L’offerta di uno sguardo eterodosso

Intervistare Jonathan Bazzi, scrittore 35enne nato a Milano, mi è stato difficile. La verità è che dopo aver letto Febbre (Fandango Libri), il suo romanzo d’esordio che l’anno scorso è entrato tra i finalisti del Premio Strega, mi sembra di conoscere già tutto su di lui.

Ho la sensazione di essere stata con Jonathan Bazzi quando cresce nelle case popolari di Rozzano, all’estrema periferia sud di Milano, quando va a vivere dai nonni perché i suoi genitori sono troppo giovani per prendersi cura di un bambino, quando compare una febbre che porta con sé infiniti esami finché il test dell’Hiv conferma la sua sieropositività. Sono con lui anche nel giorno più importante della sua vita, quando si salva grazie alla madre e al fidanzato.

Eppure c’è qualcosa di Jonathan, di questa persona che non assomiglia a nessuno, che è incatalogabile come nessuno, che desidero esplorare meglio. Gli scrivo via mail, ci accordiamo su WhatsApp, lo chiamo.

Decido di concentrarmi su questioni che ancora oggi sono immerse nel silenzio, poco raccontate: lo stigma dell’Hiv, il loop ipocondriaco che si avvale della rete, i piani indistinguibili del sentire e del credere di sentire, la comunità nascosta – simile a quella delle persone sieropositive – dei «bambini invisibili».

Jonathan, quest’intervista non può iniziare senza chiederti quando e come nasce la necessità di scrivere la tua storia.

«È un’idea che è maturata in me molto tempo fa. Già intorno al 2012 ho incominciato a pensare che mi sarebbe piaciuto raccontare Rozzano e tutte le figure, familiari e non, che lì ho conosciuto.

Vedevo un grande potenziale narrativo in quel paesaggio umano, nelle esperienze, negli incontri che hanno segnato la mia infanzia e adolescenza. Crescendo, e soprattutto da quando ho smesso di vivere lì, mi sono accorto che Rozzano ha delle caratteristiche specifiche e diverse rispetto ad altri luoghi, anche alla vicinissima Milano.

Nei mesi scorsi ho ritrovato degli appunti su questo primo progetto di romanzo, progetto che è rimasto in stand-by fino al 2016, quando mi è venuta la febbre. Ho recuperato allora quella idea iniziale intrecciandola con l’altro tema che nel frattempo era entrato nella mia vita, quello della sieropositività. Ho pensato che queste due presenze – l’Hiv e Rozzano – avessero delle cose da dirsi. Da qui è nata la forma e la struttura che il romanzo ha assunto».

Riguardo all’Hiv scrivi: «Col virus voglio farci qualcosa, agire su di lui, modificarlo, non essere inerme, subirlo – mi interessano solo le cose con cui posso imparare». In che senso volevi farci qualcosa?

«Ancora oggi la reazione media delle persone che scoprono di essere sieropositive è quella di non dire niente, o quantomeno di esercitare un forte controllo su questa informazione, nella consapevolezza delle difficoltà dello stigma che vige nei confronti di questa condizione. Io invece non ho trovato interessante archiviare la mia sieropositività, metterla nel ripostiglio delle informazioni di sé che devono essere tenute nascoste. Questa soluzione andrebbe contro il modo in cui sono fatto: riesco a integrare nella mia vita le cose che mi succedono solo se posso trattarle con gli strumenti che sento appartenermi, cioè con la scrittura, la riflessione, l’osservazione delle reazioni e delle idee degli altri. Seguire la tradizione della vergogna, del pudore non avrebbe permesso a questa mia caratteristica di integrarsi nella mia personalità, anzi l’avrebbe fatta rimanere un corpo estraneo».

Febbre parla dell’Hiv fin dal titolo, ma scrivi che non sarà questo tratto della tua identità a definirti. Come descriveresti allora la persona che sei oggi?

«Credo che questa caratteristica non la citerei, per me è semplicemente un fatto biologico. Se una persona qualsiasi dovesse descriversi, difficilmente parlerebbe del colore dei capelli o anche solo di un’allergia di cui soffre. Sicuramente oggi sono un trentacinquenne che scrive e che ha tutte le sue difficoltà emotive e di rapporto con chi è e con chi vuole essere in futuro. Ma tutto ciò abbastanza indipendentemente dalla sieropositività e anche con una certa continuità rispetto alla persona che ero prima di questa scoperta».

Adesso come ti immagini fra qualche anno?

«Spero di avere la possibilità di continuare a scrivere e di avventurami in nuove collaborazioni. Amo potermi misurare, attraverso la scrittura e la forma narrativa, con contesti che siano anche altri rispetto alla dimensione prettamente editoriale, della forma del romanzo».

In Febbre c’è un elemento che ricorre spesso e che orienta la tua visione del futuro: le autodiagnosi. Le elabori prima di sapere della sieropositività ma continui anche dopo. Che momenti sono stati per te?

«La gran mole di informazioni che si possono trovare in rete, semplicemente digitando nella barra di ricerca una certa manifestazione del corpo, può dar vita a un meccanismo ipocondriaco che inevitabilmente diventa un alleato dell’ansia. Da questo meccanismo, che nel mio caso nasce da uno stato di incertezza – da una febbre che non passava – o da una scoperta – quella di una modificazione del corpo – si attiva una sorta di campionato interno dove ha la meglio l’opzione più catastrofica. Questa dinamica può portare ad allontanarsi dalla realtà, anche dai giudizi dei medici, che alla fine possono non essere più sufficienti».

Ripenso a una frase che hai scritto: «Dopo la prima visita riprendo a usare internet per appagare i miei dubbi».

«Provavo una diffidenza, una sfiducia nei confronti dei medici, soprattutto dopo la diagnosi dell’Hiv.

Ero convinto che la fama di questo virus, che poi è quella che genera un certo tipo di percezione sociale, distogliesse l’attenzione dei medici, la calamitasse, impedendo approfondimenti ulteriori.

La stanchezza progressiva che avevo e che non passava non era spiegata dall’Hiv in sé: mi si diceva che il virus era stato preso per tempo e che lo stato del mio sistema immunitario non giustificava quel malessere protratto.

Con l’idea che ci fosse qualcos’altro nel mio corpo, ho incominciato ad elaborare degli scenari sul mio futuro, anche contrapposti a quelli dei medici, e a rivolgermi, in modo compulsivo, a vari specialisti per avere pareri alternativi.

Ho voluto raccontare tutto ciò perché trovo interessante la possibilità degli stati mentali di trasferirsi nel corpo: puoi essere convinto di sentire qualcosa nel corpo la cui origine invece è assolutamente mentale. Di solito tendiamo a separare questi due piani, quando invece c’è un rapporto di continuità, di proiezione, di travestimento».

Dedichi il tuo romanzo ai «bambini invisibili», ma come si fa a rendere invisibile un bambino?

«Non badando a lui, non riconoscendo i suoi bisogni – questo è il primo significato, quello letterale – ma anche non vedendolo come un bambino: si soddisfano i suoi bisogni naturali ma lo si costringe a vivere, ad attraversare delle situazioni che non sono a misura di bambino.

Tra queste, nei casi più gravi, c’è la cosiddetta violenza assistita: i bambini non subiscono direttamente delle violenze ma assistono, in ambito domestico, a forme di violenza – verbale, psicologica o fisica – esercitate sulle figure affettive di riferimento.

In Febbre questa dinamica assume un connotato di genere: sono per lo più i maschi, gli uomini della famiglia, a esercitarla sulle figure femminili, su madri, nonne, zie. Essere stato un bambino invisibile mi ha comunque permesso di sviluppare un’attenzione verso lo sguardo degli altri che altrimenti non avrei mai maturato».

di Marta Guarducci per Edera Online

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