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«IO TI VEDO, TU ESISTI»

Trent’anni di Centro Interculturale: quando insegnare la lingua significa prima di tutto riconoscere l’altro

di Matteo Gargiulo

«Ciao prof, come stai? Oggi vado in Africa». Dietro la leggerezza di quel messaggio c’è il ritorno a casa di un ragazzo dopo tanti anni. A custodire legami come questo è il Centro Interculturale di Torino, che quest’anno compie trent’anni: un traguardo che si misura nelle relazioni e non nelle carte della burocrazia. «Se un ex studente si ricorda di te — spiega Paola Lubatti, docente di italiano per stranieri del Centro — significa che quella relazione è servita a fargli vedere un’Italia diversa. Alla fine, la prima ad arricchirsi sono io: imparo sempre qualcosa di nuovo guardando le cose dal punto di vista di un altro Paese o di un’altra età». 

Insegnare una lingua a chi arriva da un altro Paese non è mai una semplice questione di regole sintattiche, verbi da coniugare o vocaboli da memorizzare. Nelle aule del Centro, la didattica parte da un presupposto capovolto rispetto alla scuola tradizionale: la lingua è prima di tutto cultura e uno strumento di partecipazione.

«In aula si hanno davanti delle persone, non dei libri. Capire chi si ha di fronte è fondamentale per essere efficaci e riuscire a incidere nelle loro vite. Alla fine non si incontrano soltanto strutture linguistiche, ma culture che entrano in contatto». È da questa premessa che l’attenzione si sposta dall’accuratezza formale all’efficacia comunicativa, usando strumenti come il recast: «Più che correggere in modo frontale come la maestra con la bacchetta, si riformula l’espressione nel dialogo. Se uno studente dice “mi piace la pigiama rossa”, tu rispondi: “Ah, ti piace il pigiama rosso? Bello”. In questo modo dai il modello corretto senza far perdere la faccia a nessuno: siamo adulti che parlano tra adulti». 

Fuori dall’aula, però, la lingua rischia di farsi barriera: «Negli uffici o in ospedale diventa uno strumento di disparità. Lo straniero si fa capire, ma spesso dall’altra parte manca la disponibilità verso chi ha livelli linguistici iniziali. Quando questa attenzione viene a mancare, l’efficacia sperimentata in classe viene azzerata per sottolineare una mancanza: si crea così un vero e proprio abuso di potere». 

Ed è proprio contro questo rischio che si colloca una delle riflessioni centrali della didattica di Lubatti: il superamento stesso del concetto di “integrazione”. «La trovo una parola superata — chiarisce la docente —. Preferisco parlare di partecipazione. L’insegnante dà degli strumenti non per ‘integrarsi’ — termine che presuppone sempre un ‘noi’ e un ‘voi’ —, ma per riconoscere un’alterità che parte da una differenza. Questo richiede la disponibilità di entrambe le parti a trovarsi in una composizione che coinvolge un’identità plurale».

Un cambio di prospettiva che diventa decisivo soprattutto nel lavoro con i minori e i giovani con background migratorio. Di fronte al rifiuto di alcune attività, ai ritardi o alla mancanza di materiale — atteggiamenti che spesso le istituzioni archiviano come semplice fragilità o svogliatezza —, la risposta sta nel rifiutare le etichette per comprendere il vissuto dei ragazzi. «Non è vulnerabilità, ma una forma di resistenza, di indocilità. Ci stanno dicendo: Io ho il diritto ad autodeterminarmi. Quello è il vostro progetto, non il mio. Vi siete interessati a sapere quale sia il mio?».

Costruire un dialogo reale richiede quindi un rapporto di parità. Non si tratta di plasmare da zero un materiale vergine, ma di accompagnare persone che hanno già una propria struttura. «L’intercultura nasce da uno scontro tra sistemi valoriali — prosegue Lubatti — sta a noi decidere se deve essere uno scontro violento che crea muri o uno scontro che autorizza a conoscersi. Se i ragazzi percepiscono un clima di rispetto, si sentono autorizzati ad aderire temporaneamente a un nuovo sistema di valori senza rinunciare al proprio. Non chiedo loro di dimenticare chi sono, ma di aggiungere un pezzetto. Solo a quel punto possiamo parlare di grammatica, di singolare e plurale, senza sconvolgerci».

Questo approccio richiede anche la capacità di rispettare i tempi e gli spazi personali degli studenti. Nei percorsi migratori esiste un’opacità che va tutelata: non c’è alcun obbligo di condividere tutto per forza. «Io non sono qui per ‘aiutarti’ in senso paternalistico, ma per starti accanto nel cammino. La cosa più difficile, sia con gli adulti che con i minori, è proprio conciliare i tempi di vita con i tempi rigidi dei progetti e della burocrazia».

Sentirsi visti e capiti non significa ricevere una condiscendente pacca sulla spalla, ma sapere che dall’altra parte c’è qualcuno consapevole di ciò che si sta attraversando. Tra le pareti del Centro Interculturale, insegnare l’italiano diventa così l’atto fondamentale di riconoscere l’altro nella sua interezza, sintetizzato nel suo principio più autentico: «Io ti vedo, tu esisti».

Articolo scritto all’interno del Laboratorio Edera Summer Camp di comunicazione e scrittura giornalistica realizzato da Edera Rivista.

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