Intervista a Licia Troisi, scrittrice fantasy

Foto di Tiziano Roma 

Spesso e volentieri le discipline umanistiche e quelle scientifiche vengono poste su piani totalmente differenti. È raro sentire qualcuno che intraprende entrambe le attività: generalmente o si è scienziati o si è studiosi del pensiero umano. I libri raccontano storie, e le storie parlano di uomini e donne che affrontano situazioni più o meno difficili, che si innamorano e che perdono la testa, che combattono mostri e salvano il pianeta da invasioni aliene.

Certi libri riescono a cogliere significati profondi dell’esistenza umana, si pensi a grandi conoscitori dell’animo umano come Dostoevskij o Goethe, per citarne alcuni di secoli più recenti, che attraverso le loro storie hanno portato alla luce tratti fondamentali che accomunano noi esseri umani.

Se da una parte il mondo è bello perché vario, dall’altra lo è altrettanto per la comunanza cui ci troviamo davanti quando parliamo di sentimenti, di ragione e di essere. 

La scienza non ha queste pretese. La scienza è obiettiva e inopinabile e non si chiede il perché, ma risponde al come.

Einstein non si fece problemi a rielaborare le teorie di Newton, considerate inamovibili e corrette in assoluto, e lo poté fare proprio perché altrimenti non avrebbe potuto spiegare come funziona, ad esempio, la gravità. Eppure, nonostante l’apparente freddezza, tutta la scienza nasce dal desiderio di capire meglio la realtà che ci circonda.

È una ricerca continua, esasperante e talvolta frustrante che ci porta a guardare il mondo con occhi diversi. In fondo, non siamo che minuscoli punti di luce messi qui a osservare le meraviglie del cosmo. Inutile chiedersi quanto tutto questo abbia significato, ma abbiamo compreso che ne ha grazie alle grandi storie che i nostri antenati ci hanno raccontato e che hanno tramandato per secoli.

Se l’universo ci ribadisce che siamo solo granelli di sabbia su un pianeta deserto, certe storie, certe esperienze e la vita stessa lo smentiscono e ci danno valore. Ed è qui che ci rendiamo conto che è sciocco scindere lo studio del pensiero umano da quello scientifico.

C’è una sottile, ma sostanziale, connessione fra queste due ricerche. L’una non implica l’altra materialmente, ma hanno un intrinseco rapporto di coesistenza: senza l’una non può esservi l’altra. 

Nei primi anni del duemila, una saga fantasy spopolò in Italia, approdando presto in Europa e nel resto del mondo. Sono le avventure di una ragazza di nome Nihal, che prende il nome da una stella della costellazione della Lepre.

Licia Troisi, autrice delle vicende narrate e ambientate nel “Mondo emerso”, è sì una delle scrittrici fantasy più vendute in Italia ma allo stesso tempo è stata fino al 2014 ricercatrice in campo astrofisico.

Quando è nato il desiderio di scrivere una storia fantasy?

«Ho sempre scritto, è sempre stata una mia grande passione anche se non avrei mai pensato di farne un lavoro. Ho iniziato a scrivere che ero molto piccola, avevo sei, sette anni, ma per tanto tempo non mi venivano in mente delle storie che fossero abbastanza forti che mi convincessero effettivamente a sedermi alla scrivania e a iniziare un’impresa come quella che è scrivere un libro. All’università ho conosciuto mio marito. Entrambi eravamo molto interessati al fantasy, anche se lo conoscevamo per lo più grazie a fumetti e videogiochi, e leggendo autori come Rowling o Tolkien ho compreso che era un mondo che mi apparteneva più profondamente rispetto ad altri. Come mi è venuto in mente il personaggio di Nihal, ho iniziato pian piano a costruire il mondo e la storia».

Perché il fantasy rispetto ad ambientazioni reali?

«Mi faceva sentire sicura l’idea di avere il controllo totale non solo della storia e dei personaggi, ma anche del mondo. Ero così la persona che meglio conosceva quel mondo di cui scrivevo, perché se l’avessi ambientata in questa realtà avrei potuto toccare temi dei quali non ero esperta e la cosa mi metteva molta ansia».

Com’era la vita all’epoca? Di giorno studentessa di astrofisica e di notte scrittrice?

«Tendenzialmente sì. La mattina andavo all’università, il pomeriggio studiavo e la sera era l’unico momento in cui potevo dedicarmi a quest’altra mia passione. “Le cronache del mondo emerso” sono state pubblicate nel 2004 e alla fine dello stesso anno mi sono laureata, quindi in realtà ho continuato a scrivere in quei pochi momenti liberi, come a fine giornata o nel week-end, fino al 2014 quando ho deciso di terminare la mia attività di ricerca. Con la nascita di mia figlia mi sono resa conto che non riuscivo a continuare entrambe le attività, così ho preferito dedicarmi alla divulgazione scientifica, lasciando in parte il lavoro inerente ai miei studi. Non voglio smettere di coltivare la passione per la scienza, perciò continuerò a scrivere anche in quel campo».

Non è semplice portare avanti un lavoro, figuriamoci due. Qual è il segreto?

«Per me è soltanto una questione di forza di volontà. Io sono sempre stata una persona che ha la fortuna di avere una certa determinazione. Già quando studiavo mi davo degli obiettivi come scrivere un certo numero di pagine a sera, anche se magari avrei preferito rilassarmi dopo lo studio. Quando andavo in giro mi portavo il computer in modo da poter scrivere in qualsiasi momento: così riesco a mettere insieme entrambe le passioni».

Da astrofisica a scrittrice. Si aspettava di cambiare attività durante il suo percorso, nonostante queste si fondano molto bene?

«Volevo fare l’astrofisica ed è quello che ho fatto per dieci anni. Ritengo importante lasciarsi guidare dalle cose che succedono e saper cogliere le opportunità. Al liceo ho fatto il classico, all’università fisica e poi il dottorato e sono stata molti anni una ricercatrice. Ora invece il mio lavoro è prevalentemente basato sulla scrittura, ma non vuol dire che non mi sia stato utile studiare tutto quello che ho imparato. La formazione non deve essere utile a fini lavorativi, bisogna studiare ciò che si ama perché qualsiasi percorso si intraprenda sarà molto difficile e richiederà determinazione e fatica, ma non bisogna fissarsi sul fatto che quello sarà il percorso che ci apparterrà a vita. Succedono tante cose durante il cammino che possono far cambiare strada e anche se sembrano lontane da quello che si fa vanno sfruttate».

Non si può quindi precludere la possibilità di cambiare direzione lavorativa, seppur possa sembrare un cambio di paradigma radicale. Le discipline sono tutte utili e tutte legate fra di loro. Non ha senso parlare di scienza se non inquadrandola in un contesto storico-filosofico appropriato, e non ha senso studiare il pensiero umano senza tener conto delle scoperte in cui esso è immerso. Gli antichi dicevano che “tutte le strade portano a Roma”, ma ormai è più consono dire che tutte le strade portano alla crescita e alla maturazione. 

di Filippo Castiglioni per Edera Online

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