Prevenzione dalle dipendenze per i giovanissimi
di Corinna Taddeucci
Dipendenze. Se ne parla troppo? Troppo poco? E ancora, quanto è importante la prevenzione nelle scuole?
Ho avuto il piacere di parlare con Marco, un educatore della comunità Nuovi Orizzonti a Montevarchi (Ar), un’associazione attiva in diversi Paesi del mondo, impegnata nel contrastare il disagio sociale e che è stata fondata da Chiara Almirante nel 1994 (la prima sede ha aperto a Roma).
Come educatore, Marco si occupa di seguire il percorso pedagogico e riabilitativo dei ragazzi che entrano in comunità; segue tutti i progetti di prevenzione e sensibilizzazione nelle scuole, in particolare in Toscana, si occupa di parrocchie e piazze con l’obiettivo di far riflettere i ragazzi sui comportamenti a rischio che possono portare alle dipendenze. Ha conosciuto la comunità attraverso il suo percorso di riabilitazione da una tossicodipendenza a 26 anni e da quando è riuscito a uscire dal buio, ha deciso di aiutare chi ne faceva richiesta.
La prevenzione attraverso le scuole è legata a progetti regionali?
«Non esistono a oggi, purtroppo, dei progetti convenzionati, ma ci mettiamo noi in contatto con le scuole. Anche se principalmente sono proprio loro che ci contattano perché, per fortuna, tramite il passaparola, i nostri interventi sono diventanti molto richiesti. Ci occupiamo della zona sud-est della Toscana, perché c’è un’altra comunità per l’altra zona della regione».
Gli studenti erano interessati?
«All’inizio ero preoccupato per il numero alto degli studenti partecipanti, a volte erano addirittura 500 o 1000 perché tutto l’istituto era presente. Nei miei dieci anni di professione ho riscontrato solo una volta un calo di attenzione per il disordine, ma altrimenti, quando inizio a parlare, si sente proprio il silenzio. Da quest’anno, alla fine della presentazione, per un maggiore riscontro da parte degli studenti, ho deciso anche di far scrivere loro delle domande anonime ed è stato un grande successo».
Come ti senti dopo aver raccontato la tua storia e la tua testimonianza?
«Sono abituato, prima del Covid passavo tutti i giorni nelle scuole. L’emozione c’è ogni volta, anche se ti sembra di raccontare la stessa storia, ma la tensione c’è sempre e ci sono dei punti molto forti. Mi sento bene, perché mi rendo conto che l’esperienza traumatica che ho vissuto può dare tanti spunti di riflessione ai ragazzi. Da una parte, quindi, è positivo, ma dall’altra ti toglie tante energie; è come se rivivessi tutto di nuovo, è il prezzo da pagare».
Negli incontri ci sono stati ragazzi che si sono esposti con loro testimonianze?
«Sì, soprattutto tra le ragazze e, sembra assurdo, nelle scuole migliori e nei licei. La realtà non è mai come sembra e nessuno sa cosa stanno passando questi ragazzi. Le testimonianze erano legate soprattutto a disturbi del comportamento alimentare, bullismo, tossicodipendenza e ludopatia. Grazie alle mie parole si aprono riflessioni e quindi i ragazzi riescono ad confidarsi, diversamente da quando accade di solito, perché sono sempre poco stimolati su questi temi».
I tuoi famigliari ti hanno supportato nel tuo percorso?
«Sì, soprattutto mio padre e mia sorella che tra l’altro, il giorno in cui ho deciso di entrare in comunità, ha scoperto di essere incinta: una nuova vita stava nascendo proprio mentre io stavo cercando un nuovo inizio».
Marco poi ha continuato dicendo che realizzarsi con se stessi è il primo passo per riuscire a non cadere nel buco nero nelle dipendenze e nelle scuole. Per questo, cerca di condividere questo aspetto che spesso viene sottovalutato dalla società.
Nuovi Orizzonti dà un nuovo futuro a chi ne ha bisogno e lo si può vedere anche nelle opere prodotte dal riciclo di ferro che vengono esposte all’interno della comunità come a dire che anche le vecchie cianfrusaglie possono avere una nuova vita.

L’articolo è stato realizzato all’interno del “Laboratorio di comunicazione, scrittura e giornalismo” dell’Università di Firenze.