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LA GUERRA DI ROMANA

La Liberazione vista dagli occhi di una bambina

di Caterina Zoe Cimino

Romana nacque nel 1936 a Pontassieve, figlia di Alfredo e Bruna, sorella minore di Carla e Armanda.

La sua famiglia si era trasferita da Firenze, sperando di sfuggire alla guerra; una speranza che si rivelò un’illusione. Pontassieve per i suoi snodi stradali e ferroviari divenne un bersaglio degli alleati che la devastarono con pesanti bombardamenti.  

Il racconto di Romana fa capire come la fine del conflitto non portò ad una pace immediata, ma ad anni difficili per i civili. Nonostante avesse meno di dieci anni, lei ne conserva un ricordo nitido.

Il suo nome non fu scelto per devozione al regime, ma per costrizione: «Io che sono nata il 28 ottobre 1936, l’anniversario della marcia su Roma, dovettero mettermi nome Romana, mi ha sempre fatto schifo. A mio padre, quando andò a registrarmi in Comune, fecero vedere un manganello, non ebbe scelta».

Romana racconta che quando iniziarono a bombardare Pontassieve era il 1943: «Erano pochi giorni che avevo iniziato le elementari. Che fregatura! Vennero a prendermi, gli alleati avrebbero bombardato tutto. Treni e ponti non li presero mai, ma la mia casa fu distrutta». 

A causa dell’imprecisione tecnica dell’epoca, la città fu ridotta in macerie: «Io non capivo, perché ci bombardavano se erano alleati, ma d’altronde ero piccola».

Dopo l’armistizio, la famiglia scappò a Paterno, un paese sulle colline vicine. Si stabilirono nel circolo insieme ad altre cinque famiglie: «Sul principio non ci accolsero bene a Paterno, poi ci aiutarono. Di cannonate gli alleati ci finirono. Non sparavano verso le ville dove stavano i tedeschi, sembrava che cannoneggiassero solo noi». 

A causa degli incessanti cannoneggiamenti, gli sfollati si spostarono nei sotterranei di un convento. Questo evento segnò Romana: «Non chiudo mai le porte di camera, mi sembra di essere lì, di non respirare». 

Racconta che i soldati tedeschi e fascisti rastrellavano molte persone per costruire armi oltre in confine. Prelevarono anche Alfredo, il padre di Romana: «Io gli chiesi di non portarselo via, loro mi diedero una spinta e io caddi». 

Era destinato ai campi di lavoro in Germania, ma durante una sosta, incaricato di andare a prendere l’acqua, approfittò di una distrazione dei suoi guardiani e riuscì a fuggire: «Lasciò i secchi, le mezzine e scappò».

Romana ricorda con dolore di altri che non sono tornati: «A Paterno c’era una famiglia con due bambini, si chiamavano Toscano di cognome. Furono portati via. Un uomo disse alla mia mamma: “Non torneranno sono ebrei”. Io giocavo con loro. Povere creature».

La sorella Carla, in quegli anni, aiutava segretamente i partigiani, nascondeva cibo e biglietti nel bosco, e raccoglieva i messaggi lanciati dai civili dai carri bestiame in transito. Romana se ne accorse e allora la sorella la minacciò: «Guai a te se apri bocca! Ci fucilano tutti se ci trovano!» le disse. Un giorno Carla fu obbligata dai tedeschi a pelare le patate: «Un po’ le sbucciò, un po’ di nascosto le portò al rifugio, si mangiò dopo tanti giorni di digiuno». Romana parla di lei con ammirazione: «Non aveva paura di nulla. Io le stavo appiccicata, mi sembrava di avere un idolo davanti». Dice che spesso sua sorella tornava coperta di lividi, ma non apriva mai bocca.

L’8 giugno 1944 ci fu l’eccidio di Pievecchia, quattordici uomini furono fucilati: «I partigiani avevano ammazzato un tedesco. Per un tedesco ucciso ci voleva tanti italiani morti. Sentimmo tanti spari e dall’alto intravedevamo la strage».

Nel 1944 gli alleati, anglo-americani, liberarono Paterno. Tra lo stupore dei contadini alla vista dei soldati scozzesi in kilt («Gli uomini so’ vestiti da donna!») e dei soldati afroamericani («si sono tinti anche la faccia e le mani di nero!») iniziò la festa.

La gioia svanì alla vista di Pontassieve ridotta in macerie e cosparsa di mine inesplose. Il Comune assegnò alla famiglia una casa da condividere con altre tre. Romana racconta che un giorno incontrò un uomo per le scale del suo palazzo: «Mi chiese “non mi riconosci?” Io gli diedi del voi e risposi di no, lui: “ma io sono il tuo babbo!”. Sarà stato venti chili, faceva pietà. “Sai ho fatto tutta l’Italia a piedi, ma sono tornato”».

Romana termina il suo racconto spiegando come molti avessero aiutato quando potevano, durante e dopo il regime, e di chi aveva creduto a Mussolini: «Mio zio era fascista ad esempio, mi ricordo che lo picchiarono i partigiani, tornò che era tutto stronco, ma in qualche modo se l’era meritato. Io fascista mai, mi fa schifo». 

Romana ancora oggi, ogni 25 aprile, espone fuori dalla sua terrazza la bandiera italiana con orgoglio.

Articolo scritto all’interno del Laboratorio di Giornalismo realizzato da Edera Rivista  all’Università di Firenze

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