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LA FAME INVISIBILE

Come social e nuove pressioni hanno cambiato i Dca

di Ginevra Traversari

Negli ultimi dieci anni il quadro dei Disturbi del comportamento alimentare (Dca) in Italia è profondamente mutato. A oggi si contano circa 3,5 milioni di persone che convivono con un Dca e, dal 2019, si è assistito a un incremento del 60% delle nuove diagnosi. Per comprendere cosa stia accadendo abbiamo intervistato la dottoressa Aurora Vestri, psicologa e psicoterapeuta, e il dottor Giulio Gaggi, biologo nutrizionista.

Dottoressa Vestri, spesso si pensa che l’anoressia o la bulimia siano solo un problema di “troppo o troppo poco cibo”. Ci aiuta a smontare questo mito? Cosa rappresentano davvero per il paziente?

«Nella mia pratica clinica quotidiana, vedo come la persona anoressica o bulimica abbia a che fare prima di tutto con il concetto profondo e totalizzante di controllo. Nella vita di ognuno di noi si verificano situazioni esterne di forte valenza traumatica, dinamiche relazionali tossiche o eventi imprevisti che sfuggono completamente al nostro potere: si pensi a un lutto improvviso, a una separazione genitoriale, a un fallimento scolastico o lavorativo. Sono contesti dolorosi in cui l’individuo sperimenta una frustrante e angosciante assenza di controllo e di potere personale. L’anoressia si inserisce esattamente in questa crepa psicologica: fa sentire quella persona, che in quel momento percepisce la propria vita come un caos ingovernabile, padrona assoluta di un unico, specifico e geometrico dominio, ovvero il controllo sul proprio peso e sull’assunzione quotidiana di cibo. Decidere ossessivamente cosa può entrare nel proprio corpo e cosa deve essere rifiutato diventa l’unica forma di sovranità e di ordine rimasta. La bulimia, al contrario, si muove sullo spettro opposto, rappresentando il polo del discontrollo totale. L’abbuffata è un momento di cecità emotiva, un’esplosione in cui le barriere cedono, a cui seguono immediatamente emozioni devastanti legate alla colpa e alla vergogna».

Rispetto a dieci anni fa, l’identikit del paziente è cambiato: l’esordio si è abbassato drasticamente ai 13-14 anni, crescono i casi maschili e l’insorgenza in età adulta (50-55 anni). Quanto incide oggi la vetrina h24 dei social come Instagram e TikTok?

«L’evoluzione socio-mediatica dell’ultimo decennio ha trasformato radicalmente l’ambiente in cui i nostri ragazzi crescono. Rispetto ai media tradizionali di dieci anni fa, come la televisione o le riviste, che offrivano una fruizione passiva e limitata nel tempo, gli smartphone e le piattaforme come Instagram e TikTok rappresentano una vetrina attiva ventiquattr’ore su ventiquattro. Questa esposizione costante influisce tantissimo sulla psiche degli adolescenti, perché il social network non offre una rappresentazione reale della vita, ma una finestra del tutto illusoria. In questo spazio virtuale la fatica quotidiana viene sistematicamente cancellata, non si mostrano i momenti normali di sconforto, di scocciatura o di imperfezione. Gli adolescenti assorbono questa impronta distorta e si genera un meccanismo che va ben oltre la semplice emulazione. Nonostante il mondo della moda e le sfilate stiano provando a parole ad allontanarsi da quella estetica androgina ed estremamente magra degli scorsi decenni, purtroppo l’influenza restrittiva rimane intatta».

Dottor Gaggi, spesso il nutrizionista è il primo professionista a cui le persone si rivolgono. In che modo capisce che deve scattare l’invio allo psicoterapeuta?

«È un fenomeno estremamente frequente nella mia pratica professionale. Molto spesso il ruolo del biologo nutrizionista nel percorso terapeutico dei disturbi alimentari viene attivato in un secondo momento, dopo che è già stata formulata una diagnosi psichiatrica o psicologica, ma capita tantissime volte che sia proprio io la primissima sentinella ad accorgersi che qualcosa non va. Durante l’anamnesi alimentare approfondita che eseguiamo in studio, inizio a notare dei dettagli incongruenti: emerge una netta e insanabile diversificazione tra quello che il paziente dichiara verbalmente di mangiare e la realtà del suo peso corporeo o della sua composizione fisica. Ci si accorge chiaramente che non esiste più alcuna congruenza biologica tra l’apporto calorico narrato e lo stato di salute del corpo. Di fronte a questa evidenza, quando cerco di approfondire le abitudini e la storia del paziente, mi trovo spesso davanti a delle vere e proprie porte chiuse, a risposte elusive o a forti resistenze difensive. Per comprendere realmente cosa stia accadendo e capire se siamo di fronte a un Dca embrionale o strutturato, per poter aiutare al meglio il mio cliente, devo creare un rapporto di fiducia. Dopo di che, il mio aiuto con la collaborazione della professione psicologica diventiamo una catena di montaggio, per aiutare al meglio il paziente».

Articolo scritto all’interno del Laboratorio di Giornalismo realizzato da Edera Rivista  all’Università di Firenze

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