L’artista ci conduce nel suo mondo sospeso tra sogno e realtà
di Ginevra Poli
Dalla Germania all’Italia, dal freddo razionalismo di una città priva di storia artistica all’intimità che solo Firenze sa regalare, l’artista Jannik Senium ci conduce nel suo mondo sospeso tra sogno e realtà. La sua pittura non vive solo nel gesto, ma è un vero e proprio rito quotidiano: un modo per catturare attimi fugaci, frammenti di emozioni e trasformarli in eternità sulla tela. Tra simbolismo, echi preraffaelliti e atmosfere gotiche, le sue opere raccontano di occhi che vedono oltre il visibile, di oggetti che respirano e di memorie che continuano a vibrare. In questa intervista, Jannik ci apre le porte della sua visione artistica, tra passato e presente, metamorfosi e poesia.
Jannik, quale destino ti ha condotto dalla Germania all’Italia e in quali luoghi della tua formazione hai forgiato il tuo sguardo?
«Sono cresciuto in una città della Germania quasi del tutto priva di bellezza o di cultura e storia artistiche. Nel mio cuore mancavano un ambiente e persone che vedessero la vita attraverso una lente più poetica, invece di quel freddo razionalismo in cui molti luoghi del mondo sono caduti. Firenze mi ha attirato perché si presentava come una sorta di “Neverland”: un luogo che, nel corso della storia, ha visto pellegrinare innumerevoli artisti desiderosi di contribuire al loro incessante sforzo collettivo di perseguire le più elevate forme di bellezza e maestria artistica».
Che cos’è per te la pittura: una confessione, un sortilegio o un varco? E come si compie, nella pratica, questo tuo atto quasi rituale?
«Per me la pittura è un modo per congelare eternamente momenti fugaci o per racchiudere molti momenti in un solo istante. Prendiamo come esempio un semplice ritratto: a volte, quando osserviamo le persone da lontano, possiamo cogliere lampi di emozioni o pensieri sottostanti che emergono e si manifestano sui loro volti, in modo molto sottile e momentaneo; ed è proprio questo istante che si può catturare in un dipinto attraverso la memoria».
Quale periodo artistico ti incanta? E quali maestri, passati e presenti, camminano con te nell’ombra?
«Mi affascina soprattutto il movimento simbolista del XIX secolo. Pittori come Franz von Stuck, Böcklin, George Frederic Watts e Klimt sono infinitamente affascinanti nella loro libertà e sensibilità, così come nella loro abilità e maestria. Altri sono Rembrandt, Käthe Kollwitz e Tiziano. Tra i pittori contemporanei che ammiro ci sono Agostino Arrivabene, Molly Judd e Odd Nerdrum».
Gli occhi delle tue figure sembrano ciechi e onniveggenti insieme, come se vivessero il sogno più della realtà. Che ne pensi?
«Le persone nei dipinti non sono reali, sono più vicine a un sogno o a un ricordo. Gli occhi in pittura, per me, non sono più soltanto “finestre” dell’anima, ma il loro centro. In un certo senso, non esiste più un confine tra esterno e interno: persino lo sfondo di un dipinto è un riflesso o un frammento di tutto il resto».
Anche le nature morte sembrano custodire un soffio vitale. È così?
«Le nature morte sono un modo molto bello di esprimere il simbolismo. Gli oggetti possono diventare un’estensione del nostro corpo: sono cose che facciamo, raccogliamo o usiamo. E una volta che proiettiamo un significato o un compito sugli oggetti, non possiamo fare a meno di provare emozioni verso di loro. Questo aspetto li rende splendidi per la pittura: possiedono una grazia silenziosa».
Quale opera della recente mostra Aeon – Solo Exhibition 2025 a Palazzo Bellini, custodisce il tuo cuore? E quale segreto ti lega a essa?
«Da quando è iniziata la mostra, il piccolo dittico ispirato a una poesia di Emily Dickinson (I died for Beauty) ha iniziato a conquistarmi. Ho lavorato su di esso in modo molto spontaneo subito dopo aver scoperto la poesia, solo due settimane prima dell’esposizione. Pertanto, non vi ho dedicato tanto tempo quanto ad altri lavori; questo ha aperto in me la possibilità di interrogare il dipinto mentre trascorrevo le giornate in galleria. Vorrei aver scoperto prima l’opera di Emily Dickinson».
L’allestimento tra candele, fiori secchi e specchi sembrava un altare dedicato alla metamorfosi. Quale atmosfera volevate evocare tu e la curatrice Luna Jasmine Gordon?
«Volevamo offrire allo spettatore un’atmosfera in cui potesse sentirsi a proprio agio, in modo da permettergli di avvicinarsi ai dipinti a cuore aperto. I fiori e le candele compaiono anche in alcune opere, il che li rende un’estensione delle opere stesse. Ero innamorato dell’idea di lasciare che frammenti di dipinti traboccassero nella realtà».
