Come la Fomo è diventata il sentimento silenzioso di una generazione intera
di Hadil Nguia
È venerdì sera. Hai deciso di restare a casa. Una scelta semplice, quasi banale. Poi apri Instagram: una cena sul mare, un concerto pieno di gente, qualcuno in aeroporto con una foto dal finestrino. Un minuto prima stavi bene, adesso qualcosa è cambiato. Ti chiedi se stai sbagliando serata. O, più in generale, se stai sbagliando qualcosa.
In psicologia la chiamano Fear of Missing Out (Fomo): la paura di essere tagliati fuori da esperienze, occasioni o momenti che sembrano importanti. Ma oggi questa definizione sembra quasi riduttiva. La Fomo non è soltanto il timore di perdersi qualcosa: è la sensazione costante che, da qualche parte, stia accadendo qualcosa di migliore rispetto a ciò che stiamo vivendo.
Se un tempo il confronto con gli altri aveva confini più limitati, oggi è diventato continuo. I social network hanno cambiato il modo in cui osserviamo le vite altrui: non vediamo la quotidianità, ma una selezione accurata dei momenti migliori. Viaggi, successi, relazioni, nuovi inizi, traguardi professionali. Così finiamo per confrontare le nostre giornate normali: fatte di dubbi, attese e momenti vuoti, con la versione più curata della vita degli altri. E, quasi senza accorgercene, cresce la sensazione di essere sempre un passo indietro.
La Fomo, però, non riguarda più soltanto una festa persa o un’occasione mancata. Riguarda il lavoro, quando sembra che tutti stiano costruendo carriere più interessanti della nostra. Le relazioni, quando la felicità degli altri appare continua e perfetta. Perfino il tempo libero: leggere di più, allenarsi meglio, viaggiare di più, fare sempre qualcosa di memorabile. La possibilità di scegliere tutto finisce così per trasformarsi nell’ansia di scegliere male. Forse è anche il sentimento silenzioso di una generazione cresciuta con l’idea che ogni scelta possa essere quella sbagliata, perché online esiste sempre qualcuno che sembra aver scelto meglio.
A complicare il quadro c’è anche il modo in cui percepiamo il tempo. Molti giovani adulti convivono con la sensazione di non essere nei tempi: nel lavoro, nelle relazioni, nella vita.
Nella nostra mente sembra esistere un percorso “giusto” da seguire, costruito spesso osservando gli altri. Qualcuno compra casa, qualcuno convive, qualcuno cambia città o trova il lavoro dei sogni. E così anche i momenti di pausa rischiano di trasformarsi in occasioni per sentirsi in difetto.
C’è poi un paradosso difficile da ignorare: mai come oggi abbiamo avuto accesso a possibilità, connessioni e informazioni. Eppure, proprio mentre possiamo osservare tutto, cresce la sensazione di perderci qualcosa. Forse perché il problema non è davvero ciò che manca, ma l’idea che da qualche parte esista sempre una vita più piena, più interessante, più giusta della nostra. La conseguenza è sottile ma significativa: si smette di vivere le esperienze per ciò che sono e si inizia, inconsapevolmente, a valutarle per ciò che rappresentano. Non più: “mi rende felice?”, ma “vale abbastanza da essere vissuta, raccontata, mostrata?”.
In fondo, la Fomo racconta una paura molto contemporanea: non quella di restare soli, ma quella di vivere una vita percepita come insufficiente. Mai come oggi è stato possibile osservare, in qualsiasi momento, infinite versioni delle vite altrui. Ma forse il rischio più grande non è perdersi qualcosa: è smettere di riconoscere valore a ciò che stiamo già vivendo.
Articolo scritto all’interno del Laboratorio di Giornalismo realizzato da Edera Rivista all’Università di Firenze