortuna (ride), per cui grazie a conoscenti spuntavano alcuni biglietti per le proiezioni. Una delle prime esperienze è stata quella di assistere all’ingresso in sala del cast di 21 Grammi nel 2003, dove c’erano Sean Penn, Naomi Watts, Benicio Del Toro e Iñárritu in Sala Grande. Invece la prima vera volta da inviato o comunque accreditato alla Mostra è stata circa vent’anni fa, nel 2007 dove intervistai Ken Loach per In Questo Mondo Libero. Negli anni successivi ho collaborato con Mondadori, per cui ho svolto diverse interviste e da qualche anno a questa parte, grazie alla Rai e alla squadra di Rai Movie, ho iniziato questo percorso che mi permette di vivere la Biennale da dietro le quinte, il che la rende molto affascinante. Per l’aspetto cinefilo invece sono un po’ nerd, vedo veramente di tutto, al di là che debba intervistare o meno».
Tra tutte le personalità che hai incontrato quali sono state quelle che ti hanno colpito di più e perché?
«La mia memoria di ferro vacilla con il passare del tempo (ride). Sarà che i momenti del red carpet sono molto adrenalinici e si gioca spesso di diretta e improvvisazione: a volte mi capita di ricordare film con attori e registi che ho intervistato sui red carpet, altre volte capisco di averli come rimossi nella quantità degli incontri fatti. Io stesso mi meraviglio. Come se fosse stato un sogno. Invece un ricordo per me importante è Woody Allen. Un attore a me caro che avevo già incontrato a Cannes molti anni prima nel 2016 per Café Society. Rivederlo a Venezia nel 2023 mi ha commosso, ma per un debito da spettatore verso il suo cinema. Sono cresciuto e mi sono formato con le sue opere e in quel momento sul red carpet ho proprio voluto dargli un abbraccio a nome di chi gli è grato per il suo cinema. É stato un momento fondamentale che ha chiuso il cerchio di come ho iniziato a fare questo lavoro, anche grazie alla sua arte».
Come ti prepari per intervistare queste diverse personalità sui red carpet affrontando la diretta?
«Il bello della diretta è che ti tiene più pronto a sorprendere anche te stesso. Probabilmente sono forte degli anni di esperienza, ma mi sento preparato, anche perché tutti i film per cui devo fare le interviste li vedo. Quindi la preparazione gioca un ruolo fondamentale. Poi ci sono mille variabili: gli attori possono non aver dormito bene, essere nervosi, tu puoi essere nervoso, ma non mi è mai capitato di avere brutte esperienze. Generalmente le interviste sui red carpet e nelle conferenze in sé sono dei momenti gioiosi anche per gli attori e le attrici. Anche se sei la più grande star, sei comunque davanti a centinaia di fan, i fotografi, in una città come Venezia… penso che anche il più allenato sia travolto dall’emozione gioiosa del momento. Poi quando li si intervista in separata sede è sempre una conversazione a due, dove si cerca di trarne fuori il meglio per entrambi. L’importante è presentarsi sempre preparati e vedere dove la conversazione ti porta, che siano cinque minuti sul tappeto rosso o un’ora di chiacchierata in una stanza d’albergo vis-à-vis. Per il resto vedo anche com’è il momento, perché sul red carpet conta molto quanto tempo hai. L’anno scorso, per esempio, c’era il red carpet di After The Hunt a Venezia con Julia Roberts, Andrew Garfield, Ayo Edebiri e Luca Guadagnino. Poco prima, un temporale si era abbattuto sul lido, per cui sembrava non esserci possibilità di intervistare la Roberts da sola. Poi per fortuna siamo riusciti ad avere gli attori principali tutti e tre assieme. Garfield e Edebiri hanno dato la precedenza a Julia Roberts, vista la sua prima volta al Lido, ma in quel minuto e mezzo, nonostante il ritardo e i tempi serrati, si è creato un momento televisivo importante e indimenticabile».
Com’è cambiato, se è cambiato, l’approccio con il tuo lavoro dopo l’episodio di Venezia79 con Cate Blanchett?
«Molto divertente (ride). Lo dico sempre: finire in un meme con Cate Blanchett, meglio di così. Punto primo è una totale fake news, perché l’avevo già congedata. Lei si è girata a salutare i fan e rigirandosi mi ha ripreso, non travolto com’è uscito dai titoloni… poi il mio è stato un grazie rafforzativo di quello precedente. Solo dopo mi sono imbattuto nel tweet originale, ma mai avrei pensato sarebbe diventato virale. Mi sembrava una cosa così banale che l’ho sottovalutata. Mi hanno persino chiamato da altri giornali per chiedermi dell’accaduto. Capita che chi segue l’ambiente di Venezia mi riconosca anche per quello, ma in generale è un episodio che mi diverte e mi onora solo».
Quali sono le tue previsioni per Venezia83?
«Era un po’ annunciato che non ci sarebbero stati i film Hollywoodiani, ma ci sono comunque grandi nomi e autori. M’incuriosiscono tanti italiani. Sono contento che torni Nanni Moretti dopo tanti anni e che Paolo Strippoli che fa cinema di genere, sia in concorso. Le sette ore di Bertolucci senz’altro m’interessano. La trovo una Mostra con un’ottima selezione e un programma ricco. Mi aspetto da Venezia delle conferme o delle sorprese da parte di autori meno mainstream, ma ugualmente importanti».
Articolo scritto all’interno del Laboratorio Edera Summer Camp di comunicazione e scrittura giornalistica realizzato da Edera Rivista.