Dal 2016. Edera - La cultura cresce ovunque
Mensile di attualità e reportage dal mondo.
Back

LA POLITICA NELL’ERA DEI SOCIAL: INTERVISTA A GIORDANO GASPERINI

Un dialogo sul paradosso di una generazione attiva ma distante dalla politica tradizionale

di Paolo Chiriacò

«L’homo Sapiens deve la sua superiorità alla capacità di astrazione. L’homo Videns, invece, è incapace di astrazione», così scriveva il politologo Giovanni Sartori nel suo celebre saggio Homo Videns. Televisione e post-pensiero del 1997.

Con questa formula drastica, Sartori denunciava l’impoverimento cognitivo causato dal primato dell’immagine sulla parola: abituandosi a vedere senza dover più capire, l’essere umano rischiava di perdere la capacità di gestire i concetti complessi e astratti alla base della nostra democrazia.

Oggi, nell’era dei social network e dei contenuti veloci, le cose stanno realmente così? Ho provato a capirlo parlando con Giordano Gasperini, influencer e divulgatore da quasi 300mila follower complessivi sui social.

Giordano, com’è nata l’idea di portare la politica sui social?

​«Nasce dalla mia tesi sulla depoliticizzazione giovanile e dal “Progetto Machiavelli” nelle scuole. La politica viene raccontata ai giovani dall’alto, in modo verticale, facendoli sentire esclusi. Serviva uno strumento come lo smartphone per renderla di nuovo orizzontale, un dialogo tra pari. Oggi ho circa 300mila follower: c’era un vuoto enorme da colmare. È la politica che deve avvicinarsi ai cittadini, non il contrario. I giovani non sono distanti, serviva solo il mezzo giusto».

Qual è stata la sfida più difficile all’inizio del tuo percorso e come hai affrontato le critiche?

​«La sfida più dura risiede nel mezzo: i social hanno i loro algoritmi e hai dei paletti iniziali. Tutto sta nel comprendere che semplificare non vuol dire togliere al discorso. La democrazia è quella mamma che vede che hai un diritto o un dovere e ti insegna come fare. Nei primi tempi, la sfida è stata semplificare il complesso senza togliere il succo, perché la politica non risiede nel bianco e nel nero, quanto piuttosto nel grigio. Anche l’impatto con gli hater è tosto, ma ho capito che fanno parte di un simulacro che non è la realtà, e questo permette di resistere».

​Parlare di politica ai giovani sui social: stiamo aggiungendo valore o rischiando di banalizzare tutto?

​«No, stiamo aggiungendo assolutamente valore. Gran parte delle generazioni, dai Millennials alla Generazione Alfa, non comprende che questi strumenti sono un mezzo e non un fine. Fare divulgazione online riporta lo smartphone alla sua funzione originaria. La banalizzazione della politica è precedente ai social: la sfiducia del popolo verso i politici è talmente grande che non credo si possa fare di peggio. Il distacco dei giovani deriva proprio da questo svilimento dell’ambiente politico. Dobbiamo ripartire dal basso, ed è ciò che facciamo sui social».

​Partendo dal presupposto di Mann che “tutto è politica”, come spieghi il paradosso di una generazione che è attivissima sui temi sociali ma si dichiara totalmente disinteressata alla politica tradizionale?

​«Questa è una delle generazioni più operative a livello di attivismo, al pari di quella del ’68. Allora i giovani tra i 18 e i 34 anni erano il 32% della popolazione, oggi siamo solo il 17%, eppure siamo alla pari nella riscoperta dei temi sociali tramite la partecipazione non convenzionale. Il punto è l’effettività: cosa risolve i problemi, le istituzioni o la società civile? Quando la seconda diventa più funzionale delle prime – bloccate da burocrazia e incompetenza – spostarsi sulla sfera sociale diventa una scelta strategica e, di fatto, politica».

​Secondo te il futuro della politica è destinato a traslocare del tutto online o credi che una politica fatta solo sui social sia, alla fine, impossibile?

​​«Il futuro della politica non sarà quello che prospettano i nostri politici, ma il cambiamento è nei fatti: l’80% dei giovani si informa sul digitale e solo il 20% tramite i media tradizionali. Anche leader come Giorgia Meloni hanno capito che andare nei podcast è strategico per raggiungere chi non usa altri canali. Online ci sono pericoli reali, ma il futuro traslocherà in parte sul web. Da tradizionalista amo la carta stampata e la Tv, ma il progresso è questo ed è necessario».

​Tra attivismo sociale e nuove piattaforme, le nuove generazioni stanno riscrivendo le regole della partecipazione. Resta da capire se la politica tradizionale saprà abitare questo spazio o se rimarrà a guardare un treno già partito.

Articolo scritto all’interno del Laboratorio di Giornalismo realizzato da Edera Rivista  all’Università di Firenze

Richiedi ora la copia che cerchi dall'archivio di Edera

Ti risponderemo in base alla disponibilità