La battaglia silenziosa di migliaia di italiani
di Eleonora Campigli
In Italia circa 1,2 milioni di persone convivono con il disturbo bipolare, una patologia invisibile e difficile da riconoscere. Per approfondirne le ricadute sulla vita quotidiana e lavorativa, abbiamo sentito il parere di un esperto, il dottor Marco Campigli, che ci aiuta a comprendere una condizione ancora oggi segnata da un forte stigma sociale.
Il disturbo bipolare: facciamo chiarezza
Che cos’è il disturbo bipolare?
«Il disturbo bipolare è una patologia dell’umore caratterizzata dall’alternanza tra episodi maniacali o ipomaniacali – contraddistinti da euforia e impulsività- e fasi depressive, con profonda tristezza, perdita di interesse e difficoltà a svolgere normali attività quotidiane».
Quando l’umore diventa un campanello d’allarme
Quali sono i primi segnali che i familiari e amici possono notare?
«Familiari e amici spesso notano per primi sbalzi d’umore, cambiamenti nel sonno o nel comportamento. Se sono informati sul disturbo, possono riconoscere una possibile ricaduta e incoraggiare a chiedere aiuto».
È vero che spesso la diagnosi arriva tardi?
«Sì, è assolutamente vero: la diagnosi arriva con un forte ritardo, secondo la società italiana di psichiatria, tra i 6 e i 10 anni dall’esordio dei primi sintomi. Inoltre, nella maggior parte dei casi la diagnosi iniziale è errata. Questo accade perché durante la fase maniacale la persona può percepirsi in uno stato di benessere, senza accorgersi di alcun segnale di allarme, infatti si tende a chiedere aiuto soltanto nella fase depressiva».
Quanto pesa la genetica?
«È un fattore importante, tuttavia, non determina da sola la malattia entrano in gioco anche fattori ambientali e stress che possono contribuire alla sua insorgenza».
La precarietà economica può aggravare il quadro clinico?
«Assolutamente sì, le difficoltà finanziarie possono costituire un fattore di stress capace di favorire l’esordio della malattia. Inoltre, il rapporto tra disturbo bipolare e precarietà economica è reciproco e può alimentare un circolo vizioso. Le fasi maniacali possono favorire spese impulsive, mentre la depressione può ridurre la capacità di lavorare».
Lavorare in silenzio: lo stigma che non passa
In che modo il disturbo bipolare può influenzare il lavoro?
«Il disturbo può influire sul lavoro perché l’alternanza tra depressione e mania riduce la concentrazione e la capacità di organizzazione. Ne possono derivare assenze, calo del rendimento e difficoltà nei rapporti con i colleghi. Un impatto silenzioso ma devastante per chi lo vive in prima persona».
Chi ne soffre tende a nascondere la propria malattia sul luogo di lavoro?
«Sì, la maggior parte delle persone tende a nascondersi. Lo stigma sociale legato alle malattie mentali è ancora molto forte, questo genera il timore di subire discriminazioni, essere considerati inaffidabili o perdere opportunità di carriera. Per questo molte persone si isolano o continuano a lavorare anche quando avrebbero bisogno di fermarsi».
Quali strategie adottare per non lasciare che il lavoro aggravi la propria condizione?
«Separare lavoro e vita privata, mantenere ritmi regolari, limitare il sovraccarico e tutelare la privacy sono misure essenziali. È importante, inoltre, che il paziente non trascuri terapia o visite per assecondare richieste lavorative non sostenibili. La salute non è negoziabile».
Come dovrebbe evolversi il rapporto tra mondo del lavoro e salute mentale?
«Nel contesto lavorativo, il modo di affrontare la salute mentale dovrebbe trasformarsi in profondità: occorre abbandonare pregiudizi per costruire ambienti inclusivi. Questo significa superare la cultura della presenza a tutti i costi, promuovere una flessibilità concreta, preparare i manager a una gestione più consapevole e riconoscere il benessere psicologico come una parte essenziale della tutela del lavoratore».
Salute mentale: non più un tabù
Diagnosi tardive, carriere sacrificate e ancora uno stigma diffuso, il disturbo bipolare resta in un contesto aziendale ancora una questione irrisolta. In Italia si parla troppo poco di salute mentale, eppure molte persone ogni giorno portano il peso di una malattia che nessuno vede. Il messaggio che emerge dall’intervista è però chiaro: il disturbo non definisce la persona, né i suoi limiti professionali. A fare la differenza sono la cura, il supporto e la volontà collettiva di cambiare una cultura del lavoro ancora troppo ancorata al pregiudizio.
Articolo scritto all’interno del Laboratorio di Giornalismo realizzato da Edera Rivista all’Università di Firenze