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L’ARTE DEL PIANO B

Quando la musica si difende con l’ingegneria

di Alice Moscato

C’è un momento preciso, verso la fine dell’ultimo anno di superiori, in cui il futuro smette di essere un’ipotesi astratta e diventa una domanda pressante. Per chi coltiva una passione artistica, quella domanda nasconde un bivio quasi drammatico: buttarsi nel mondo dell’arte o imboccare la strada rassicurante della formazione tradizionale?

Esistono professioni — dal design alla programmazione, fino alla musica — in cui il diploma accademico non solo non è più l’unico passaporto per il successo, ma, quando c’è, non è detto che sia sufficiente. Il mondo della musica, in particolare, si muove oggi su binari fluidi, dove il talento e l’intraprendenza sul campo contano spesso più di una certificazione. Eppure, il mito del percorso lineare resiste ed è ancora forte in un mondo in cui le incertezze e un’economia che possiamo definire instabile spaventano e possono indurre i giovani a cercare una strada che sia la più rassicurante tra quelle proposte. Come convivono, allora, il sogno e la pragmatica necessità di stabilità?

Lo abbiamo chiesto a Francesco, vent’anni, bassista di una band indie rock di Firenze e studente di ingegneria gestionale. 

Il piano di riserva per proteggere un sogno

«La musica è la mia più grande passione, era impensabile programmare un futuro senza», esordisce Francesco. Vederlo tra i libri di ingegneria potrebbe sembrare un controsenso, ma dietro c’è un’idea precisa. «Vivere interamente di musica è il mio sogno nel cassetto, ma arrivare ai livelli in cui sei veramente libero facendo la tua musica è un’impresa difficile. Ho scelto questa facoltà perché mi può consentire di costruire un futuro stabile, in cui la mia musica sia “al sicuro” dalle insidie che il suo mondo porta. Se poi un giorno qualcosa cambiasse e avessi la possibilità di farne la mia vita, ovviamente, non ci penserei due volte».

Oltre lo stereotipo del conservatorio

Nell’immaginario comune, per fare il musicista “sul serio” serve il Conservatorio. Francesco, che ha alle spalle dodici anni di scuola di musica e le certificazioni del Trinity College, smonta questo cliché. «È innegabile che il conservatorio, come qualsiasi altro percorso di studio, offra una preparazione migliore di quella ottenibile dal fai da te, ma il punto su cui bisogna concentrarci è un altro: è davvero necessaria questa preparazione? Io ho studiato 12 anni in una scuola di musica e ho conseguito anche delle certificazioni presso il Trinity College che possono attestare il mio livello musicale. Per il genere di musica che faccio, mi serve esprimere una visione personale della musica, le mie idee, il mio stile, e per farlo una formazione come la mia è più che sufficiente.

Il conservatorio offre una preparazione eccellente, ma la domanda è: serve davvero a tutti? Per come vivo io la musica, no. Il conservatorio è una laurea: se vuoi suonare in orchestra o in contesti dove conta l’esecuzione impeccabile è imprescindibile. Altrimenti, si può essere bravissimi anche senza. Lì serve la bravura; a me serve la creatività».

Questione di incastri

Scrivere pezzi, fare le prove e salire sul palco richiede un dispendio di energie enorme, lo stesso che serve per superare gli esami di ingegneria. Ma Francesco non vive questa dualità come un dramma. «Il rischio che una cosa soffochi l’altra c’è, ma con una buona organizzazione si risolve tutto. Io sopravvivo dando il giusto peso alle cose: se per la musica devo saltare una lezione o perdere qualche ora di studio, sono tranquillo. Non è la fine del mondo. E farei lo stesso a parti invertite».

L’equilibrio contro il giudizio

Mentre molti giovani si scontrano con il cliché della musica vista come “semplice hobby”, Francesco ha trovato una chiave di lettura diversa, che disarma i giudizi esterni. «Nel mio caso, università e musica si completano. Dimostro di avere l’intelligenza per un percorso tecnico e la creatività per essere un musicista; questo mi fa sentire completo. E se qualcuno vuole giudicarmi, che faccia pure. Il giudizio sociale non mi tange: preferisco essere forte abbastanza da credere nei miei sogni piuttosto che passare la vita a fare qualcosa che non mi piace».

La storia di Francesco racconta una generazione che non si lascia incasellare. Forse la vera chiave per fare musica oggi, è proprio saper abitare territori diversi. In un mondo complesso come quello contemporaneo è possibile essere un artista? Secondo noi sì, vivendo l’arte, senza paura di sporcarsi le mani con la realtà.

Articolo scritto all’interno del Laboratorio di Giornalismo realizzato da Edera Rivista  all’Università di Firenze

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