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IN EQUILIBRIO CON NOI STESSI

Intervista a Lama Michel Rinpoche, incontrato a Prato al Seminare Idee Festival

di Alessia Di Giosio

Quando ha capito chi volesse essere, Michel Lenz Cesar Calmanowitz era soltanto un bambino. Nato e cresciuto a San Paolo, in Brasile, in una famiglia ebraico-cristiana, da piccolo ha fatto un incontro che gli ha cambiato per sempre la vita. Un giorno, sua madre ha invitato a casa Lama Gangchen, uno dei più grandi maestri del buddhismo tibetano contemporaneo. Un momento, che per quel ragazzino di appena cinque anni, ha significato l’inizio di un legame profondo, di un amore platonico verso quella che sarebbe diventata la sua guida spirituale. All’età di otto anni, Michel è stato riconosciuto come “tulku” (appellativo che indica la reincarnazione di un maestro buddhista); a dodici si è trasferito in India per studiare nel monastero Sera Me, dove è rimasto fino ai ventiquattro anni, quando ha deciso di seguire ancora Lama Gangchen fino a Milano, continuando la sua formazione in filosofia buddhista, medicina tibetana e astrologia. 

Oggi, Lama Michel Rinpoche vive in Italia, sul Lago Maggiore, dove guida un tempio tibetano e ricopre la carica di responsabile e guida spirituale dei centri “Ngalso” nel mondo, nonché di rappresentante per le Nazioni Unite della fondazione “Lama Gangchen World Peace”. Inoltre, dal 2014, ha intrapreso un ambizioso progetto di streaming, con migliaia di ore di insegnamenti diffusi gratuitamente attraverso il suo canale YouTube. Concetti, riflessioni, visioni e aneddoti, molti dei quali confluiscono anche nel suo libro “Dove vai così di fretta?” (Bompiani, 2025), che in modo leggero ma profondo porta alla comprensione di ciò che è la felicità e di come possiamo raggiungerla.

Nel tuo libro fai un grande uso delle metafore. Una delle prime è quella del tapis roulant; è incredibile come ormai siamo talmente abituati a correre, da non accorgerci che spesso siamo fermi. Perché correre quando potremmo semplicemente camminare?

«Il correre ha due aspetti: uno è legato alle nostre abitudini, l’altro invece riguarda il contesto in cui ci troviamo. Siamo fatti di abitudini, più ripetiamo qualcosa, più il nostro sistema cerca di adattarsi a fare quella cosa. Il problema è che ogni giorno siamo inondati da stimoli sensoriali. Nei primi anni del Novecento abbiamo iniziato a produrre gli elettrodomestici con l’idea di poterci ritagliare più tempo per noi; infatti, con l’aiuto di apparecchi sempre più sofisticati, siamo riusciti a delegare tanto di quello che eravamo abituati a fare. In principio per le azioni fisiche, che richiedono uno sforzo manuale, fino a oggi, che ci vede affidare alle macchine compiti “mentali”. La sensazione sempre più condivisa, però, non è quella di avere più tempo, quindi c’è qualcosa che non va. Forse corriamo perché abbiamo troppi stimoli per non farlo».

Cosa rischiamo di perderci se non viviamo nel presente?

«La vita è fatta di incontri, sensazioni, pensieri. Quando siamo giovani siamo convinti che sia tutto un avvenire, poi a un certo punto ci rendiamo conto di essere troppo occupati per vivere. Ogni realtà è qui, ed è correndo che perdiamo le piccole cose, i momenti belli. Il momento presente è la vita stessa»

Vorrei condividere con te una frase che fa riflettere: “Viaggiare ti fa capire che la vita che stai vivendo non è l’unica possibile”. Tu come concepisci il concetto di viaggio?

«Fin da piccoli abbiamo l’esigenza di imparare e di conoscere; poi, con gli anni, passiamo molto più tempo a riconoscere che a conoscere. Il viaggio, nel senso dell’uscire dalla propria casa, andare in luoghi lontani e trovare culture diverse, è un atto molto importante. Viaggiare aiuta a osservare noi stessi e a renderci conto che è percependo il mondo che possiamo imparare a conoscerci. Quando usciamo dal contesto in cui siamo abituati a vivere, in qualche modo permettiamo alla mente di acquisire più flessibilità».

A volte tendiamo a vedere solo ciò che conosciamo, sviluppando dei meccanismi di autodifesa non appena di fronte a noi compare una novità. Questo può portarci a essere passivi davanti a certe situazioni. È vero che la mente “mente”?

«Ci vuole coraggio ad andare incontro a qualcosa che non conosciamo, perché in qualche modo, in quanto esseri umani, cerchiamo costantemente di prevedere cosa accadrà. Abbiamo una nostra idea di come sono le cose, e più esse rispettano con una certa coerenza quello che ci aspettiamo, più ci sentiamo al sicuro. Più le cose non corrispondono a quello che ci siamo figurati, più perdiamo sicurezza. Quando io vedo te, in realtà vedo soltanto la mia versione di te. Già questa è un’enorme illusione».

Nel libro parli di come, per vivere nel presente, sia importante crearsi degli spazi interiori. Siamo così pieni di pensieri e informazioni, che non ci diamo nemmeno il tempo di metabolizzare ciò che ci sta accadendo nel momento in cui lo viviamo. Come possiamo apprezzare le piccole cose, se la logica dei social ci fa desiderare di volere tutto e subito?

«Bisogna concentrarsi sui processi creativi, ritrovare la capacità di stare in silenzio, ascoltare, riflettere e approfondire. Dobbiamo permetterci il contatto con l’altro, con la natura e con noi stessi, allontanarci dai dispositivi, che sono nati come un mezzo per accedere al mondo, ma che stanno diventando sempre più uno strumento di isolamento. Io posso parlare con te ma a modo mio, quando e come voglio io, il che non mi porta ad avere un reale confronto con te. Quando invece usciamo e vediamo una persona dal vivo, ci si deve adattare ai suoi tempi, alla sua presenza, ai suoi modi. Con il cellulare questo non lo facciamo. La tecnologia mi è sempre piaciuta, ma come qualunque cosa, dobbiamo prestare attenzione agli effetti che può avere su di noi».

Credi che la felicità possa dipendere unicamente da noi?

«Abbiamo un problema di base su cosa si intende per felicità. Credo che sia innanzitutto uno stato di equilibrio. Noi siamo fatti di corpo e mente e, in questo stato, interagiamo con l’ambiente. La felicità, quindi, dipende non solo dal nostro stato interiore e nemmeno unicamente dalle condizioni esterne. Tutti noi abbiamo dei bisogni basici e, se non sono coperti, difficilmente staremo bene. Il contesto in cui ci troviamo è importante, la materia ha una sua funzione, ma abbiamo anche dei bisogni emozionali: siamo animali da branco, abbiamo bisogno di amare, essere amati, dare fiducia, riceverla, condividere e sentirci al sicuro. Infine, abbiamo i bisogni spirituali, cioè la necessità di dare un senso alla vita, capire cosa vogliamo fare e chi vogliamo essere. Il concetto di felicità, quindi, riguarda un equilibrio dove tutti i nostri bisogni sono visti e coperti». 

Forse, allora, per affrontare la vita con serenità, dovremmo essere in grado di abbracciare anche la sofferenza?

«La grande maggioranza di noi ha molta più sofferenza mentale che fisica, e questo ci fa capire che la soluzione è più nella mente che nel corpo. I nostri bisogni materiali li copriamo pienamente, quello di cui abbiamo più bisogno sono le emozioni. La chiave è “il modo in cui noi viviamo il mondo” e non “nel mondo in cui noi viviamo”. Qual è, in tutto questo, la funzione della sofferenza? Essa non è altro che un allarme che suona per indicarci che qualcosa non va, è un sentore che va ascoltato per capire dov’è il problema. Per essere felici, abbiamo bisogno prima di tutto di vedere ciò che ci fa stare male, conoscere l’oscurità, e lì, portarvi la luce».

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