L’intervista a Simone Mangini, esperto della salute mentale
di Angela Lleshaj
In questo approfondimento abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Simone Mangini, esperto della salute mentale, per analizzare le profonde ripercussioni psicologiche scaturite dalla pandemia di Covid-19.
Dal suo punto di vista professionale, la pandemia ha realmente cambiato le persone o si è trattato solo di una parentesi temporanea destinata a chiudersi?
«È opinione diffusa tra i professionisti che tutti gli eventi traumatici, ma anche quelli che non lo sono in senso stretto, abbiano in qualche modo la possibilità di modificare sia la componente emotiva che il modo in cui viviamo le esperienze. La pandemia non ha fatto eccezione, essendo stata un’esperienza condivisa da tutta la popolazione che ha imposto un riadattamento completo della vita personale, almeno in quel periodo. Questo evento ha aumentato sensibilmente tutta una serie di dinamiche legate alla preoccupazione, alla paura e all’ansia, andando a esacerbare situazioni preesistenti».
Quali sono stati i fattori che hanno avuto l’impatto maggiore sulla psiche collettiva? È stata più la paura del virus o il peso dell’isolamento?
«Non è semplice isolare un unico fattore, poiché sono intervenute molteplici variabili contemporaneamente. Da un lato, diverse indagini hanno rilevato come la paura della morte e la paura della solitudine si siano integrate profondamente nel vissuto quotidiano. Dall’altro, per alcune fasce d’età, si è verificato un vero e proprio blocco della possibilità di aprirsi a livello sociale e di mantenere i contatti fisici. Questo mix di timore
Si parla spesso degli adolescenti come della categoria più colpita. Perché sono stati così vulnerabili alle restrizioni?
«I minori e gli adolescenti sono stati indubbiamente i soggetti più colpiti dalle restrizioni. Mentre molti adulti hanno avuto la possibilità di continuare a lavorare, mantenendo una sorta di routine e di utilità sociale, i giovani hanno vissuto lunghe fasi di privazione assoluta. La didattica a distanza, l’impossibilità di frequentare i centri di aggregazione, i luoghi sociali e lo sport hanno interrotto bruscamente i processi di crescita che si basano proprio sul confronto con i pari. Sebbene queste misure fossero necessarie per la tutela della salute pubblica, il prezzo pagato in termini di benessere emotivo da questa fascia d’età è stato altissimo».
Il ritorno alla normalità e alla scuola in presenza ha risolto questi problemi o ne ha creati di nuovi, magari legati al timore del confronto?
«Il ritorno alla socialità è stato vissuto in maniera molto diversa a seconda delle caratteristiche individuali, delle abitudini e della personalità di ciascuno. Tuttavia, abbiamo osservato un incremento significativo di quella che definiamo fobia sociale o ansia sociale. Questi fenomeni sono strettamente legati all’isolamento prolungato che abbiamo vissuto: riabituarsi all’esposizione pubblica e al giudizio degli altri, dopo mesi di “protezione” domestica, ha generato in molti un forte senso di disagio».
Passando alla dimensione privata, la convivenza forzata ha unito le famiglie o ha finito per logorare i rapporti?
«È difficile generalizzare perché si tratta di dinamiche estremamente personali. Se in alcune situazioni trascorrere più tempo insieme può aver stretto i legami, i dati generali ci indicano purtroppo un aumento della violenza domestica e delle situazioni conflittuali all’interno delle mura di casa. L’impossibilità di uscire e la condivisione obbligata di spazi spesso ristretti e non adeguati hanno agito come fattori di forte stress. Non credo che la pandemia sia stata la causa scatenante di questi conflitti, ma piuttosto un catalizzatore che ha tirato fuori problematiche pregresse che, nella vita frenetica pre-pandemia, riuscivano a rimanere latenti o meno espresse».
Quanto ha inciso la didattica a distanza (Dad) sulla motivazione e sull’autostima dei ragazzi?
«L’istituzione scolastica non è fatta solo di libri e competenze da acquisire tramite lo studio. Gran parte della formazione, dell’istruzione e dell’educazione passa attraverso le relazioni sociali che si creano all’interno della scuola, sia con i docenti che con i propri compagni. Venendo meno questa componente relazionale e umana, l’impatto sulla motivazione e sull’autostima dei ragazzi è stato inevitabile, influenzando negativamente il loro approccio alla crescita e all’apprendimento».
In questo contesto, i social media sono stati una risorsa per combattere la solitudine o un ulteriore fattore di rischio?
«Come ogni strumento, molto dipende dal modo in cui vengono utilizzati. In un periodo di isolamento fisico, sono stati spesso l’unico ponte verso l’esterno, ma presentano anche dei rischi intrinseci. Qui diventa fondamentale il ruolo dell’adulto di riferimento: serve una consapevolezza guidata per utilizzare strumenti che possono essere potenzialmente molto positivi, ma che richiedono un equilibrio per non trasformarsi in un rifugio alienante».
Articolo realizzato dalle classi del Russell Newton di Scandicci nell’ambito del Laboratorio di Edera “Il giornalismo in classe”.