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IL VARCO DEL COLORE

Rothko a Firenze tra sacro e percezione

di Qitong Sun

Chiuso il sipario sulla spiritualità di Beato Angelico, le sale di Palazzo Strozzi tornano a vibrare con una nuova, ma altrettanto profonda, forma di sacro: quella di Mark Rothko. La mostra ‘Rothko a Firenze’ non è solo un titolo, ma la testimonianza di un legame viscerale tra il pittore lettone-americano e la culla del Rinascimento. Passeggiando per la città, ci si chiede: quale ‘magia cromatica’ si nasconde dietro questi blocchi di colore apparentemente illogici? Come possono delle semplici campiture diventare il varco per un’emozione indicibile? 

A queste domande prova a rispondere la mostra in corso a Palazzo Strozzi.

Fino al 23 agosto 2026, la Fondazione Palazzo Strozzi presenta infatti a Firenze una mostra dedicata a Mark Rothko, a cura di Christopher Rothko ed Elena Geuna. Con oltre settanta opere provenienti da musei internazionali come il Museum of Modern Art, la Tate e il Centre Pompidou, il percorso espositivo ripercorre l’intera carriera dell’artista, mettendo in dialogo la sua ricerca con il contesto storico e artistico di Firenze.

L’oscurità non arriva subito. All’inizio del percorso espositivo, ci accolgono le opere giovanili: figure filiformi dai tratti sfumati, ombre umane che sembrano svanire sotto il peso di una malinconia cronica. È la testimonianza visiva della sua disillusione verso il mondo. Al centro della sala, il suo autoritratto ci fissa: un volto bruno dove lo sguardo sembra cristallizzato in un vuoto profondo. Uno sguardo cristallizzato in un’assenza metafisica. È qui che comprendiamo che la figura umana non basta più; per Rothko, il corpo è diventato una gabbia troppo stretta per contenere l’urlo del suo silenzio.

Proprio questo abbandono della figura conduce l’artista verso quelle enormi campiture capaci di ‘abbracciare’ l’anima. Entrando nel padiglione, si viene immediatamente avvolti da un rosso cupo e viscerale. Non è un colore, è un peso che preme sul petto. Mentre le tonalità nere sembrano invitare a un silenzio meditativo, queste enormi stesure cremisi trasmettono una tristezza monumentale, trasformando la tela in un confine tra l’opera e l’anima dello spettatore. Questo peso non è casuale: risuona con le pietre di questa città in un dialogo trans-temporale.

La scelta di Firenze non è casuale. Rothko cercava in questa città un dialogo con i maestri del passato. In questo spazio, l’antico e il contemporaneo non si scontrano, ma si specchiano l’uno nell’altro. Il pittore americano sembra aver trovato tra le pietre fiorentine una sintesi tra conflitto e rinascita, lo stesso tormento che anima le sue campiture di colore.

Come molti visitatori sembrano percepire lungo il percorso, le opere di Rothko non si limitano a essere osservate, ma chiedono di essere vissute in uno spazio di silenzio e concentrazione. I visitatori si muovono come ombre tra le sale, sollevando i propri smartphone nel tentativo di catturare quel flusso di emozioni a cascata. Ma è un’illusione: non siamo noi a guardare le tele, sono le tele a fissare noi. In quel momento, il rettangolo digitale svanisce e si viene risucchiati dalla forza gravitazionale del colore. In questo confronto silenzioso, il visitatore diventa l’oggetto scrutato dalla tela.

Il 25 febbraio 1970, nel suo studio di Manhattan, Rothko scelse di recidere i legami con il mondo. Ma il suo addio non è stato un vuoto. Ci ha lasciato spazi sospesi, stanze di luce che pulsano nel buio. Opere che non chiedono di essere capite, ma solo di essere abitate, come l’ultimo respiro di un mito che non vuole spegnersi.

Articolo scritto all’interno del Laboratorio di Giornalismo realizzato da Edera Rivista  all’Università di Firenze

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