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IL SOGNO OLTRE LA STRADA

La storia di Jeuray che ha raccolto migliaia di rifiuti dalle strade e, in cambio, ha ricevuto una lettera di rimpatrio

di Giacomo Colombo

Da quando è qua, Jeuray ha raccolto migliaia di rifiuti dalle strade e, in cambio, ha ricevuto una lettera di rimpatrio. Vive in Italia da dieci anni, sa l’italiano imparato per strada, conosce il francese e l’inglese. Da tre anni ha creato un’associazione volontaria (Keep Turin Clean) che si occupa di pulire le strade della periferia torinese.

Dieci anni fa pensava avrebbe smesso di fumare, si sarebbe trovato un lavoro, una famiglia e degli amici. Invece l’Italia si è dimostrata il paradosso opposto: nessuna certezza, libertà aumentate, compresa quella di farsi del male da soli, e una repulsione da parte di quelli che lui chiama normali cittadini nei confronti degli official stranieri. Mi racconta di qualche mese prima, all’ufficio immigrazione, un posto in cui, mi dice, «degli italiani che odiano gli stranieri sono pagati per aiutarli e inserirli nella società».

La receptionist è una donna sulla settantina: se l’avesse incontrata per strada con la spesa l’avrebbe aiutata a portarla a casa. Lo guarda storto invece; Nike verdi, jeans, e t-shirt dello stesso colore delle scarpe: è vestito troppo bene per uno che non ha una casa e chiede il servizio di psicoterapia gratuito. Glielo fa notare mentre gli annulla la richiesta e lo guarda piangere, acida e indifferente, dall’altra parte del vetro.

A giugno Jeuray riceve la notizia del mancato rinnovo del permesso di soggiorno, una batosta che significa Cpr e poi rimpatrio in Ghana, il suo Paese d’origine. Come il suo amico Sully, che puliva la piazza in cui era solito dormire e ci beveva birra tutto il giorno. Lui, era felice per il rimpatrio. In Italia non aveva trovato altro se non il suo alcolismo: la soluzione più giusta era tornare indietro, e almeno il biglietto era gratis.

Per Jeuray non vale lo stesso, e decide di rivolgersi a un avvocato, che gli consiglia un ricorso sulla base di un’aggressione subita quattro anni prima. Jeuray si era trovato a difendere un’anziana da tre ragazzi: ne aveva immobilizzato uno, permettendone l’arresto da parte della polizia e facendo scappare gli altri. Il giorno dopo però, i due lo trovarono per strada e fu la sua mano a farne le spese: un coltello gli tranciò i tendini del polso rischiando di strapparglielo di netto; un mese di ospedale e sei di riabilitazione.

Un anno dopo l’aggressione, Jeuray apre i canali social di Keep Turin Clean e il suo piccolo sogno diventa realtà: lancia call to action, riunisce gruppi di volontari in tutta Torino nord e gestisce la divisione nei parchi e nelle vie. Quando gli chiedo perché lo fa, mi risponde che ognuno ha bisogno di essere aiutato. «Questo paese non lo fa – dice – e tutti, dal barbone, alla receptionist dell’ufficio immigrazione, al carabiniere che non può fermare lo spaccio nelle periferie, hanno dentro un dolore. L’unico modo che ho trovato per alleviarlo è tramite il senso di comunità, senza cui, secondo me, ci si abbandona all’individualismo, e quando ci si sente soli si diventa cattivi. Nelle periferie questo problema è evidente: quando lo Stato non dà sostegni, nessuno arriva nella condizione di aiutare altri e essere aiutato; dal ricco al povero, dallo spacciatore al tossicodipendente».

Jeuray ha la visione di guardare oltre le strade che pulisce. È convinto che, in parte, il suo movimento dal basso contribuirà a smuovere qualcosa più in alto, e per questo mi parla anche di istruzione, educazione alla vita e supporti nel crescere una famiglia, anche per i genitori che troppo spesso sono fuori casa e possono solo scegliere se educare i loro figli o farli mangiare. E nonostante la sua situazione più che precaria mi stupisco di sentire una tale consapevolezza civile, una dedizione invidiabile e ostinatamente positiva, come se la sua causa non valesse tanto di più del disagio della receptionist dell’ufficio immigrazione. Prima di salutarci gli chiedo come faccia a mantenere quella mentalità senza abbattersi. Lui mi sorride: «Il mondo di oggi ci ha abituati ad essere persone che non amano quello che fanno – dice – e lo fanno solo per i soldi, questo li rovina. C’è anche chi pulirebbe le strade in cambio di un caffè, solo perché gli fa piacere rendersi utile. Bisogna solo far capire a chi fa tutto per guadagnare denaro, che ci sono ricompense migliori di questa».

In questi mesi Jeuray e il suo legale hanno incontrato il sindaco Lo Russo, spiegato il progetto di Keep Turin Clean, presentando anche il ricorso. La giunta comunale si è espressa a favore dell’iniziativa, anche se non gli è possibile revocare direttamente l’ordine di rimpatrio. Quindi Jeuray dovrà aspettare ancora, sperare che gli venga data la possibilità che si merita, che gli vengano riconosciuti i sacrifici fatti a servizio della comunità torinese. Ma fino al verdetto rimarrà in questo limbo, nell’ennesima gabbia in cui questo Paese l’ha rinchiuso.

Articolo scritto all’interno del Laboratorio Edera Summer Camp di comunicazione e scrittura giornalistica realizzato da Edera Rivista.

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